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Lettura del voto alle comunali di Sassari Nella sola città di Sassari ci sono 931 sardi liberi che hanno avuto il coraggio e la forza di votare un prigioniero politico dell’indipendentismo sostenuto da una lista di radicale rottura con lo stato italiano e i suoi rappresentanti in Sardigna. Nugoro, 1-06-2010 Direttivo politico nazionale di A Manca pro s’Indipendentzia Operazione Italia: Anemone e la torta Sardegna! 24-05-2010 Direzione politica nazionale a Manca pro s’Indipendentzia.
Elezioni
Maggio 2010-04-10 Il 30 maggio i sardi saranno chiamati a votare per le
elezioni provinciali e per molte elezioni comunali. Isolare i partiti italiani di qualunque
opzione politica e rafforzare l’indipendentismo deve essere la nostra
parola d’ordine! Non condividiamo infatti la scelta di disertare le
alleanze con i partiti italiani alle elezioni regionali e provinciali e
poi appoggiare liste civiche italianiste ed unioniste nei piccoli
comuni. A Manca pro s’Indipendentzia ritiene infatti necessario
praticare onestamente la rottura con tutti i partiti italiani, sempre e
comunque, perché essi non riconosco il diritto di autodeterminazione
del nostro popolo, sono parte in causa del processo di
snazionalizzazione e non pongono la questione della sovranità come
primo punto nell’agenda politica. Cristiano Sabino Tesi Congressuali del 2010 di aMpI MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL NUCLEARE La nostra terra è ancora una volta oggetto dell’aggressione colonialista! Da decenni i faccendieri di mezza Italia arrivano in Sardigna per riempirsi bene le tasche con la farsa dei progetti industriali fantasma, le basi militari fanno per lo Stato affari d’oro con gli affitti alle multinazionali della guerra, le coste sono lottizzate e aggredite da speculatori (noti e/o misteriosi!), chiudono scuole e ambulatori di paese, i licenziamenti procedono a tappe forzate, la disoccupazione giovanile è la più alta di tutto lo Stato italiano, l’emigrazione spopola interi paesi, le pale eoliche invadono i nostri territori incontaminati trasformandoli in paesaggi fantascientifici, ci impongono di smaltire la mondezza che altri hanno accumulato per ragioni di malaffare e per interessi malavitosi… E ORA PRETENDONO DI RIFILARCI PURE IL NUCLEARE!!! Ribelliamoci a questa ennesima aggressione colonialista! - No ai parchi eolici selvaggi! - No alle centrali nucleari! - No ai depositi di scorie radioattive! Non abbiamo bisogno di dover scegliere tra una produzione energetica mostruosa e una produzione energetica che crea tumori e uccide: lo sapevate che la Sardigna è già autosufficiente e persino esportatrice di energia elettrica? Le pale, le centrali e i depositi radioattivi se li mettano a casa loro! Per il benessere della nostra terra, per la nostra dignità di Sardi, contro i subdoli interessi del colonialismo italiano! Difendi il tuo diritto alla sovranità! CAGLIARI, 5 dicembre 2009 CONCENTRAMENTO ORE 16.00-PIAZZA YENNE
Stamattina un treno delle Ferrovie dello Stato è finito contro un masso che si è staccato da un costone roccioso all?altezza di Muros, vicino Sassari. La locomotiva ha sbandato e uno dei due macchinisti è morto. La morte torna a colpire i lavoratori sardi delle ferrovie e i passeggeri (quasi sempre lavoratori sardi pendolari). A tre anni dalla tragedia del 2007,quando due automotrici si sono scontrate su un binario unico all?altezza di Macomer causando tre vittime (tutti lavoratori) e sei feriti gravi, nessuna opera di ristrutturazione e messa in sicurezza della rete ferroviaria sarda è stata approntata. Anzi, la chiusura di numerosi collegamenti, i continui tagli di personale, lo smantellamento del servizio merci e la conseguente emigrazione forzata di 200 lavoratori sardi verso l?Italia, dimostra chiaramente il fatto che Trenitalia sta abbandonando la Sardigna allo sbando, esattamente come il resto dei «servizi» dello Stato italiano. È utile ricordare che la rete sarda è tutta a scartamento ridotto, cioè presenta costi di costruzione e manutenzione molto minori: una rete tipica dei paesi ex-coloniali e poveri. Basta pensare che in tutta l?Europa lo scartamento ridotto è oggi ridotto a brevissimi tratti in aree marginali, mentre in America del Nord lo scartamento ridotto è sparito negli anni sessanta. La linea ferroviaria tra Sassari e lo snodo di Chilivani resterà bloccata per due giorni, isolando il nord Sardigna in un momento delicato dell?anno, in prossimità delle feste natalizie. Infatti mentre lo stato pensa di costruire opere faraoniche per arricchire gli speculatori italiani, in Sardegna c?è ancora il binario unico e quando succede un incidente o ci sono problemi di manutenzione di fatto il trasporto ferroviario si blocca. L?organizzazione dei lavoratori sardi A Manca pro s?Indipendentzia esprime la massima solidarietà al macchinista vittima della tragedia, alla sua famiglia e a tutti i suoi colleghi che a causa del colonialismo italiano subiscono da anni lutti e licenziamenti continui. A Manca pro s?Indipendentzia denuncia con forza lo stato di abbandono in cui versano tutti i servizi essenziali della nostra isola, a partire ovviamente dalla rete ferroviaria e viaria. Lo Stato italiano non ha alcun interesse ad investire qui i soldi che gli stessi sardi versano in imposte e che per statuto dovrebbero essere garantiti. Soltanto lo Stato dei lavoratori sardi potrà garantire quei sevizi essenziali per una collettività matura e moderna che oggi, in regime di colonialismo, ci sembrano un?utopia irrealizzabile! A Manca pro s?Indipendentzia Lettera
aperta di A Manca pro s’Indipendentzia al popolo lavoratore sardo Con
la manifestazione di piazza del 5 febbraio il popolo lavoratore sardo
ha dato una grande dimostrazione di forza facendo convergere in un solo
punto tutte le sue istanze e lotte. Cristiano Sabino – portavoce nazionale di a Manca pro s’Indipendentzia LEGGI IL VOLANTINO distribuito in manifestazione(in pdf) CAMPAGNA NATZIONALE ANTINUCLEARE PRO SA SOBERANIA. A Manca pro s’Indipendentzia con la prima manifestazione nazionale contro il nucleare e l’eolico selvaggio svoltasi a Casteddu il 5 dicembre 2009, apre ufficialmente la Campagna nazionale contro il nucleare e per la sovranità nazionale. Il nostro popolo è attanagliato dalla spaventosa crisi economica imposta dal colonialismo italiano. Quasi la metà delle famiglie sarde vive sotto la soglia di povertà, con redditi sotto la media italiana ed in situazioni di precarietà, oltre a queste, l’altra metà è composta per il 90% da famiglie che devono vivere con circa 25.000 euro all’anno, mentre sono circa il 10% quelle dove il reddito arriva ai 70.000 euro l’anno, e soltanto l’1% ha redditi che vanno dai 70.000 euro l’anno in su (da 70.000 euro l’anno in su significa che si arriva a cifre di milioni di euro all’anno). Letto alla spicciola significa che la metà dei Sardi è alla fame, l’altra metà è composta quasi esclusivamente da famiglie che “tirano avanti” con grandi difficoltà, rimane una nicchia di benestanti e