a Manca pro s'Indipendentzia

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Mercoledì, 01 Ott 2014
Lunedì 06 Febbraio 2012 15:15

Indipendenza o barbarie

Indipendenza o barbarie



Bogadiche, Sardigna, s’Istivale

Ca ti faghet andare sempre a topu:

s’Istadu italianu no est nostru,

petzi ti tenet pro t’irfruturare.

Fàghhendi onorare libbertade istimada:

Fortza, Sardigna, pèsadi e camina!

Mario Pudhu.


Fare chiarezza. Purtroppo bisogna notare che la questione del pieno raggiungimento della sovranità economica, politica e giuridica della nazione sarda non è mai stata analizzata in termini scientifici e strutturati, nemmeno da coloro che hanno dedicato la vita alla lotta patriottica e che hanno posto le basi all’indipendentismo moderno. In pochi hanno cercato di fare chiarezza, di lavorare in termini scientifici sui concetti di «nazione sarda», «sovranità», «colonialismo» e le migliori energie spesso sono andate dilapidate o sono state attratte dai poli opposti di un sardismo generico e multiforme e di un marxismo astratto, libresco, cosmopolita e d’importazione. Modelli teorico-politici unilaterali e incapaci di leggere la realtà storica e sociale della questione nazionale sarda. Sono da ricondurre principalmente a questa lacuna le cause della confusione politica ed organizzativa in cui hanno potuto trovare giustificazione molte delle posizioni opportunistiche le quali sono riuscite agilmente a pescare nel torbido della coscienza identitaria del popolo sardo per ottenere vantaggi personali di ogni genere. Fare chiarezza è sempre il compito ineludibile di chiunque voglia procedere alla trasformazione della realtà e, in Sardegna, sembra arrivato il momento di mettere le cose a posto, precisando i termini storici, filosofici e politici d’insieme che costituiscono la questione nazionale sarda. Ma fare chiarezza non può significare solo scrivere articoli lucidi e ben articolati o compilare studi “informativi” sulle principali contraddizioni che riguardano la nostra terra e il nostro popolo, bensì anche e soprattutto porre al centro del dibattito politico la continuità e la reciprocità fra l’analisi teorica e la prassi politica e organizzativa, sottolineando il fatto che ad una teoria anticolonialista deve conseguire necessariamente una pratica anticolonialista. Fare questo significa tracciare con coraggio e, senza paura di inimicarsi nessuno, una linea divisoria molto netta fra le forze sociali e intellettuali sarde che aspirano ad un cambiamento strutturale dei rapporti di forza e di potere fra il Popolo sardo e lo Stato italiano e quel blocco variegato e variopinto che non aspira a questo cambiamento e che si muove anzi su un livello culturale, politico e organizzativo interno agli ingranaggi coloniali, accettando come orizzonte filosofico e geopolitico di riferimento quelle stesse premesse che noi intendiamo mettere in discussione, infrangere e finalmente sovvertire. Fare chiarezza significa anche incalzare gli attori del panorama politico sardo ricordando loro ogni giorno che è finito il tempo dei sofismi e delle ambiguità e che ognuno è e sarà chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte davanti al nostro popolo.

Stato e Nazione. Innanzi tutto risulta utile partire da un punto che è la chiave di volta di tutto il ragionamento sulla questione indipendentista che intendo svolgere qui. L’Italia è uno stato plurinazionale, storicamente formatosi appena 150 anni fa a partire da concreti e storicamente determinati interessi di classe della borghesia piemontese in espansione fra Settecento e Ottocento. Vale a dire è il risultato dell’attività politico-militare di uno dei nuclei fondativi, (anche se non in funzione trainante), del capitalismo imperialistico moderno. L’Italia dunque non è l’emanazione di un’idea platonica, ma uno strumento giuridico, politico e militare espresso da una determinata classe: la borghesia piemontese alleata con le classi possidenti e feudali del Meridione della penisola e con gli altri stati colonialisti europei. Un’analisi critica della formazione dello stato italiano e, a maggior ragione, un’analisi materialistica storica, avrebbe dovuto spiegare a chiare lettere lo svolgersi di un tale processo e non assumere il punto di vista storiografico borghese-italiano. Se prendiamo invece i documenti della svolta di Salerno, quindi i testi di uno dei momenti fondamentali della storia del PCI, ci rendiamo conto di come l’analisi non fosse in alcun modo né materialistica né storica, ma idealistica e agiografica, ricalcando posizioni di tipo più positivistico-evoluzionistiche che dialettiche e critiche:

«preoccupato di difendere e rinsaldare l’unità politica e morale della nazione, il partito è contrario ad ogni forma di organizzazione federativa dello stato, poiché vede in essa un pericolo per l’unità così difficilmente e tardivamente conquistata»[1]

Lo Stato italiano, da strumento di coercizione di classe, diventa nei documenti dei comunisti italiani, baluardo da difendere e conservare ad ogni costo e tabù ideologico e teorico indiscutibile. Lascia perplessi anche l’identificazione fra «stato» e «nazione» priva di qualunque giustificazione scientifica e che ricalca le necessità geopolitiche delle classi dominanti di spacciare come veritieri miti storiografici basati su una inesistente omogeneità etnica interna agli stati formatisi in Europa a partire dalla disgregazione del potere imperiale. In Europa soltanto Portogallo e Islanda possono vantare di essere nazioni, tutti gli altri stati mantengono al loro interno tensioni nazionali e comunitarie più o meno marcate[2]. La colonizzazione economica, l’alienazione nazionale, l’imperialismo linguistico non sono problemi che riguardano solo le colonie o le ex colonie del Sud America o dell’Africa, bensì ampie zone marginali o represse dislocate nel cuore stesso dell’Europa, cioè all’interno degli stati e dei potentati economici che hanno scritto la storia dell’Occidente. Questo fatto era stato compreso in termini economici dai nuovi meridionalisti i quali, negli anni settanta, facevano notare, con argomenti ben fondati, che la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata più facilmente nell’ambito di uno spazio economico unitario (Italia unita o Commonwealth non fa differenza), spazio che ovviamente doveva essere dominato dalle leggi e dalle istituzioni del capitalismo[3]. Semplicemente stando a queste poche tracce, appare chiaro come il ragionamento sviluppato dai “marxisti” unionisti fosse tutt’altro che critico o rivoluzionario, ma si appiattisse anzi sulle meschine necessità della ragion di stato colonialista e adottasse il punto di vista della borghesia italiana, ricalcando la parzialità dei suoi miti storiografici, come nel caso dell’incomprensibile esaltazione di figure assai discutibili e antipopolari come Mazzini e Garibaldi. Un “marxismo” antidialettico che faceva (e continua a fare) proprie le linee di sviluppo politico fondamentali funzionali all’espansione dei mercati capitalistici, le quali sono impensabili senza la creazione di uno stato unitario e senza il controllo manu militari delle zone riottose e ribelli. In questo senso la posizione dei comunisti italiani, (e in generale di tutta la sinistra italiana, dagli anarchici di varia natura ai socialdemocratici), non si differenzia dai volgari proclami del generale Alfonso Lamarmora il quale, a pochi anni dalla proclamata unità, vantava la supremazia dell’Italia sull’Austria, affermando che «l’Italia è una, ha un’unica religione, un’unica lingua, una patria sola, a fronte della quale l’Impero Austriaco è un amalgama di popoli e lingue, religione e tendenze» [discorso pubblico, 30 novembre 1864]. Monarchici e comunisti unionisti fanno comunella nel negare l’esistenza di una nazione sarda e la schiacciano sotto il tallone di ferro di uno Stato che concepiscono come necessità ineluttabile della storia e unica prospettiva di civiltà e modernità. Eppure la nazione sarda esiste al di là del mondo di carta di simili proclami, dimostrando di essere assai più longeva e resistente dei suoi becchini. Nel corso dei millenni infatti si è stabilizzata in Sardegna una comunità abbastanza omogenea in cui- per dirla con le parole di Simon Mossa ˗ «le differenti civiltà importate dalle successive dominazioni si sono perfettamente fuse le une con le altre, secondo una stratificazione equilibrata, per cui il popolo risultante oggi ha caratteristiche sue proprie, simili a quelle di altri popoli mediterranei, ma perfettamente distinte»[4].

