
Se il colonialismo possiede anche il nostro DNA
Se il colonialismo possiede anche il nostro DNA
Ci sono delle notizie che ci fanno vacillare dalla rabbia come uomini e donne, prima ancora che come patrioti e patriote sardi. Notizie che ci danno il senso della bassezza morale e civile in cui la civiltà dei sarda è stata precipitata dal sistema coloniale di cui brillanti personalità del mondo della politica e dell’economia sarda sono coscienti fiancheggiatori.
Ricordiamo bene quando la società Shardna venne presentata da Renato Soru nell’entusiasmo generale. I paginoni sui giornali, le promesse di sconfiggere le malattie dei sardi e di studiare la storia genetica delle popolazioni dell’Ogliastra, uno dei simboli di un risveglio culturale e civile del popolo dei sardi. Shardna era uno dei fiori all’occhiello del sorismo, dell’illusione che la nostra nazione avrebbe potuto cercare e trovare il riscatto senza grandi rotture, anzi dall’interno del sistema dei partiti italiani e del sistema autonomistico.
Renato Soru era il socio di maggioranza di Shardna (l’82%), una società che chiamava all’appello ricercatori di biologi molecolari, geneaologisti e informatici per costituire una banca dati del DNA delle popolazioni ogliastrine comprese nei comuni di Baunei, Escalaplano, Loceri, Perdasdefogu, Seui, Seulo, Ussassai, Urzulei, Talana e Triei.
Ricordiamo i proclami del patron di Tiscali: «Shardna non produrrà un euro di utile e dovrà occuparsi di debellare le malattie che colpiscono i sardi». I sardi ogliastrini, credendo nella bontà delle intenzioni di Soru, avevano risposto all’appello e avevano acconsentito alla raccolta dei campioni del loro DNA.
Ma Soru è un grosso capitalista, non un benefattore e come tutti i capitalisti pensa ai suoi interessi e ai suoi profitti. Il sogno dura poco. Nel 2009 Soru, dopo aver perso le elezioni, mette in vendita Shardna. Da buon uomo dell’italia Soru propone l’affare alla Fondazione San Raffaele del prete manager Don Luigi Verzè. Da quel momento è chiaro che il DNA dei sardi farà una brutta fine. Come da copione Don Verzè viene indagato nell’inchiesta per la bancarotta sulla Fondazione San Raffaele e i risultati di questa brillante operazione si possono leggere sui giornali di questi giorni: il Dna di quindicimila sardi è ai saldi! Dopo il crac dell’ospedale San Raffaele di Milano chiunque può acquistarli per qualunque fine: le industrie farmaceutiche, le multinazionali o anche singoli per farne brevetti o test al di fuori di ogni controllo.
Al di là di come andrà a finire questa vicenda crediamo che sia necessario avviare una profonda riflessione. Crediamo infatti che sia necessario fare autocritica come sardi e sarde, perché ancora una volta abbiamo abboccato all’amo dell’ennesimo pifferaio magico vestito in vellutino. Dobbiamo fare autocritica come popolo perché ancora una volta non abbiamo capito che dietro ai proclami identitari di gente come Soru e Cappellacci non c’è nient’altro che il nudo interesse coloniale.
Dobbiamo fare autocritica perché ancora, come popolo, non abbiamo compreso che la liberazione della nostra nazione, il suo successo nel mondo, la sua risalita dalla china economica e civile non sarà opera di questa gente.
Soltanto un movimento di liberazione nazionale serio e coeso su un programma di importanti riforme strutturali potrà darci nuovamente fiducia. Soltanto una lotta di liberazione nazionale basata sulla chiarezza potrà spazzare via la confusione e l’opportunismo su cui personaggi di ogni genere progettano fortune e successi personali, di casta o di combriccola sulla pelle e sull’umiliazione delle genti di Sardigna.
Soltanto il rafforzamento della sinistra indipendentista sarda potrà avviare questo percorso che è l’unico che permetterà ai lavoratori sardi di rientrare in possesso della loro dignità di popolo e dell’insieme delle loro ricchezze economiche, naturali, umani e civili rompendo con il sistema dei partiti italiani e con le illusioni che quotidianamente vengono pompate a reti unificate da stampa, scuola e televisione.
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