una parte infinitesimale è ricca. La disoccupazione giovanile è la più alta di tutto lo Stato italiano, gli stipendi dei Sardi sono i più bassi dello Stato italiano, il lavoro precario è ai primissimi posti dello Stato italiano… Le rapine compiute dal colonialismo ai danni delle ricchezze della Nazione Sarda hanno avuto un incremento praticamente incalcolabile, dal momento che non esiste più un solo settore economico che non sia devastato e desertificato dall’opera di saccheggio compiuto dal colonialismo italiano. La militarizzazione del nostro Paese ad opera delle Forze d’Occupazione Italiane ha scavalcato le recinzioni delle basi militari italiane, ed ora l’occupazione militare dei territori comprende l’intero territorio nazionale, col pretesto della “lotta alla microcriminalità”. Sebbene la Sardigna sia autosufficiente dal punto di vista della produzione energetica, e sia per giunta esportatrice, ultimamente il colonialismo italiano ha dato il via ad una sua nuova campagna di monocoltura economica. Dopo la campagna per la monocoltura dell’industria chimica, dopo quella per la monocoltura turistica, è ora il momento per la monocoltura energetica. La campagna per la monocoltura energetica è iniziata pochi anni fa, con la benedizione di eco-colonialisti ed “italiani di Sardegna”, con l’impianto dei primi parchi eolici. Nonostante la Sardigna non abbia necessità di produrre altra energia elettrica, l’Italia ha bisogno di avviarsi al rispetto degli accordi internazionali sulla produzione di energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili. E’ stata trovata una soluzione per questo problema tutto italiano: la fonte rinnovabile è l’eolico, e il luogo è la colonia Sardigna. Alla faccia della tanto decantata bellezza e intangibilità dei paesaggi sardi, affianco a maestose bellezze archeologiche uniche nella storia dell’umanità, nel nome del profitto coloniale camuffato da ecologia, hanno iniziato a comparire un po’ ovunque gigantesche ed antiestetiche pale eoliche, che di colpo trasformavano l’aspetto di paesaggi incontaminati in ambientazioni da fantascienza postindustriale. Col generoso e disinteressato contributo delle testate giornalistiche sarde, pochi mesi fa si è iniziato a vociferare su un fantomatico (e mai dimostrato) progetto di costruzione di un parco eolico in mare, di fronte alle bellissime spiagge di Is Arenas. I giornali e i telegiornali sardi, in maniera ben congegnata, gridavano allo scandalo, allo scempio ambientale, alla contraddittorietà tra pale eoliche sul mare e economia di turismo (sempre sul mare, chiaramente). Per appesantire lo scoop furono fatte circolare persino voci sulla gestione mafiosa dietro il progetto. Nel frattempo nessuno si preoccupava che si stesse realizzando, e non solo progettando, il più grande parco eolico d’Europa sulle bellissime montagne incontaminate di Alà dei Sardi, il quale a sua volta superava in dimensioni il precedente parco eolico più grande d’Europa, sito sempre nelle zone interne della Sardigna. Mentre tutti inorridivano su quanto non è successo ad Is Arenas, nessuno si è preoccupato di ciò che invece succede di fatto nelle zone interne. Ogni buon prestigiatore sa che per nascondere una moneta con la mano sinistra, bisogna attrarre l’attenzione sulla mano destra vuota. E il colonialismo si è egregiamente servito del suo totale monopolio sui mezzi d’informazione sardi. Nel frattempo, per conquistare la simpatia delle popolazioni assieme alle terre dove impiantare le pale, le imprese fantasma hanno iniziato i lavori promettendo un sistema di affitti dei terreni “a pioggia”. I pastori e gli agricoltori delle zone interne sono stati convinti ad affittare i loro terreni per l’impianto delle pale eoliche a cifre (per ora promesse) che si aggirano, così si vocifera, tra i 6.000 e i 50.000 euro all’anno per ogni pala ospitata. Pastori ed agricoltori pensano così di aver finalmente trovato il modo per far veramente fruttare i loro terreni. Altro che lotta per il prezzo del latte! Altro che modernizzazione dell’agricoltura e creazione di un mercato produttivo e competitivo! Basta affittare un triangolino di terreno e senza far niente arrivano 50, 100, 200.000 euro all’anno!…. Che dire? Noi diciamo che tutti sanno che il terreno agricolo, se uno lo vuole comprare, costa una manciata di euro all’ettaro, però stranamente queste ditte preferiscono affittarlo per decine di migliaia di euro al metro quadro! Notiamo per giunta che esiste una strana e misteriosa coincidenza: molto spesso i progetti di costruzione di pale eoliche vengono presentati in territori che sono stati precedentemente distrutti da spaventosi incendi. I pastori si ritrovano quindi a ricevere proposte di affitti considerevoli per l’installazione di pale eoliche in terreni che ormai sono completamente devastati e resi improduttivi dal fuoco. Gente che ha perso il bestiame e ha un terreno improduttivo vede certamente come una grande opportunità la concessione in affitto di queste pale. E per questo si rassegnerà di buon grado a non fare più il lavoro di pastore o di agricoltore, ma bensì di locatore di terreno a tempo pieno. Quando la nostra economia agropastorale sarà azzerata, cosa faremo il giorno che i padroni delle pale vorranno andarsene? Chiederemo se qualcuno ha bombe atomiche da conservare? Apriremo depositi di amianto? Aspetteremo col cappello in mano che qualche benefattore ci dia un’elemosina? Mentre il progetto di pale eoliche va avanti a gonfie vele, il governo italiano, incurante del chiaro NO espresso dal referendum sul nucleare del 1987, progetta la costruzione di centrali nucleari e siti per lo stoccaggio di scorie radioattive. La Sardigna viene immediatamente individuata come una delle sedi più adatte, dal momento che è una zona non sismica. Inoltre viene considerata adatta anche perché è scarsamente popolata: vi abitano solo poco più di un milione e mezzo di persone. Che per giunta, male andando, non sono neanche italiani! Per meglio preparare il progetto di nuclearizzazione dell’isola, il governo italiano decide di installare le centrali nucleari e i depositi di scorie all’interno di basi militari, operazione da svolgersi attraverso la gestione di un’apposita Società per Azioni creata ad hoc, la Difesa Servizi S.p.A.. Su tutto, ovviamente, graverà il più stretto segreto militare, “per difenderci dai terroristi”, secondo dichiarazioni ufficiali. Neanche a farlo apposta, anche quest’altra caratteristica richiama in causa la Sardigna, dal momento che qui sono dislocate più della metà delle servitù militari dell’intero Stato italiano. Non sismica, poco popolata e fortemente militarizzata… Manca solo il nome Sardigna, è evidente. E siccome sarà tutto costruito dentro le basi militari qualsiasi tentativo di protesta o contestazione sarà gestito alla militare: con l’ordine di sparare a vista, s’intende. A Manca pro s’indipendentzia, continuerà la sua campagna
contro l’ipotesi nucleare e contro l’invasione dell’eolico, per la
sovranità del Popolo Lavoratore Sardo sulla nostra terra.