Da una parte abbiamo dunque un accordo sovranazionale di classe che ha pianificato e costruito una Stato proprio, (quella che noi oggi chiamiamo impropriamente “Italia”), dall’altro una Nazione e una Civiltà oppressa che, nonostante le cicliche insurrezioni contro l’invasore, è stata incapace di esprimere una compiuta dirigenza politica che la guidasse sul sentiero storico della sovranità e dell’autogoverno. Il rapporto fra borghesia “italiana” e nazione sarda è stato e sarà in futuro conflittuale, al di là dei proclami di pacificazione dei mediatori di professione. Questo è un punto fondamentale e insuperabile nel ragionamento sulla necessità teorica e pratica di procedere in direzione indipendentista, sgombrando il campo da ogni altra “soluzione” opportunista e confusionaria: il rapporto fra Stato italiano e Nazione sarda è contraddittorio e dialettico prima ancora che per ragioni economiche, linguistiche, giuridiche e politiche legate all’attualità, a causa di profonde ragioni legate alla sua genesi storica. Ciò significa che il rapporto è antagonistico non in superficie ma in profondità e non si può pensare di risolverlo in maniera superficiale o parziale. elaborando soluzioni di compromesso che non farebbero altro che allungare il tempo dell’agonia rendendo più incruenta la fine della nostra civiltà.

I vicoli ciechi. Dopo aver sciolto l’«equivoco» storiografico [e politico] dell’identificazione fra Stato (italiano) e Nazione (sarda)[5] e aver iniziato a fare luce sulla carica dialettica di tale rapporto, è necessario affrontare un equivoco ancora più insidioso che ha abbagliato anche molti onesti autori e dirigenti organici ai bisogni di riscatto del nostro popolo. Bisogna cioè fare chiarezza sulla reale valenza di concetti di scienza politica che spesso vengono utilizzati, (consapevolmente o inconsapevolmente), come sinonimi in un rapporto di reciproca mutualità, quando invece rappresentano posizioni ed interessi ben precisi che nella realtà sono aspramente dialettici e denotano campi di appartenenza ostili e conflittuali: «regionalismo», «autonomismo», «federalismo», «soberanismo» e «indipendentismo». In assoluto non è certo detto che ogni nazione debba per forza di cose lottare e ottenere una sua forma statuale esercitando l’indipendenza politica e giuridica. Ci sono moltissimi casi nel corso della storia in cui è anzi preferibile lavorare per una confederazione di popoli e, in termini di prospettiva globale, è giusto battersi perché il consorzio umano sia tutto riunito in una super confederazione di etnie e civiltà diverse, ognuna delle quali sia messa in condizione di collaborare al progresso dell’umanità in termini culturali, economici e politici, seguendo le sue particolari inclinazioni e confrontandosi in maniera diretta e paritaria con tutti gli altri popoli. Un progetto questo che il socialismo scientifico ha avuto il merito di individuare nella formula dell’internazionalismo proletario Al contrario del cosmopolitismo illuminista, fondato sull’individualismo borghese e sulle necessità geopolitiche proprie degli stati europei coloniali, l’internazionalismo proletario auspicava infatti l’abbattimento degli stati capitalistici ed imperialistici, il superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la creazione di una confederazione mondiale dei lavoratori suddivisi fra tutte le diverse reali nazionalità che popolano il pianeta. In questa prospettiva ha senso parlare di «federalismo», «regionalismo», «autonomismo», «soberanismo», perché, in questo orizzonte ideale, tutti i popoli saranno allo stesso tempo autonomi e confederati. Ma a questo bisogna ovviamente arrivarci attraverso lo scioglimento delle contraddizioni e non attraverso una loro rimozione artificiale e verbale. Le contraddizioni, quando esistono, vanno risolte non a parole o in termini accademici (come fanno i federalisti e gli autonomisti in Sardegna), ma in maniera pratica attraverso una lotta pratica che coinvolga le più ampie energie e ogni contraddizione va risolta con un metodo diverso. Quando ci troviamo in presenza della contrazione coloniale e nazionale, risulta profondamente sbagliato sia rispondere in termini genericamente classisti, (lotta di classe metropolitana), sia in termini autonomistici e federalistici (generiche e pragmatistiche rivendicazioni identitarie od economiche). Entrambi gli approcci non risolvono la contraddizione coloniale ma la diluiscono, non propongono al popolo il problema in termini chiari, ma gli confondono le idee, non mirano ad una sua effettiva emancipazione ma ne affossano la conflittualità, collaborando di fatto a consolidare il progetto di sottomissione e di sfruttamento colonialista. Spacciare in Sardegna queste prospettive come «liberatorie», anche se lo si fa nei termini di tappe intermedie di conduzione verso la conquista di più ampie libertà, significa soltanto non aver ben chiara la situazione o voler pescare nel torbido, approfittando della confusione determinata dal senso di impotenza e di sconfitta del nostro popolo. Lemmi come «regionalismo», «autonomismo», «federalismo», «soberanismo» relazionati alla questione sarda non indicano affatto vie di liberazione, ma soltanto vicoli ciechi nebbiosi e fuorvianti che per di più risultano irrealizzabili, utili forse a molti dirigenti sindacali e politici per giustificare la loro ritirata e la rinuncia a condurre con il necessario vigore lo scontro con lo stato coloniale, ma completamente inutile ad avviare a soluzione le contraddizioni storiche che hanno portato allo sfruttamento intensivo di tutte le risorse nazionali della Sardegna e che hanno condannato il nostro popolo a servire a testa bassa in uno stato di semi schiavitù. Entrando in media res è necessario prendere di petto due concetti di scienza politica che sembrano avere molta importanza nell’attuale dibattito sardo, vale a dire quello di «autonomia» e quello di «federalismo». Come è noto a chi conosca i lineamenti fondamentali della storia sarda e italiana, i piemontesi si distinsero dagli spagnoli per un marcato centralismo concentrando tutti i poteri nelle mani dei delegati regi ed esautorando le istituzioni autonomistiche del Regnum Sardiniae. Il rifiuto di ogni più blanda rivendicazione autonomistica, la repressione dei moti patriottici del «partito angioyano», lo stato di guerra e guerriglia che si protrasse per i decenni successivi, le “riforme” in senso classista e coloniale della terra e della proprietà, le politiche doganali di condanna dei principali settori di esportazione dei prodotti sardi[6], la beffa della “perfetta fusione” (1847), il disboscamento, la riforma universitaria e il controllo militare, fino all’annessione allo stato unitario, (senza neppure il paravento plebiscitario), sono le tappe della prima penetrazione colonialistica nell’isola in direzione marcatamente centralistica e capitalistica. Nell’atto della sua formazione lo stato piemontese-italiano si dimostra del tutto disinteressato a creare una confederazione di popoli liberi e paritari e orientato piuttosto a cancellare non solo la loro libertà, ma tout cour la loro esistenza. Le cose non cambiano durante il ventennio fascista e precipitano nel secondo dopoguerra con l’Italia repubblicana, liberata dal nazifascismo, ma certamente non dal cancro colonialista e con a capo gli stessi interessi di classe, (spesso le stesse famiglie con gli stessi cognomi), che avevano dato vita al Regno Sardo-Piemontese, all’Italia Monarchica e all’Italia Fascista. Unica differenza rispetto al passato è uno statuto autonomistico che anche il democristiano Giovanni Lilliu, in più occasione e pubblicamente, ha avuto modo di tacciare come «zoppo», «moderato», «piccolo borghese» e di esclusivo «riassetto capitalistico»[7]. Una autonomia “concessa” dai padri costituenti a rimorchio di quella siciliana ed intesa come strumento di perequazione economica con il ricco Nord, vale a dire come mero e momentaneo escamotage per livellare le condizioni dell’isola a quelle delle altre “regioni” continentali e non come possibilità di autogoverno e di sviluppo storico in senso insieme economico, civile, politico, culturale e giuridico[8].