Nugoro, 9-12-2009 a Manca pro s'Indipendentzia Solidarietà con gli operai di Porto Torres, sulla torre aragonese per protesta A Manca pro s’Indipendentzia esprime piena solidarietà agli operai che nella giornata di ieri, giovedì 15 ottobre, hanno occupato in segno di protesta civile la torre aragonese del porto di Porto Torres.
La multinazionale italiana infatti, attraverso una campagna di disinformazione tra operai e cittadini, ha come unico fine la chiusura graduale degli impianti senza approntare alcuna alternativa occupazionale e senza prospettare un impiego diverso del territorio. Dopo aver spremuto i lavoratori sardi come limoni e aver compromesso uno dei territori più belli e produttivi dell’isola la “Rinascita italiana” vuole defilarsi senza troppi complimenti, forse per delocalizzare la produzione o forse per investire in attività considerate più remunerative.
Questo risultato potrà essere conseguito soltanto se la classi politica sarda si farà carico di una politica matura e lungimirante, finalmente finalizzata al bene del popolo lavoratore sardo e non più dei profitti delle multinazionali e dello Stato italiano. Soltanto una nuova classe politica che miri alla sovranità economica e all’autodeterminazione politica potrà salvaguardare i lavoratori ed il territorio, mettendo finalmente fine all’epoca dei personalismi, del servilismo e dell'ingordigia che ha sempre fatto il gioco dell'ENI.
A Manca pro s’Indipendentzia Incontro internazionale Nazioni
senza Stato All'incontro hanno aderito altre Organizzazioni Internazionali e Nazionali tra le quali ricordiamo: Manca Naziunale (Corsica); Maulets (Gioventù Indipendentista-Paesi Catalani); Cos (Cordinadora Obrera Sindacal-Paesi Catalani); Endavant (Paesi Catalani); Askapena (Organizzazione Internazionalista-Paesi Baschi); Bloque Indipendentista (Aragona); SNS (Sindacadu de sa Natzione Sarda-Sardign a); Sardigna Natzione (Sardigna). Dopo un'intensa tre giorni di dibattiti sulla necessità di stabilire rapporti più duraturi tra le varie realtà in lotta per l'indipendenza del proprio paese, creare e promuovere nuove forme di solidarietà internazionale e dare vita ad una struttura Internazionale delle Nazioni senza Stato i convenuti all'iniziativa hanno sottoscritto un Documento, chiamato Carta di Orgosolo, in cui vengono posti i primi punti di contatto tra le varie realtà Politiche che praticano la lotta di liberazione nazionale e sociale nel rispettivo territorio nazionale. Hanno firmato la Carta di Orgosolo le seguenti organizzazioni: a Manca pro s'Indipendentzia, Sindacadu de sa Natzione Sarda, Maulets e Manca Naziunale. I firmatari si incontreranno, inoltrando l'invito ad aderire ad altre realtà che rivendicano il proprio diritto all'Indipendenza, in data e luogo da definirsi per stringere ulteriori e più fattivi rapporti. CARTA DE ORGOSOLO Dichiarazione
d’intenti Le Organizzazioni della sinistra patriottica presenti ad Orgosolo nelle giornate del 7 e 8 Novembre 2009, convengono su quanto segue:
A Manca pro s’Indipendentzia sul blocco della produzione a Portotorres Il giorno 7 luglio ’09 la multinazionale italiana a partecipazione di maggioranza statale ENI ha annunciato che dal 1 agosto gli impianti del cracking della zona industriale di Portotorres (il cuore dell’impianto) verranno bloccati per almeno 2 mesi, creando un ulteriore aggravo alla crisi che già sta colpendo l’intero comparto industriale sardo. L’ENI ha dato sbrigativa comunicazione alla Regione mettendola di fronte al fatto compiuto dimostrando così pochissimo rispetto perfino nei confronti degli stessi mediatori istituzionali del colonialismo. La motivazione addotta è sempre la“sfavorevole congiuntura economica internazionale” che pesa su tutto il settore petrolchimico europeo. In realtà L’ENI ha dimostrato la volontà di dismettere l’impianto ben prima della crisi dei mercati finanziari, forse perché è più conveniente delocalizzare verso paesi dove il costo del lavoro è più economico, o forse perché l’intera area è destinata ad altro utilizzo più redditizio (nucleare per esempio?!). Questo noi non possiamo saperlo, ma è un fatto che l’ENI e lo Stato (al di là delle promesse elettorali) non vogliono salvare l’impianto, non vogliono avviare alcun tipo di riconversione e di bonifica e non vogliono nemmeno permettere che altri intervengano (vedi il fallimento pilotato della trattativa bluff con l’imprenditore Sartor o la repentina cancellazione al CIPE dei finanziamenti per le bonifiche a Porto Torres). A Manca pro s’Indipendentzia non aggiunge la sua voce a quella di chi, come Cappellacci e altri esponenti unionisti, considera «inaccettabile e sconcertante tale scelta perché avviene alla vigilia di un importante vertice internazionale e a 48 ore da uno sciopero generale del settore industria in Sardigna proclamato da Cgil, Cisl e Uil». Al popolo sardo non interessano i vertici imperialisti e gli scioperi farsa! Noi riteniamo inaccettabile tale decisione, nell’aria già da tempo, perché presa in maniera assolutamente unilaterale dalla multinazionale ENI e perché va a svilire tutte le controparti che sono intenzionate a sedersi ad un tavolo per risolvere la questione della chimica in Sardigna e in particolar modo nella città turritana che ha ceduto la miglior parte del suo territorio per dare i natali al polo industriale. L’aspetto più inquietante di tutto ciò è il modo in cui vengono trattati i lavoratori sardi, visti soltanto come manovalanza da buttar via senza alcun rispetto per la loro condizione, senza offrire loro la possibilità di discutere sul loro futuro accettando le decisioni dall’alto come dato acquisito. La vicenda della Chimica in Sardigna si va ad inserire in un progressivo disimpegno economico dello Stato dalla nostra isola destinata evidentemente ad altro uso. Lo stato italiano ha dimostrato fin dagli anni sessanta la precisa volontà di mantenere i nostri territori in una condizione di sottosviluppo. La Chimica ha giocato un ruolo decisivo in questo. Prima si sono convinti i sardi a non portare avanti alcun percorso economico autonomo e a vestire la tuta blu illudendoli che fosse la scelta migliore, poi sono arrivati i licenziamenti e il blocco della produzione. Ormai si gioca a carte scoperte! Da questa situazione i sardi possono uscirne solo agendo e pensando da comunità nazionale matura. A Manca pro s’Indipendentzia si impegna pertanto a lavorare al fianco di chi sta perdendo il lavoro e delle comunità interessate dalla crisi per realizzare una proposta economica e sociale alternativa a quella imposta dall’alto e con violenza. Sassari, 9/07/09 A Manca pro s’Indipendentzia NO AGLI SFRATTI Per Lunedì 6 luglio l’Area (ex IACP) ha previsto di continuare la sua campagna di sgombero degli appartamenti che una decina di famiglie hanno occupato in viale Costituzione a Nugoro. Per la maggior parte dei casi non si tratta neanche di veri e propri appartamenti, ma di garage che le persone che ci abitano si sono prodigate di rendere abitabili, e la maggior parte degli occupanti sono donne sole e con bambini. Per lunedì è previsto addirittura lo sgombero di una ragazza madre di 23 anni con due figli e in attesa del terzo. Nella quasi totalità, i politici Nuoresi e le varie giunte comunali, hanno accantonato e tuttora decidono di ignorare il problema, salvo mettere in piedi il solito teatrino che sa tanto di mossa elettorale, in vista delle elezioni per il rinnovo della giunta.
A Manca pro s’Indipendentzia A proposito di crisi industriale e di sindacati italiani…. Ad oggi 2 luglio 2009 la crisi del calzificio Queen di
Macomer è tutt'altro che risolta. Dopo le varie promesse fatte dal
sindacato italiano,e dal governatore Cappellacci in campagna
elettorale,ad oggi solo una trentina dei 180 lavoratori è rientrata al
lavoro. La situazione è notevolmente peggiorata. Riprendiamoci la lotta! a Manca pro s’Indipendentzia A Manca
pro s’Indipendentzia saluta con favore la nascita de
a Manca pro s'Indipendentzia DOCUMENTO PROGRAMMATICO
Nei giorno 8-9-10 Luglio del 2009 si svolgerà a La Maddalena, in Sardigna, il prossimo G8. Le Organizzazioni indipendentiste sarde invitano tutto il popolo sardo, le organizzazioni delle nazioni senza stato e dei popoli oppressi e le organizzazioni internazionali a dibattere, in altrettanti tavoli di lavoro, i seguenti temi:
La Sardigna è una nazione senza stato e al suo popolo viene negato da parte dello stato occupante il diritto all’autodeterminazione, all’autodecisione e all’autogoverno. Gli stati che si riuniranno in Sardigna per il G8 hanno al loro interno nazioni senza stato che reclamano il diritto all’autodeterminazione, solo ad alcune di esse viene strumentalmente riconosciuto questo diritto. Ma il G8 rappresenta anche quell’ordine mondiale imperialista, attualmente sull’orlo della bancarotta finanziaria, che negli ultimi due decenni ha instaurato una vera e propria forma di terrorismo militare ed economico sulla pelle dei proletari e dei popoli oppressi di tutto il pianeta. Noi cercheremo di dare voce alle esperienze delle nazioni senza stato e dei popoli oppressi.
Uno degli argomenti centrali nell’agenda del summit è la questione energetica ed economica (in particolare l’agricoltura). Se ne parlerà in una terra dove è in atto ormai da numerosi decenni, se non secoli, una scientifica disarticolazione dell’economia endogena in favore di un' economia slegata dalle esigenze del popolo sardo e basata sulla rapina e sullo sfruttamento delle risorse. Il colonialismo italiano, insieme con la borghesia compradora sarda, hanno dato vita ad un apparato economico assistenzialista finalizzato a rendere l'economia sarda totalmente subordinata e dipendente da quella italiana e a creare sottosviluppo al fine di mantenere l’isola e i suoi abitanti in una condizione di subordinazione.
Un altro dei punti in agenda del G8 è la pace e la diplomazia internazionale. Se ne discuterà in una terra dove gli stessi paesi del G8 addestrano alla guerra i loro eserciti nei due più grandi poligoni di tiro d’Europa. In questo senso il sottosviluppo, l’inquinamento, il pauroso spopolamento delle zone interne e il controllo repressivo del territorio da parte delle forze di occupazione militari italiane è funzionale al ruolo di colonia assegnato alla Sardigna.
Si dice spesso che la “globalizzazione” mette in pericolo la biodiversità e la pluralità delle culture. Bene, in Sardigna è in corso da secoli un processo di deculturazione forzata che noi non abbiamo paura di chiamare con il suo vero nome: genocidio culturale. Attraverso il meccanismo di contraffazione-cancellazione della lingua, della cultura e della storia delle classi popolari sarde e la sostituzione con la lingua, la cultura e la storia della borghesia e delle classi elitarie italiane, e tramite il meccanismo dell’emigrazione forzata si cerca di cancellare o strumentalizzare la memoria e l’identità dell’intero popolo sardo giungendo quindi a negare l’esistenza della nazione sarda.