Un debole decentramento amministrativo che, non a caso, Simon Mossa, nel giro dei suoi convegni indipendentisti, non ebbe problemi a definire «formale, ridicolo se non inesistente» e che anzi egli individuava come la causa diretta dello «stato di confusione», della «caduta economica inarrestabile, con il fenomeno dell’abbandono sempre crescente delle campagne», dello sviluppo ineguale e combinato di «zone in forte espansione economica contro altre zone in via di costante degradazione e impoverimento» e, in generale, dell’acuirsi del malessere sociale e politico e dell’opera di «snazionalizzazione genocida» perpetrata dallo stato occupante nei confronti del popolo sardo. L’autonomia ˗ secondo la sua lucidissima analisi ˗ era in realtà non uno strumento di emancipazione parziale, ma l’insieme delle catene giuridiche che impedivano al popolo sardo di procedere ad una «pianificazione realistica e – allo stesso tempo – avveniristica» dell’economia sarda in direzione dell’apertura alla modernità e dell’impossibilità di fare riforme strutturali sul punto fondamentale dell’economia. Mossa si spinge anche più in là e stabilisce un nesso organico fra le istituzione “autonomistiche” e la seconda fase della penetrazione colonialistica nell’isola, (dopo quella piemontese), ovvero il legame solidissimo fra capitalismo protetto e assistito e istituzioni autonomistiche:

«ma ciò che più ci avvilisce è il fatto che l’Italia ha impostato tutta la sua politica economica e la programmazione in termini chiaramente capitalistici, per cui qualsiasi intervento di solidarietà nazionale nei riguardi della Sardegna si risolve in un rafforzamento del neo-colonialismo che già ci soffoca. Diminuisce in altri termini la nostra libertà individuale e collettiva, a vantaggio dei nuovi feudatari industriali. E non possiamo fare riforme. Se avessimo invece uno stato saremmo noi a dirigere la politica economica e la pianificazione, saremmo noi a fare le riformi sociali, a far cessare il regime coloniale. La rivoluzione sociale non è dunque possibile senza la conquista dell’indipendenza. Ed è solo con l’indipendenza che […] possiamo disporre ben diversamente del nostro destino»[9]

Purtroppo Mossa non ha sistematizzato queste brillanti intuizioni e purtroppo non disponiamo neppure di una edizione integrale dei suoi appunti e dei suoi scritti, operazione che sarà necessario favorire al più presto. L’architetto algherese in questo scritto individua con sorprendente lucidità i termini del problema, smantellando le illusioni autonomistiche e affermando con chiarezza che, allo stato attuale delle cose, non è possibile porre il problema economico e sociale senza porre il problema della sovranità e che, a sua volta, va posto nei termini della fondazione dello Stato. Abbandonare e superare il concetto di «autonomia» ponendosi nel campo della lotta partigiana per l’indipendenza, significa ˗ utilizzando non a caso un lessico gramsciano ˗ fare «grande politica» e non «diplomazia» o «piccola politica». In Sardegna fare «grande politica», date queste determinate condizioni storiche ed economiche che hanno stabilito l’affermarsi di modelli economici di natura schiettamente esogeni, implica posizionarsi nel campo patriottico e occuparsi di «questioni connesse con la fondazione degli Stati e per la fondazione e la difesa di una struttura sociale e politica»[10] di tipo nuovo. Fare chiarezza su questo è un nostro dovere improcrastinabile: noi dobbiamo occuparci dell’emancipazione e del riscatto nazionale della classe lavoratrice sarda lasciando una volta per tutte e senza rimpianti agli opportunisti, ai riformisti del centralismo di ogni genere le «questioni parziali e quotidiane all’interno di una struttura già stabilita» e le varie «lotte di preminenza tra le diverse frazioni di una stessa classe politica»[11], cioè della classe politica italianista di tutti gli orientamenti. L’«autonomia regionale», che periodicamente qualcuno vuole riscrivere, rivisitare, aggiornare, resuscitare, non è stato altro che lo strumento giuridico e politico di oppressione colonialista e in questo caso non appare corretto parlare di «fallimento» o di «delusione» del progetto autonomistico, nella misura in cui mai si era andati sulla strada della conquista della sovranità e mai lo Stato italiano si sarebbe sognato di fare concessioni in tal senso ad un sua colonia interna, oltretutto adibita, anche da accordi internazionali, ad area strategica militare dell’imperialismo NATO[12].

Strettamente correlata all’«autonomia» sta la voce «federalismo» di cui è necessario occuparci in maniera analitica. Il dizionario Garzanti della lingua italiana definisce in maniera limpida il suo significato. Federalismo è la «dottrina politica favorevole alla federazione di più stati e ispirata a un ideale di pacifica convivenza tra i popoli». Un ideale nobile e giusto a cui tendere, ma che non riguarda e che non può riguardare la condizione di un popolo oppresso da uno Stato ostile e straniero che ne ha storicamente inibito la cultura e l’economia, occupando i suoi territori con la forza ed esercitando fra le sue genti una sistematica repressione poliziesca e una spaventosa opera di snazionalizzazione. La federazione avviene fra soggetti paritari che scelgono volontariamente di consorziarsi in vista di un ideale e di un percorso comune, stabilendo rapporti basati sul rispetto e sulla dignità reciproca (v. l’ideale federativo della «pace perpetua» di Kant). In questo senso è impossibile parlare di federalismo fra popoli e stati oppressori e popoli oppressi e colonizzati, perché nessuno vorrebbe federarsi con i propri carnefici. I sostenitori del federalismo in Sardegna, a partire da Lussu e Bellieni, hanno commesso un errore logico grossolano, trascurando di chiarire che o la federazione avviene fra popoli equipollenti o tramite accordi diplomatici tra stati sovrani. Il celebre slogan di Lussu “libera repubblica sarda nello stato federale italiano” possiede certamente una notevole carica affascinante, ma non significa nulla non appena viene tradotta in termini di scienza e pratica politica. Per federarsi allo Stato federale italiano, la «libera repubblica sarda» dovrebbe prima esistere, (ed esistere come stato sovrano, vale a dire indipendente). Di solito noi indipendentisti veniamo accusati di essere utopisti senza speranza, ma credo che sia evidente che quanto a carica utopica (ed astrattezza, se non vogliamo parlare in alcuni casi di aperta malafede retorica), i federalisti ci battano, in quanto compiono un doppio salto carpiato logico andando ben oltre l’indipendenza e proclamando oltre ad essa anche una federazione tra stati. In realtà la posizione federalistica ed autonomistica maschera la medesima ragion di stato delle più rigide e ciniche posizioni centralistiche, ricoprendo di una patina più accettabile e digeribile una realtà di per sé difficilmente accettabile per i palati fini dell’intellighenzia sarda, ovvero che l’unica speranza di sopravvivenza del popolo sardo è la rottura popolare con lo stato coloniale italiano e che l’unica speranza di riscatto non sta nelle formule dei giuristi o nelle invenzioni degli intellettuali, ma nella lotta delle masse sarde per la rivoluzione nazionale.