PREMESSA Il vertice G8 viene convocato in una nazione senza stato e riteniamo che da questo dato non si possa prescindere. Il prossimo G8 si terrà infatti in una terra dove il colonialismo italiano ha storicamente intrapreso una lotta senza quartiere nei confronti di tutto ciò che in Sardigna costituisce carattere nazionale e perciò riteniamo doveroso portare al centro dell’attenzione la questione delle nazioni senza Stato, il riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei popoli e la questione nazionale e sociale sarda. In Sardigna:
La Sardegna, in virtù della sua posizione al centro del Mediterraneo, è stata considerata sin da pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, come una perfetta “portaerei” e una immensa base di appoggio per le esigenze militari delle potenze occidentali. I sardi hanno dovuto piegare le proprie necessità a queste esigenze “superiori”, perdendo una gran parte delle proprie terre e la possibilità di usufruire liberamente del proprio mare e dei propri cieli. Basi militari italiane, statunitensi e NATO, e la presenza massiccia di polizia, carabinieri, finanza, corpi speciali e quant’altro costituiscono forze di occupazione coloniale atte alla repressione preventiva ed all’eliminazione sistematica di qualsiasi specificità nazionale in quella che è una guerra a bassa intensità per il controllo totale del territorio.
Queste scelte hanno creato un apparato economico assistenzialista finalizzato a rendere l'economia sarda totalmente subordinata a quella italiana e a creare sottosviluppo al fine di mantenere l’isola e i suoi abitanti in una condizione di continua crisi economica e quindi di subordinazione politica. Il risultato è una dilagante disoccupazione e precariato di massa che, come immediata conseguenza, hanno dato occasione ad una nuova, catastrofica ondata di emigrazione della forza lavoro sarda sia interna (dalle zone interne alle città sarde) che esterna (la classica via del mare). L’emigrazione è un dramma direttamente conseguente alle politiche coloniali e al ruolo della classe dirigente compradora che sta condannando la nostra terra allo spopolamento e alla desertificazione economica.
In estrema sintesi queste sono le condizioni economiche, politiche e sociali e culturali, che caratterizzano oggi la “Questione Nazionale Sarda” e solo la lotta del popolo sardo può porre le basi per la liberazione della Sardigna dalle contraddizioni, altrimenti insanabili, determinate dal colonialismo e dal capitalismo.
PROPOSTA: A FORAS SU G8! In occasione del G8, come indipendentisti sardi,
intendiamo utilizzare al meglio l’attenzione mondiale rivolta alla
Sardegna per rovesciare addosso al governo italiano le sue
contraddizioni interne e far conoscere al mondo la realtà dei movimenti
di liberazione nazionale dei popoli oppressi e delle nazioni senza
Stato. La questione delle nazioni senza Stato,
delle colonie, dei popoli oppressi, del diritto di autodeterminazione,
autodecisione, autogoverno dei popoli, è una questione di prioritaria
importanza strettamente legata alla lotta contro l’imperialismo e la
globalizzazione neoliberista, laddove questa costituisce omologazione e
negazione di qualsiasi specificità, diversità, identità nazionale. Chiamiamo quindi al confronto tutti movimenti di liberazione nazionale attivi nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo affinché si lavori in maniera coordinata per lanciare a livello mondiale la parola d’ordine del diritto di autodeterminazione dei popoli e per costruire la mobilitazione internazionale sulla parola d’ordine: A Fora su G8!. Chiamiamo al confronto tutte le realtà, le organizzazioni, associazioni, collettivi studenteschi e non, e singoli individui per la partecipazione alla mobilitazione nella prospettiva della costruzione di un percorso politico comune ed all’esercizio di un internazionalismo reale ed attivo. Chiediamo, a chiunque voglia partecipare e contribuire all’organizzazione delle iniziative di mobilitazione in occasione del G8, di condividere, riconoscere e far propri i seguenti punti programmatici:
2. La Sardigna è una nazione senza Stato perché
esprime una comunità, una lingua, un territorio, un’economia, una
cultura storicamente determinate e peculiari.
Intervento di A Manca pro s’Indipendentzia alla Giornata antifascista di Siniscola, 20/9/08. Il fascismo nasce storicamente come strumento della
borghesia per far fronte all’avanzata della lotta proletaria e alla
crisi generale dell’economia capitalistica successiva alla guerra
mondiale (14-18). Ideologicamente esso rappresentò il tentativo di
distogliere le masse popolari dalla mobilitazione rivoluzionaria,
attraverso la loro mobilitazione reazionaria.
Monoideologia e costruzione del consenso:
la dialettica politica, apparentemente accesa e piena di colore nei
dibattiti televisivi, non è più il frutto della dialettica fra le
classi e le diverse organizzazioni politiche rappresentanti diverse
istanze sociali, ma polemica tutta interna alla dittatura ideologica,
politica e militare dell’unica classe legittimata al mantenimento del
potere: la borghesia imperialistica. All’indomani della sconfitta del
movimento comunista rivoluzionario nei paesi a capitalismo avanzato è
stato messo in piedi un potente apparato egemonico che un importante
linguista americano ha definito “la fabbrica del consenso”, capace di
coagulare intorno ai temi strategici dell’economia e della politica, un
consenso imbarazzante, praticamente totalitario. E questo è sotto gli
occhi di tutti! I dibattiti e gli scontri politici in realtà sono
soltanto un coro a più voci diretto da un unico direttore d’orchestra.
Noi non condividiamo le posizioni politiche di Castells,
ma il citato è importante perché spiega chiaramente come le lotte per
la sovranità nazionale non possano dichiararsi neutrali o indifferenti
rispetto al fronteggiarsi dei blocchi.
Ci interessa insomma sottolineare che la lotta di indipendenza del popolo sardo è una lotta antifascista perché si tratta di una lotta che mette in discussione i tre pilastri della tendenza al fascismo che accompagnano lo stato italiano dalla sua fondazione ad oggi. Ripercorriamo i tre punti fondamentali:
Il fascismo, al di là delle sue configurazioni storiche,
non può permettersi di cedere sovranità ai popoli imprigionati
all’interno dei suoi confini, soprattutto quando si parla di un’isola
di importanza strategica militare e di un popolo che fornisce un
altissimo coefficiente di contingenti all’EI. Chi lotta per la
sovranità del popolo sardo lotta oggettivamente nel campo che mira
all’indebolimento e alla disarticolazione del militarismo colonialista
ed imperialista italiano e quindi dell’alleanza
interimperialistica di cui lo stato italiano fa parte.
L’unità dello stato è una costante del fascismo dalla
fondazione fino ad oggi. Infatti né i popoli senza stato, né le classi
lavoratrici necessitano della configurazione statuale attuale. La loro
naturale tensione è invece a costruire stati che corrispondano alle
esigenze delle nazioni e all’internazionalismo proletario con tutti i
popoli in primo luogo del mediterraneo e in secondo luogo di tutto il
mondo. Lo stato italiano è una prigione per i proletari e per i popoli
che sono costretti a starvi dentro. Lottare per la sovranità statuale
della Sardigna è il nostro contributo alla lotta generale alla tendenza
statolatrica e securitaria del fascismo italiano vecchio e moderno.