Anche in questo caso Simon Mossa aveva colpito nel segno, abbandonando presto la posizione sardista del federalismo «dentro» lo Stato e proponendo una dirompente formula di «etnofederalismo» fra nazioni oppresse dell’Europa, (che Mossa chiamava «terzo mondo europeo»). Un federalismo che sarebbe necessariamente passato attraverso la rottura dei popoli oppressi con gli stati oppressori attraverso un’aspra lotta di liberazione nazionale condotta con qualunque mezzo richiesto dalle concrete condizioni storiche (dalla lotta non-violenta all’insurrezione armata). Insomma una internazionale dei popoli in lotta e, non un federalismo di conservazione delle forme-stato coloniali. Mossa aveva capito bene anche il carattere imperialistico e colonialista del processo di unificazione europea che, a mio avviso in maniera contraddittoria, molti indipendentisti sardi, continuano erroneamente ad invocare come “arbitro” del diritto all’autodeterminazione. Infatti Mossa oppone proprio al «federalismo europeo degli stati» un «federalismo europeo fra i popoli», aperto al dialogo con i paesi e i popoli in via di decolonizzazione che si affacciano sul mediterraneo. (sono gli anni Sessanta!), all’est, al Medioriente e al nord Europa. Il federalismo statale o tra stati è un «sistema chiuso» e in effetti si tratta di un’«arida operazione di concentrazione di poteri e di nazionalismi»[13], all’interno della quale non vi è posto né per le etnie e le nazioni senza stato, né per una nuova struttura sociale, dato che fin dall’inizio il federalismo europeo è la grande casa «dei Rotschild, dei Krupp, degli Agnelli, dei fratelli Michelin in una parola dei grandi operatori finanziati ed industriali che dominano i beni di produzione e l’economia». Anche in questo caso non bisogna commettere l’errore di confondere le esigenze dei grandi consorzi di proprietari e speculatori, (che Mossa ha il coraggio di chiamare per nome e cognome), con la libera e armonica convivenza dei popoli che dovrebbe essere la strada maestra del «federalismo». Il federalismo ˗ quello vero ˗ avviene tra genti libere, sovrane, indipendenti e non in regime di sfruttamento coloniale o di aggressione imperialista. Soltanto i popoli liberi accomunati da interessi reciproci e proiettati verso un progresso che non implica la distruzione e la sottomissione di nessuno fra gli attori del progetto federativo, possono decidere di federarsi come e quando vogliono. Una condizione che evidentemente non è soddisfatta né all’interno dello stato coloniale italiano, né circa il processo “federativo” dell’Unione Europea. Non di federalismo in questi casi si può parlare ma di colonialismo e assimilazione forzata!

La cultura della sconfitta e la vera indipendenza. Un terzo nodo da sciogliere è sicuramente il modo di intendere l’opzione indipendentista. Una parola agitata nel dibattito politico sardo più in termini suggestivi ed evocativi che in chiave scientifica e precisa. Cosa significa raggiungere l’indipendenza? Indipendenza da chi e da cosa? Penso che la nostra posizione debba emergere con nettezza. Vista la natura capitalistica, borghese e colonialista della dominazione italiana in Sardegna, ogni discorso indipendentista che prescinde da un serio ragionamento sul socialismo non può che essere prima o poi riassorbito in un discorso autonomistico, federalistico, regionalistico, identitario, folkloristico e, in una parola, andare a retroagire in maniera depotenziata ed innocua, su alcuni marginali aspetti del rapporto Nazione Sarda – Stato Italiano, rallentando o ammansendo le reali energie dialettiche in campo. Non è questo il luogo di procedere ad una analisi compiuta della penetrazione capitalistica nell’isola, analisi le cui tracce fondamentali si possono però ritrovare nella parte storica della Commissione Medici (Commissione parlamentare sul banditismo, 1972), redatta dall’onorevole Pirastu (PCI), il quale isola con estrema lucidità la politica della «costante antipastorale» da parte dello stato piemontese-italiano, mettendo bene in luce il carattere indotto ed esogeno dei processi di accumulazione capitalistica avvenuti sulle spalle dell’isola. Tutte le operazioni economiche dal Settecento ai giorni nostri sono state orientate al drenaggio delle risorse nazionali sarde verso l’esterno, come nei casi della recinzione delle campagne comunali, dell’abolizione del feudalesimo e dello sbarco nell’isola degli industriali caseari, ecc... L’analisi di Pirastu era orientata a giustificare la bontà degli insediamenti chimici nell’isola perfettamente in linea con il “comunismo” colonialistico ed antimarxista del PCI, ma il suo metodo di indagine (di per sé lucido e critico), può essere perfettamente esteso agli stessi insediamenti industriali, all’ampliarsi dell’area dei servizi e alle politiche di sfruttamento turistico. Pirastu sostiene che fino agli anni settanta il rapporto fra Sardegna e Italia era stato di matrice coloniale. La storia degli ultimi 40 anni non fa certo eccezione e anzi i meccanismi e i processi della colonizzazione si sono intensificati ed aggravati sotto tutti i più importanti aspetti. C’è un filo rosso infatti fra tutte le principali scelte di politica economica operate dai diversi governi e dalle diverse forme-stato piemontesi e italiane che si sono succedute dal 1713, (data dell’insediamento dei Savoia), fino ad oggi. Una tale costante è la penetrazione capitalistica in una terra estremamente refrattaria a questo tipo di modelli economici, né più né meno come lo era stata nei confronti dell’importazione del feudalesimo aragonese e spagnolo[14]. Possiamo anzi affermare che le ultime due colonizzazioni di cui è stata vittima la terra sarda, (catalano-aragonese e piemontese-italiana), sono state caratterizzate dall’introduzione forzata e verticale di modi di produzione estranei ai bisogni e alle esigenze dell’Isola. L’imposizione feudale (catalani-spagnoli) e l’imposizione capitalistica (piemontese-italiana) non possono a rigore neppure essere chiamati “modi di produzione”, risolvendosi anzi in sistemi improduttivi e non competitivi, utili a realizzare l’annichilimento «dell’assetto sociale tradizionale» e la disarticolazione delle «preesistenti forme di aggregazione sociale e politica, quale condizione basilare nel quadro del processo di colonizzazione del territorio della Sardegna»[15]. Tradotto in termini di analisi politica ciò significa che le principali scelte di politica economica negli ultimi sei secoli, (per non andare troppo indietro), sono state indotte e decise dai padroni coloniali e che il popolo sardo non ha mai potuto decidere, nemmeno tramite “moderate” forme di rappresentanza, un proprio andamento economico e nemmeno le regole del “gioco” produttivo, le quali sono state anzi imposte con la forza dagli eserciti stranieri. Parlare di indipendenza significa dunque parlare della necessità di liberarsi dalle strettoie di questi modelli e affermare una via autonoma al progresso economico e alla modernità. In questa prospettiva forse potranno essere rilette le parole del giurista Domenico Alberto Azuni che, in un saggio del 1798 in lingua francese, paventava uno sviluppo proprio all’economia sarda, evidentemente in contrapposizione alle recenti vicende repressive dei moti antifeudali che avevano stroncato nell’isola, (almeno momentaneamente) ogni impulso di libertà e autogoverno in campo economico e politico:

«il mio unico scopo è di richiamare la nazione sarda allo studio dell’economia politica e di eccitarla a volgere tutte le sue cure al commercio, all’industria, alla manifattura e alla navigazione. La posizione di quest’isola al centro del mediterraneo, fra i due grandi continenti di Europa e Africa, la molteplicità dei suoi prodotti, di cui una notevole eccedenza può essere esportata, la sicurezza dei suoi porti, la ricchezza dei suoi mari, debbono insegnarle che essa è destinata dalla sua natura ad occupare una parte cospicua tra gli stati del mondo dediti al commercio»[16]

Anche se Azuni non esplicita un programma “indipendentista”, non si può ignorare il fatto che parli di “nazione sarda” e della necessità di liberare le forze produttive di questo popolo e riconquistare la posizione privilegiata dell’isola di crogiuolo fra culture ed economie diverse e di punto di incontro fra due continenti. Sono gli anni dell’esilio di Angioy, delle battute dei dragoni piemontesi a caccia dei patrioti rivoluzionari e del consolidamento in Sardegna di una classe politica asservita e passiva la quale ha preferito di gran lunga rinunciare ad ogni ruolo attivo nella costruzione dello stato, (affossamento del manifesto dei 5 punti), piuttosto che assistere alla sollevazione delle masse popolari urbane e delle campagne. Si tratta solo di un esempio, che ci fa però capire bene come la questione della sovranità politica non possa essere posta senza mettere in discussione la destinazione economica voluta e imposta dal colonialismo. Ecco perché un solido dirigente rivoluzionario come Angioy, venuto a contatto con il malessere delle campagne, comprese subito la necessità di centrare tutto sulla parola d’ordine di «abolizione del regime feudale». Non si trattava solamente di una questione economica perché si andava a colpire il cuore stesso dell’imposizione di un modello societario straniero e imposto con la forza delle armi, mettendo in discussione non solo la proprietà assenteistica della terra e le ridicole imposte, ma anche e soprattutto il regime di dipendenza che legava la terra dei sardi alle avventure del nuovo stato piemontese in formazione. Allo stesso modo oggi una «rivolta contro la colonizzazione» non può prescindere dalla messa in discussione del regime borghese e capitalistico, andando a colpire gli interessi di quei personaggi che, non a caso, Simon Mossa chiamava «nuovi feudatari industriali», individuando lucidamente il cordone ombelicale che lega il feudalesimo di importazione aragonese-spagnolo con il capitalismo d’importazione piemontese-italiano. Come per Leonardo Alagon e Giovanni Angioy era impossibile combattere spagnoli e piemontesi senza mettere in discussione il feudalesimo, per noi oggi è vano combattere l’Italia senza mettere in discussione il capitalismo, dal momento che è questo e non altro la «modernità» che i padroni italiani e i loro sostenitori si vantano di aver portato: tecniche moderne di sfruttamento tramite la truffa legalizzata e la spoliazione delle nostre risorse nazionali a loro vantaggio! Questo punto è stato posto nuovamente al centro del dibattito politico ˗ in termini molto precisi e che non lasciano spazio a nessuna ambiguità ˗ nel corso dei lavori del II Congresso di A Manca pro s’Indipendentizia (2008). Nel punto del programma sintetico dedicato all’economia si colgono i lineamenti fondamentali dell’accelerazione colonialistica a partire dagli anni Ottanta:

«Il colonialismo dello Stato italiano è entrato in una nuova fase: si è passati negli ultimi decenni da una fase di sfruttamento ed espropriazione delle risorse, di impianto forzato di una struttura industriale di tipo “pesante” ad un utilizzo del territorio nazionale come area di servizi del capitalismo internazionale ed al tentativo di sopprimere qualsiasi attività economica autonoma non integrabile e di qualsiasi forma di autogestione delle risorse e di autoconsumo. Il mondo del lavoro in Sardigna è colpito pesantemente dalla ristrutturazione capitalistica, dalla deriva liberista che sta coinvolgendo tutti gli apparati lavorativi nelle aree del mondo a capitalismo avanzato, vengono di fatto smantellate le certezze conquistate dai lavoratori negli anni passati. Ma altresì la Sardigna continua a subire il dominio coloniale dello Stato italiano supportato in maniera decisa dai vincoli imposti dalla UE» [Tesi, Nugoro, 2008]

I dirigenti dell’organizzazione della sinistra indipendentista sarda individuavano allora i punti di frizione di questa evoluzione, anticipando e prevedendo l’«esplosione» successiva alla crisi internazionale, in cui il sistema industriale sardo è completamente saltato, dimostrando tutta la sua fragilità strutturale, la sua invasività rispetto ad un tessuto produttivo e ad un patrimonio di risorse nazionali e di strumenti totalmente estraneo a quelle scelte. I lavori congressuali del 2008 di aMpI stabilivano in maniera più chiara che mai la necessità di lavorare ai fianchi il regime colonialistico, denunciando che non di «modello di produzione» si trattava, bensì di apparati di sistematica rapina e di creazione di un gigantesco apparato «assistenziale», «improduttivo» e «truffaldino»[17], finalizzato alla destinazione dell’isola ad «area dei servizi» e «zona franca del capitalismo industriale italiano e multinazionale» [Tesi, Nugoro, 2008]. Un marxismo quello di aMpI che ritorna finalmente ad essere strumento di comprensione delle reali contraddizioni che caratterizzano la realtà sarda e che batte in breccia le deviazioni economicistiche e scioviniste dei “comunisti” di facciata. Un esempio di questa impostazione è il valore «oggettivamente anticolonialista» dell’intero comparto agro-pastorale, poiché l’annientamento dell’economia sarda e la sua sostituzione con modelli estranei e meglio gestibili, è stata sempre una delle massime preoccupazioni dei dirigenti colonialisti. Mettere in ginocchio l’economia millenaria dei sardi significava mettere in ginocchio la struttura sociale del popolo sardo e procedere ad un’opera di snazionalizzazione sistematica e genocida i cui effetti stanno iniziando ad essere palesi. Là dove l’Italia e i suoi modelli di influenza economica, culturale e politica, sono maggiormente riusciti a farsi strada, incominciamo a scorgere nitidamente una pianura brulla senza appigli, un deserto senza oasi o ripari che si manifesta in una brutale incapacità di concepire il futuro e in una cieca volontà di auto annientamento e fuga[18]. Un costo antropologico salatissimo che verdeggia sugli infami liquami della cultura della sconfitta e della disperazione su cui managers e politici italianisti ed unionisti o confusionari profeti disarmati del sardismo diffuso, pronti al compromesso e all’«alleanza tattica» per «battere le destre» o le sinistre italiane, costruiscono le proprie fortune personali e le proprie scalate alle segreterie di partito o alle cattedre universitarie. E appunto la «cultura della sconfitta» che in Sardegna viene sempre fuori non appena qualcuno cerca di riorganizzare le fila della resistenza patriottica trova espressione nel motto, (non a caso spagnolo), “poco, locos y maleunidos”. Questo penoso slogan, ripetuto a pappardella in ogni contesto e buono per ogni occasione, è il più robusto veleno ideologico che è nostro compito estirpare, denunciando che non ha assolutamente a che fare con la «natura dei sardi», ma che al contrario è la sintesi dell’ideologia dei dominatori. Sono ancora validissime a questo proposito le parole di Mao Zedong sulla necessità di «bandire dalle nostre file ogni ideologia fiacca e sterile»[19].