Noi sviluppiamo il pensiero di Gramsci affermando che si
debba lottare per la costituzione di una repubblica socialista sarda
inserita in una libera federazione degli stati socialisti del
Mediterraneo, rinunciando per sempre a due concezioni che non
appartengono né alla storia e agli interessi del nostro popolo, né ai
reali bisogni delle classi lavoratrici: il concetto di Italia e il
concetto di Europa!
A Manca pro s’Indipendentzia L’INCONSISTENZA DEL TEOREMA PISANU A partire dal 2001 si è assistito in Sardigna ad una rinnovata caccia alle streghe avviata dall’allora ministro dell’Interno Pisanu, sardo dedito a garantire gli interessi coloniali italiani nella nostra terra. Questa moderna caccia alle streghe ha trovato nell’isola zelanti esecutori che, sulla scorta delle indicazioni ministeriali, hanno predisposto un apparato repressivo capillare contro tutto l’antagonismo sardo, definito per semplificazione, ad uso e consumo della stampa, anarco-insurrezionalimo. In realtà in questi anni sono stati sottoposti ad intercettazioni, pedinamenti e indagini di vario tipo e al carcere tutti quei gruppi o singoli che professano pubblicamente la loro radicale opposizione allo stato italiano: indipendentisti, comunisti e anarchici. Nelle maglie di questa rete repressiva sono caduti decine di militanti politici contro i quali è stato utilizzato l’ articolo 270 bis del codice penale, raffinato strumento giuridico utile, anche nella sua più moderna riformulazione, a perseguire scomodi oppositori politici. Questa sorte è toccata, tra gli altri, ad Antonella, Ivano e Paolo, ai quali è stato contestato, appunto, l’art 270 bis per aver costituito una associazione sovversiva. Ma forse il teorema Pisanu, così nel frattempo nominato, pecca di eccessiva presunzione e così, nonostante lo zelo del magistrato accusatore, ha cominciato a dimostrare la sua fragilità, tanto che neppure i Tribunali possono fare più di tanto e si vedono costretti a ridimensionare la pesante imputazione. Infatti, la Corte d’assise di Nuoro in primo grado, non accogliendo la tesi accusatoria, ha condannato i tre i compagni non per aver costituito l’associazione sovversiva ma per aver partecipato ad un non meglio precisato gruppo eversivo. Ora la Corte d’Assise d’appello di Sassari assolve i tre per tale imputazione. Questa decisione se da un lato mostra quanto sia farraginoso l’impianto accusatorio o meglio la veste giuridica che è stata data ad un atto di pura repressione politica, dall’altro merita il biasimo collettivo perché continua ad attribuire ai compagni l’attentato alla sede di alleanza nazionale di Nuoro. Riteniamo che questa decisone sia il frutto di un compromesso. I giudici hanno voluto esimersi dall’imbarazzo di motivare una sentenza che avrebbe suggellato un atto di repressione degno del peggiore regime. Peraltro hanno comunque condannato i compagni per non annullare e gettare nel più assoluto discredito l’operato di una magistratura troppo incline a fare da sponda alle direttive politiche. Esprimiamo la nostra più incondizionata solidarietà ad Antonella, Ivano e Paolo che hanno pagato con il carcere il loro ostinato desiderio di vivere LIBEROS IN TERRA LIBERA. Nuoro, 27 gennaio 2009 Ufficio Stampa a Manca pro s'Indipendentzia DI FRONTE ALLA CRISI
POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE Le dimissioni presentate ieri dalla giunta “Soru” rappresentano l’ultimo atto di quella guerra interna che da mesi dilania il PD sardo e che è specchio di uno scontro più aspro tra due fazioni interne alla classe politica “compradora” sarda che vede contrapposti da una parte coloro che interpretano il proprio ruolo quale classe politica che gestisce il potere in posizione subordinata ai voleri della centrale romana, dall’altra coloro che tentano di ricalcarsi un ruolo di classe politica “nazionale”, con maggiori poteri contrattuali nei confronti del “potere italiano”. Al momento dell’annuncio delle dimissioni, dai banchi in cui siedono i rappresentanti del centro-destra italianista si è levato un applauso. Questi signori infatti già pregustano la possibilità di poter gestire il potere in colonia per conto del proprio padrone: lo stato italiano. E’ necessario ribadire, alla luce della campagna elettorale che si avvierà nei prossimi giorni, che l’ingannevole scontro tra centro-sinistra e centro-destra italianista è sempre poggiato su un solido fondamento: che sia destra o che sia sinistra la dominazione italiana sulla nostra terra non viene messa in discussione. E quanto sia la destra che la sinistra italianista vogliano bene alla nostra patria sarda l’hanno saputo dimostrare egregiamente proprio con i loro rappresentanti sardi in Regione. Quando a Roma e in Regione c’era il centrodestra hanno pensato bene, in perfetto accordo tra padroni e servi, di cercare di rifilarci le scorie nucleari, esattamente come oggi ci vogliono rifilare le centrali nucleari; quando a Roma e in Regione c’è stato il centrosinistra allo stesso modo hanno pensato bene di portarci la mondezza italiana. O per un verso o per l’altro l’Italia non ci da altro che rifiuti. Quanti di questi esponenti della classe politica italianista hanno fatto gli interessi del nostro Popolo ogni volta che si sono allineati alle decisioni dei partiti italiani? Ogni volta che sono rimasti in silenzio per disciplina di partito? Ogni qualvolta hanno votato per una qualsiasi legge italiana da imporre alla nostra terra? I Sardi che siedono nei banchi del consiglio regionale, questa è la dura realtà, non lo fanno soltanto per avere dei benefici personali, lo fanno perché si sentono italiani, e da italiani ragionano: tutto ciò che essi identificano come “bene comune” altro non è che il bene dell’Italia. Del resto, per esprimere un giudizio sulla classe politica “compradora” sarda considerata nel suo insieme, senza sterili distinzioni tra destra e sinistra (visto che entrambi servono lo stesso padrone), basta dare un’occhiata obiettiva alle condizioni di vita che si vivono nella nostra Natzione! Paradossalmente le dimissioni sono state presentate lo stesso giorno in cui la Polimeri Europa, controllata dall’ENI, annunciava la chiusura per due mesi degli stabilimenti di Porto Torres, determinando il rischio chiusura per l’intero settore petrolchimico presente in Sardigna e aprendo le porte ad oltre 5000 licenziamenti. La Polimeri Europa è solamente l’ultima di una lunga serie di realtà produttive operanti in Sardigna fallite o in grave crisi economica; lista che contiene