In piena industrializzazione forzata Simon Mossa indicava percorsi di sviluppo diversi, esattamente come aveva fatto Azuni all’indomani delle forche innalzate dai Savoia e dai loro alleati “sardi” contro ogni cambiamento politico ed economico. L’economia di sussistenza agropastorale aveva in sé i germi di una sua evoluzione e profonda ristrutturazione e, se il progetto indipendentista e socialista da lui propugnato avesse avuto la forza di farsi strada, sarebbe stato il primo nucleo di una «riforma di struttura di tipo collettivistico» basata sull’«abolizione della proprietà della terra» e sulla «costruzione di aziende collettive moderne in cui prevalga una forma cooperativistica avanzata»[20]. Conquistare ed ottenere l’indipendenza significa acquistare i poteri della sovranità statuale e poter varare riforme sulle condizioni di produzione economica e di gestione globale dell’isola. Una analisi che riteniamo attualissima, aggiungendo però che appare inutile aspirare alla fondazione di uno stato nuovo se non ci si pone nell’ottica di coinvolgere la parte lavoratrice del nostro popolo stimolandola ad irrompere nella sua storia finalmente in qualità di protagonista. L’indipendenza, quella vera, assume una forma concreta e non fumosa e chimerica, solo se si concretizza nella lotta per la costruzione dello stato dei lavoratori sardi, di quello strumento di coercizione giuridica, politica, economica, culturale e militare capace di imboccare un cammino radicalmente differente rispetto al passato coloniale. Non bisogna mai dimenticare infatti che, soprattutto in alcuni momenti congiunturali della nostra storia, la borghesia e le elites politiche sarde hanno sempre accuratamente scelto da che parte stare e con chi schierarsi. La parte lavoratrice del nostro popolo, i pastori, i contadini, gli artigiani, gli emigrati, i pescatori e, in epoca moderna, gli operai, i precari e dipendenti dei servizi, non hanno mai avuto alcuna direzione politica non compromessa con il colonialismo, a parte la breve fiammata sardista fallimentare appunto a causa della sua connotazione confusionaria, interclassista e trasversale. Non è quindi giusto accusare i lavoratori sardi di non essersi ribellati o di non aver assunto coscienza della necessità di far valere le loro ragioni; non avrebbero mai potuto perché non avevano gli strumenti di direzione politica necessaria a fare ciò. È principio elementare di scienza politica che senza direzione rivoluzionaria i progetti di cambiamento e di ribaltamento sociale si riducono al massimo a brevi fiammate senza radici e senza prospettive. La responsabilità non è attribuibile ai lavoratori sardi, bensì a quella folta schiera di intellettuali e dirigenti politici di matrice socialista e progressista o sardista che hanno scoperto presto i vantaggi di diventare «manutengoli»[21] e funzionari dello Stato italiano, approfittando della cultura della sconfitta e della rassegnazione del popolo sardo, rimandando fra mille scuse il compito di fare chiarezza e di affermare i cardini teorici ed organizzavi del processo di liberazione nazionale e sociale del nostro Paese.

Oggi un nuova generazione di rivoluzionari è chiamata a fare i conti con la storia e ad individuare i capisaldi del socialismo sardo, un socialismo non più di importazione e finalmente capace di criticare con chiarezza gli interessi colonialistici in Sardegna, dai trasporti all’industria pesante, dal turismo alla scuola, dall’area dei servizi al controllo e alla gestione del territorio, denunciando spietatamente le clientele e gli equilibri su cui si regge il colonialismo, senza guardare in faccia nessuno, con la giusta durezza. Ma se si vuole che l’indipendenza sia una robusta conquista e non un effimero gioco di parole gattopardesco, il movimento di liberazione nazionale dovrà presto trovare una guida e una direzione in una forza politica che tragga alimento dagli interessi dei lavoratori sardi e dalle comunità soggette alla marginalizzazione e allo spopolamento. Sappiamo bene che non è dalla borghesia economica sarda e dalle sue strutture partitiche, (non a caso a grande maggioranza italianiste e non sardiste o regionaliste come per esempio in Catalogna), che possiamo aspettarci liberazioni e neppure piccoli migliorie. Essa ha scelto molto tempo addietro che tipo di funzione assumere nella costruzione dello stato italiano, preferendo raccogliere le briciole dei grandi oligopoli finanziari che di tanto in tanto sceglievano la Sardegna come terra di conquista e scodinzolare sotto il tavolo. Né tantomeno possiamo aspettarci qualcosa dall’alto ceto politico sardo sempre premiato con alte onorificenze, come ministeri e presidenze, per aver contribuito efficacemente al controllo di un’isola considerata dal tempo dei romani indomabile, inespugnabile e ribelle. Per raggiungere una vera e solida liberazione dovremmo puntare su altre forze e cioè sulle radici popolari e lavoratrici della nostra nazione!

Teoria e prassi. Ultimo punto su cui è assolutamente necessario fare chiarezza è la necessità di stabilire schiettamente un nesso fra la teoria e la prassi, ma non più posta in termini astratti come amano fare molti intellettuali sardi. La coerenza dell’analisi con la pratica politica deve anzi diventare un marcatore della posizione indipendentista e socialista, a partire dal coraggio di porre il problema dell’opportunismo e del servilismo degli intellettuali e dirigenti sardi, i quali, ad una teoria che può anche essere rigorosa o veritiera, fanno solitamente seguire una pratica finalizzata più alla soddisfazione di esigenze personali che alla sua traduzione in pratica organizzativa. Smascherare davanti al popolo la loro reale collocazione di classe e la loro internità alla logica dello stato occupante, è compito della proposta politica portata avanti dalla sinistra indipendentista organizzata, come è nostro improrogabile dovere formulare a chiare lettere un programma di alternativa democratica al colonialismo. Solo per fare un esempio che sia noto a tutti prendiamo gli scritti di Giovanni Lilliu sulla Costante resistenziale sarda. Ci sono molti passi degni di nota che dimostrano una straordinaria lucidità nell’affrontare la questione sarda. Lilliu non ha il timore di spingersi a fare analisi anche molto avanzate e lo fa per esempio quando afferma che «la resistenza nostra sta nella forza morale e culturale di reagire alla violenza capitalistica esterna, ai “ladri del mare”, che conquistando ai loro interessi e alle loro delizie le coste, stan riducendo il popolo sardo al nocciolo interno, lo stanno comprimendo e accerchiando nell’antica “riserva”»[22]. Ma di che partito era Lilliu? Democristiano! Che pensava Lilliu dell’opzione indipendentista? Pensava che «nessun sardo responsabile immagina o crede la sua isola estranea all’Italia, pur avendo essa una sua fisionomia, una cultura particolare e una storia che, in lunghi periodi, ha voltato le spalle al “continente” italiano e all’Europa, affondando sempre nel Mediterraneo»[23]. Quello di Lilliu non è un caso isolato ma un mal costume degli intellettuali e politici sardi che bisogna avere il coraggio e la forza di denunciare, sottolineando il carattere nebbioso e confusionario di queste posizioni facendo finalmente chiarezza dentro noi stessi, prima di andare a proporci al popolo sardo come liberatori.

L’incoerenza di tali posizioni fumosamente identitarie, regionalistiche, federalistiche, autonomistiche che esprimono la vacuità di ciò che è stato chiamato «sardismo diffuso», ci danno la misura di quanto il colonialismo abbia fatto breccia nelle classi dirigenti, le quali controllano le centrali dell’egemonia e del consenso, (giornali, scuole, università, media, agenzie pubblicitarie, case editrici, ecc), e condizionano la vita e la coscienza della parte lavoratrice del nostro popolo.

Gli indipendentisti che si mettono su un terreno di classe devono essere molto chiari su questo e tracciare un solco che deve essere reso ogni giorno più profondo e abissale fra chi vuole «andare al popolo» per sviluppare e radicare un programma di liberazione nazionale e socialista e chi invece preferisce nascondersi dietro i fumi nebbiosi della sua retorica per giustificare, consolidare e fare avanzare il processo di snazionalizzazione e strozzinaggio economico che il nostro popolo subisce da secoli ritagliandosi orticelli individuali e riconoscimenti di potere ed economici.

Fra il «dire» e il «fare» la nostra organizzazione deve costruire ponti sicuri e proporre al nostro popolo la fondazione di un nuovo Stato nazionale, in cui il potere verrà effettivamente gestito dai lavoratori, dando così nuovo e vigoroso corso alla storia millenaria della Nazione Sarda altrimenti destinata entro breve termine a scomparire per sempre.

C’è un gran bisogno di chiarezza e di onestà nel precisare i termini di quella che i giornali chiamano insistentemente “questione sarda”. Il rapporto fra Stato italiano e Nazione sarda risulta infatti strutturalmente caratterizzata dal fatto di essere non un «rapporto di potere», (i cui equilibri di forza potrebbero essere modificati dall’interno esercitando pressioni), bensì una «relazione di dominio»[24], strutturalmente basata sulla sottomissione e subordinazione di un termine all’altro. Le relazioni di potere sono modificabili anche a piccoli passi, le relazioni di dominio vanno stroncate e risolte in maniera chiara, altrimenti diventano rapporti morbosi e cancerosi! In questa ottica sono da considerarsi carta straccia analisi pur interessanti come quelle che si possono leggere nel blog del prof. Paolo Maninchedda (Psd’AZ) in quanto, ad una teoria grossomodo corretta, non segue alcuna pratica politica coerente, ma solo tentativi più o meno larvati di stabilire ascese e potentati elettorali[25]. Maninchedda afferma che «ciò che viene rimosso, perché se ne ha paura, è la coscienza dell’ormai chiaro conflitto tra l’interesse generale e nazionale della Sardegna e il sistema istituzionale, sociale ed economico dell’Italia»[26]. Come non essere d’accordo? Come non condividere la prospettiva che la crisi sarda non deriva dal fallimento delle banche americane, ma è strutturale, storica e la sua scaturigine non è «economica, ma politica»[27]? Eppure dobbiamo essere chiari anche su questo, perché non si possono fare analisi di questa portata e poi affermare che è necessario «costruire lo stato sardo» alleandosi con uno dei due blocchi italianisti[28]. Chi propone una analisi critica sul rapporto Stato Italiano – Nazione Sarda, deve necessariamente anche approntare una pratica conseguente. La sinistra indipendentista sarda organizzata sta iniziando pian piano fra mille difficoltà a fare chiarezza anche su questo punto. La contraddizione Stato italiano–Nazione Sarda si risolve infatti in una ricca pluralità dialettica basata sulla polarizzazione fra sviluppo e non sviluppo, città e campagna, centro e periferia, salari e lavoro, governo e autogoverno, cultura e lingua dominante e cultura e lingua «tagliata», ecc.. Il nostro compito deve essere quello di fare arrivare queste contraddizioni ad un punto di rottura, di promuovere lo «spirito di ribellione» suscitando un’«atmosfera della resistenza» e uno «stato di tensione» [Simon Mossa, op. cit.].

La proposta della sinistra patriottica deve essere limpida: affermare la reciprocità fra teoria e prassi, ricucire lo strappo fra il «dire» e il «fare» per riconquistare la fiducia popolare, non significa altro che lavorare a costruire il Partito dei Lavoratori Sardi (Partidu de sos traballadores sardos) che assuma la piena responsabilità intellettuale, morale e politica di radicare il progetto anticolonialista nelle comunità, nelle campagne, nei quartieri poveri delle città e in tutti quei luoghi di vita e di lavoro della classe lavoratrice sarda dove ormai non arriva più nessuno se si esclude la televisione italiana, la parrocchia vaticana e, ogni quattro anni, la piovra tentacolare dei partiti italiani a comprare e ricettare voti e favori. Un Partito che miri alla rottura con lo Stato coloniale e non alla riconciliazione con esso o a politiche di elemosina mascherate da rivendicazioni e lotte più o meno “indipendentiste”. Un compito che noi di A Manca pro s’Indipendentzia[29] vogliamo e possiamo assumerci, una proposta organizzata che renda plausibile l’alternativa democratica alla barbarie del colonialismo e all’organizzazione sistematica della cancellazione dell’economia, della cultura, della memoria storica dei sardi. È urgente costruire i primi nuclei di questa proposta organizzativa che risulta necessaria per fronteggiare meglio la penetrazione colonialistica in Sardigna e isolare progressivamente le centrali politiche, urbanistiche ed ideologiche dell’unionismo economico e politico, radicando e rafforzando l’organizzazione nelle aree marginali, nei paesi in corso di spopolamento, negli hinterland, nelle periferie suburbane e in generale nelle aree e nelle regioni più esposte ai costi economici, umani, sociali ed antropologici della colonizzazione. Non un Partito che lavori come tutti gli altri alla tenuta del colonialismo o ad un suo miglioramento in senso identitario, ma che consolidi giorno dopo giorno la frattura di fatto esistente fra le esigenze fondamentali della parte lavoratrice del popolo sardo e tutta quella schiera di strutture che, in un modo o nell’altro, mantengono lo status quo. Detto altrimenti serve un Partito che traduca in termini razionali, coscienti e politici la tensione “naturale” e “spontanea” fra la Nazione Sarda e lo Stato Italiano, spiegando e chiarendo che in Sardegna la contraddizione principale di cui è necessario occuparsi è quella fra colonialismo e anticolonialismo, in una parola fra le forze politiche e sociali che vogliono e chiedono un cambiamento radicale di sovranità e dignità e quelle che vivono dell’elemosina dello Stato italiano e vedono la liberazione nazionale come fumo negli occhi.