i nomi di Legler, Unilever, Queen, Palmera per fermarci solamente agli esempi più recenti nel tempo (altrimenti si potrebbero citare: cartiera di Arbatax, Nuova Scaini e decine di altre realtà in crisi). Queste realtà sono solo la punta di un iceberg che vede alla propria base decine, se non centinaia, di progetti produttivi finanziati con soldi pubblici e mai realizzati. Negli ultimi anni in Sardigna infatti sono stati ripetutamente finanziati progetti industriali spesso presentati da società (la maggioranza delle quali con sede legale in nord italia) che erano già state più volte condannate per truffa, le quali, nuovamente, hanno incassato i finanziamenti e hanno lasciato i disoccupati sulla strada. Allo stesso modo le aziende che invece sono realmente produttive, e che hanno per giunta un bilancio in attivo, minacciano di voler smantellare il loro apparato produttivo per trasferirlo all’estero, in Paesi dove il costo del lavoro è inferiore alla Sardigna. La Regione allora deve ciclicamente stanziare fondi di milioni di euro anche per queste aziende e convincerle così a rimanere in Sardigna. In un regime di dipendenza come quello che viene imposto alla nostra terra, anche le fabbriche – che sono il simbolo della produzione – non devono produrre, devono indebitarsi, devono stare sempre sull’orlo del fallimento per rendere indispensabile l’intervento dello Stato italiano e della classe politica “compradora”, per dare un senso alla presenza nel territorio dei sindacati confederali, corresponsabili di questa situazione di sfascio economico e sociale, capaci (o consapevolmente incapaci?), di fronte alla crisi, di mobilitare i lavoratori esclusivamente al fine di ottenere gli ammortizzatori sociali e spesso complici degli interessi di quelle aziende (Legler, Queen, etc.) che minacciano licenziamenti per continuare ad estorcere finanziamenti pubblici. La nostra terra è oggi, con la
diretta responsabilità dei signori che siedono sui banchi del consiglio
regionale, un’immensa base militare, dove gli eserciti di tutto il
mondo vengono ad addestrarsi, pagando gli affitti allo stato italiano e
lasciando sul terreno (ma anche nei cieli e nel mare) inquinamento,
morte e desolazione. Di fronte a questa situazione drammatica, ne siamo sempre più convinti, rimane un’unica strada percorribile per conservare la nostra dignità di Popolo, per smettere di vivere continuamente sottoposti al sopruso, alla miseria, alle umiliazioni. Questa strada è quella che porta, attraverso un percorso tortuoso, alla piena consapevolezza dei nostri diritti storici, alla realizzazione del nostro destino di Popolo e di Natzione. DI FRONTE
ALLA CRISI POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE Di fronte alla prospettiva delle prossime elezioni, sia che si svolgano a fine febbraio che a primavera, gli indipendentisti hanno il dovere di portare il loro progetto politico ed un proprio programma, radicalmente alternativo a quello dei partiti italianisti, tra il nostro Popolo, tra la nostra gente. Occorre riappropriarci delle piazze dei paesi; occorre, di fronte allo strapotere economico e mediatico dei partiti italianisti, riprendere a fare “politica”, politica indipendentista nel nostro caso, paese per paese, rione per rione, casa per casa. Occorre lavorare, in modo unitario per chi crede in questa necessità, al radicamento dell’ideale indipendentista nella nostra Natzione. Ed in questo lavoro occorre partire dalle comunità dell’interno, costruire avamposti indipendentisti in ogni paese. Perchè solamente consolidando le nostre ragioni e i nostri valori nelle comunità dell’interno costruiremo le condizioni per affondare le radici del progetto indipendentista in profondità nel sentidu del nostro Popolo e costruire così un percorso irreversibile per riprendere il mano il nostro destino e costruire un futuro sulla base delle nostre esigenze, dei nostri interessi, della nostra storia. Questo è l’orizzonte politico verso il quale intende lavorare a Manca pro s’Indipendentzia in occasione delle prossime elezioni “regionali”. Nugoro, 26 de Santandria 2008 IL G8 IN
SARDEGNA: ENNESIMA UMILIAZIONE COLONIALE! G8 E DINTORNI: INIZIA IL BALLETTO DEL RIDICOLO! La settimana scorsa i servizi segreti italiani hanno depositato la relazione semestrale sulla loro attività di “intelligence”. In tale relazione una parte consistente era dedicata alla Sardegna e ai cosiddetti “pericoli” relativi allo svolgimento, nell’estate del 2009, del vertice del G8 a La Maddalena. La notizia è stata ripresa da due delle firme più note del panorama giornalistico sardo, Gianni Garrucciu per il TG3 sardo e Piero Mannironi per La Nuova Sardegna. Entrambi hanno dato prova di ben poca professionalità e deontologia nel riportare la notizia nei loro servizi. L’allarme circa possibili disordini durante lo svolgimento del G8 è stato amplificato senza alcuna verifica circa l’effettiva veridicità di quanto riportato dai “servizi”. Addirittura, in maniera del tutto pedissequa, è stato citato quale prova dell’attività in Sardegna di associazioni sovversive, un episodio accaduto in occasione di una gara di coppa davis di tennis ad Alghero quando ci fu un’esplosione in una cabina elettrica, successivamente rivendicata. Dubitiamo parecchio che i due giornalisti non siano al corrente del fatto che riguardo lo specifico episodio di Alghero, al di là della successiva rivendicazione, ad oggi gli inquirenti non hanno in mano non solo una sola prova, ma addirittura un solo indizio a sostegno della tesi dell’attentato. Paradossale è il fatto che gli artificieri, più volte intervenuti sul posto, non abbiano rilevato la traccia di un solo frammento di materiale esplosivo!!! Eppure la notizia circa i dubbi degli inquirenti è stata riportata in diversi articoli pubblicati in questi mesi!! Allora perché lanciare un allarme del genere? La risposta è semplice: ai servizi segreti italiani (gli stessi impegnati il 31 dicembre del 2004 nei locali dell’università di Cagliari, in via trentino, a “scovare” volantini sovversivi senza riuscire a spiegare cosa ci facessero nei locali dell’università quando questi erano chiusi per le ferie natalizie!) fa molto comodo “preparare” un clima di apprensione nell’opinione pubblica rispetto alle legittime manifestazioni di dissenso che si vanno organizzando per il G8 dell’estate 2009. Più l’opinione pubblica viene allertata, intimorita, spaventata con la presentazione di possibili scenari di guerra, di disordini, di guerriglia, più semplice sarà