Ma, come abbiamo visto, la borghesia sarda non è un referente affidabile per costruire questo nuovo e dirompente soggetto politico, dal momento che non è altro che una frazione subalterna della borghesia italiana, nata per decreto regio piemontese con l’istituzione della legge delle chiudende. Essa si caratterizza come una classe servile e compradora che storicamente non ha mai avuto altro interesse che la svendita della propria terra e delle proprie risorse sacrificando l’interesse del popolo sardo in cambio di un benessere personale, egoistico e disuguale. Soltanto i lavoratori sardi possono essere la spina dorsale di un progetto politico nuovo fondato sui cardini del socialismo e dell’indipendenza.

Per questo costruire questo Partito è il nostro unico e inderogabile dovere e parlare con chiarezza alla parte lavoratrice del nostro popolo e, in generale, alle forze sane della nazione spingendole ad organizzarsi, è il nostro unico metodo!

Cristiano Sabino,

portavoce nazionale di a Manca pro s’Indipendentzia


Articolo pubblicato in versione ridotta sul numero 1 di giuhno del 2010 dalla rivista Camineras





[1] P. Spriano, Storia del partito comunista, Einaudi, Torino, 1969

[2] Su questo è consigliabile la lettura di Elisee Reclus, Natura e società, scritti di geografia sovversiva [Milano, Ed. Eleuthera, 1999] dove si afferma che per una liberazione reale dai vincoli del capitalismo gli attuali ordinamenti statuali dovranno essere sostituiti da libere federazioni comunitarie

[3] Nicola Zitara. L’Unità d’Italia. Nascita di una colonia, 1971. Capecelatro, Carlo. Contro la questione meridionale, 1972

[4] Antoni Simon Mossa, Le ragioni dell’indipendentismo, Alfa Editrice, Quartu S. Elena, 2008

[5] Soltanto gli storici prezzolati possono vantare con orgoglio l’identità fra Stato italiano e Nazione sarda, avocando al popolo sardo il merito di essere il primo nucleo fondativo del processo unitario, [Francesco Cesare Casula, La storia di Sardegna, Sassari, 1994

[6] in particolare la «guerra doganale» con la Francia

[7] Giovanni Lilliu, Antonio Simon Mossa nel cammino dell’autonomia della Sardegna, in Antonio Simon Mossa, Dall’utopia al progetto, Ed. Condaghes, Cagliari, 2004

[8] Su questo v. cap. VII Dal fallimento dell’Autonomia alla Questione Nazionele sarda in  La questione nazionale sarda, Gianfranco Contu, Alfa editrice, Quartu S. Elena,1990

[9] Antoni Simon Mossa, Le ragioni dell’indipendentismo, op. cit.

[10] Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Q. 8, § 48– Miscellanea e Appunti di Filosofia.

[11] ibidem

[12] Il rapporto del National Security Council n. ½ del 10 febbraio 1948 prevede un piano di militarizzazione dell’isola in funzione anticomunista e la Saregna viene definita «a pivotal geographic location»

[13] Antoni Simon Mossa, Le ragioni dell’indipendentismo, op. cit.

[14] Com’è noto in Sardegna il feudaleismo fu introdotto soltanto a partire dal 1409, dopo la sconfitta dei sardi nella battaglia di Sanluri. Mentre nel resto dell’Europa il modo di produzione feudale stava scomparendo e in Sardegna esso veniva a caratterizzarsi come una proprietà della terra totalmente assenteistica e improduttiva, caratterizzata da dazi e imposti di cui ancora oggi si fa beffa la memoria popolare, come nel caso delle tasse del marchese dell’Asinara che imponeva ai suoi vassalli il risarcimento del grano mangiato dai topi.

[15] Giovanni Columbu, Il golpe di Ottana, edito dalla Facoltà di Architettura di Milano, p. 71

[16] Domenico Alberto Azuni, Saggi sulla storia geografica, politica e naturale della Sardegna, 1798

[17] Su questo punto basta rimandare ai numerosi casi di cronaca di imprese, prevalentemente del nord Italia, che hanno letteralmente rubato i finanziamenti regionali ed europei per aprire attività industriali “fasulle” per un ammontare di 160 milioni di euro in appena un decennio.

[18] Anche qualche indipendentista ha potuto scambiare le cause con gli effetti e parlare di “autocolonialismo” dei sardi, aggiungendo confusione a confusione e giocando ancora una volta sul senso di impotenza del nostro popolo invece di aiutarlo e sostenerlo nel suo processo di autodeterminazione proponendogli soluzioni organizzative politicamente avanzate.

[19] Mao Zedong, La situazione attuale e i nostri compiti, Opere Scelte, Vol. IV: «tutti i punti di vista che sopravvalutano la forza del nemico e sottovalutano la forza del popolo sono errati»

[20] Antoni Simon Mossa, Le ragioni dell’indipendentismo, op. cit.

[21] ivi

[22] Giovanni Lilliu, La costante resistenziale sarda, Illisso, p. 222

[23] Ibidem

[24] Ho preso in prestito un lessico foucultiano che esprime bene i termini della questione nazionale sarda.

[25] Su una cosa voglio essere chiaro. La nostra critica ai sardisti non deriva dal fatto di aver stretto alleanza con le pedine “sarde” del partito di Berlusconi e di «essere andati a destra». Stessa critica portiamo ai Rossomori, scissione del Psd’AZ, i quali risultano una sua variante in salsa centrosinistra. La troppa confusione che abbiamo denunciato in queste pagine ha potuto produrre anche aberrazioni di questo genere: pretesi indipendentisti spaccati per aderire ad uno o all’altro polo italianista, un triste spettacolo che la dice lunga sulla consistenza e sulla dignità della classe dirigente “sardista” sarda.

[26] Dal blog on-line “Sardegna e libertà

[27] Interessante e condivisibile anche la sua lettura sull’operazione della “chimica” in Sardegna di cui Maninchedda mette perfettamente a nudo il carattere corporativo e non produttivo della chimica: «tutta la chimica italiana nasce, si sviluppa e muore in un rapporto equivoco con la politica. Rolf Petri ha scritto che negli anni Cinquanta, gli anni del primo boom, “i rapporti tra i maggiori protagonisti dell’industria venivano non di rado definiti in sede politica e con il metodo della mediazione neo-corporativa anziché tramite anonimi rapporti di mercato.” Con Mattei e Cefis a guidare l’Eni, l’intreccio industria e politica si rafforza» [CIT]

[28] Come avvenne durante la campagna elettorale delle regionali del 2009 per le quali il Psd’Az scelse di aderire alla lista del centrodestra italiano, provocando una frattura con la parte sardista vicina al centrosinistra (sempre italiano).

[29] In seguito al congresso del 27-28 marzo 2010 la dicitura completa della nostra organizzazione è aMpI-PTS (A Manca pro s’Indipendentzia – Partidu de sos Traballadores Sardos). La tesi congressuale sancisce la proiezione a partito di A Manca e la necessità di sviluppare e verificare la linea “dalle città alle periferie”. Le tesi congressuali si possono scaricare e leggere nella loro versione integrale (tranne lo statuto e il regolamento a circolazione interna) sul sito ufficiale dell’organizzazione www.manca-indipendentzia.org