poi giustificare la mano pesante delle cosiddette “forze dell’ordine” nei confronti di chiunque osi esprimere il proprio dissenso. Non possiamo certamente dimenticare che, purtroppo, proprio la nostra terra ha dato i natali a colui che, meglio di chiunque altro, è stato capace di utilizzare questa strategia, ovvero l’ex ministro dell’interno Giuseppe Pisanu, che per tutta la durata dell’incarico non ha smesso un istante di lanciare l’allarme circa pericolose alleanze in Sardegna tra anarchici, indipendentisti e marxisti-leninisti, giungendo infine a cogliere i frutti di cotanto impegno: ovvero il tintinnar di manette nei confronti dei militanti di a Manca pro s’Indipendentzia con l’operazione “arcadia” e l’iscrizione nel registro degli indagati di 54 militanti del movimento di liberazione nazionale sardo. Ma perché la stampa sarda si presta a questo gioco? Certo non è possibile, come si suol dire, “fare di tutta l’erba un fascio”, ma non si può non rimarcare che nel recente passato sono state pubblicate notizie che hanno veramente rasentato il ridicolo. Un solo esempio! Qualche giorno dopo l’arresto dei nostri militanti, la notizia, data per certa, che alcuni di noi erano stati “ospiti” nei campi di addestramento della guerriglia sandinista in Nicaragua e probabilmente anche in campi analoghi in Palestina. Inutile, forse, sottolineare l’assoluta infondatezza, oltre che ridicolaggine, di tali notizie. Come non ricordare che il Sig. Mannironi già in passato si era reso protagonista della pubblicazione di notizie del tutto false, seppur avute in esclusiva dai sempre ben informati “servizi”. Subito dopo l’arresto, avvenuto il 12 febbraio del 2007, di alcuni militanti dei centri sociali in nord italia era stato pubblicato un articolo sulla Nuova Sardegna in cui si riportava la notizia di un vertice avvenuto nel 2001 tra alcuni degli arrestati e rappresentanti di a Manca pro s’Indipendentzia. Peccato che il nostro solerte giornalista si sia dimenticato di verificare la “data di nascita” della nostra organizzazione, avvenuta a luglio del 2004 per cui è del tutto improbabile che qualcuno che ci rappresentasse possa aver preso parte a qualsiasi tipo di incontro prima di tale data! Ora che la mobilitazione contro questa ennesima umiliazione coloniale, rappresentata dall’organizzazione del G8 nella nostra Natzione, si è avviata prendiamo atto che è iniziata la campagna di terrorismo mediatico dei servizi segreti italiani. Invitiamo, con la massima serenità, la stampa sarda a vagliare con maggiore accuratezza tale tipo di “soffiate” al fine esclusivo di evitare il diffondersi di un clima di allarme e di paura che è del tutto infondato e inutile. Allo stesso tempo eviteranno di rendersi complici di chi aspira a ripetere la “macelleria messicana” di Genova 2001. Come indipendentisti sardi sapremo utilizzare al meglio la vetrina mondiale offerta dal G8 per rovesciare addosso al governo italiano le sue contraddizioni interne e far conoscere al mondo la realtà delle lotte di liberazione nazionale dei Popoli senza stato d’Europa. Il tutto con la sola arma che lo stato italiano non potrà mai toglierci: la forza delle nostre ragioni! Nugoro, 5 Marzo 2008 BADU ‘E CARROS 2008: MOBILITIAMOCI PER I DIRITTI CIVILI E POLITICI DEI DETENUTI DI NUORO E DI TUTTA LA SARDIGNA
La situazione nel carcere di Nuoro è
insostenibile e ci obbliga a prendere una ferma posizione politica a
riguardo. Nuoro, 9 Gennaio 2008 Per portare avanti efficacemente la lotta di liberazione nazionale in Sardigna è assolutamente necessario concentrare gli strati popolari sardi – intesi nell'accezione sia qualitativa che quantitativa più ampia possibile – all'interno del campo patriottico. E' necessario costruire un enorme blocco popolare che riesca a prendere la posizione adeguata nello scontro Sardigna – Italia. Occorre costruire una forza sostenuta e dinamica che sappia scavare un solco incolmabile tra gli interessi della Natzione Sarda e dei suoi sostenitori da una parte, e gli interessi dello Stato italiano e dei compradores unionisti dall'altra. In nessun altro modo è plausibile e serio pensare di poter far avanzare la lotta di liberazione nazionale in Sardigna. Chi è convinto che possano esistere delle alternative a questa strategia generale di lotta per l'indipendenza, non ha né una conoscenza né una percezione adeguata delle forze del nemico e del potere attualmente detenuto dalle forze unioniste in Sardigna. Qualora vi fossero organizzazioni politiche che in questa fase dell'evoluzione della lotta rifiutassero di riconoscere come vera e necessaria questa strategia generale, esse sarebbero inevitabilmente destinate a veder fallire i propri progetti di autodeterminazione nazionale e sarebbero orientate verso l'autoghettizzazione. Non è più possibile pensare di poter stare ognuno nel suo orticello a bearsi della propria autoreferenzialità. Nell'ultimo decennio in Sardigna l'indipendentismo ha fatto passi da gigante analizzando sé stesso in senso critico, e ciò ha determinato un grande aumento delle capacità di leggere la società sarda, le sue esigenze nazionali, la sua volontà di riscatto che ogni giorno cresce e capillarmente si espande. Le organizzazioni politiche indipendentiste hanno sviluppato la lotta in maniera attiva per cercare di dare risposte e proposte adeguate alla sete di giustizia e dignità della Natzione Sarda. Nel corso di questa lotta ci sono state situazioni negative o atteggiamenti sbagliati che hanno lacerato le componenti politiche del variegato Movimento di Liberazione Nazionale Sardo (da intendersi esclusivamente come insieme non organizzato, ma esistente di fatto, di tutte le organizzazioni che in Sardigna lottano per l'indipendenza). Alcune di queste battaglie interne al MLNS hanno avuto l'effetto di far riflettere chi ha commesso degli errori e di aprire la strada a importanti autocritiche. Alcune altre di queste battaglie interne sono invece servite per smascherare l'inconsistenza della autoproclamazione di indipendentismo fatta da tante persone e anche da qualche gruppo, che difatti ora lavorano, dopo aver perso ogni credibilità patriottica, nel campo unionista. Il bilancio politico di queste battaglie interne è dunque sostanzialmente positivo: esse sono servite a imprimere dinamicità al MLNS e lo hanno fatto maturare. Per quanto riguarda, invece, le battaglie che i patrioti e i movimenti indipendentisti hanno combattuto verso l'esterno e cioè verso la società sarda e contro l'Italia, il risultato è ben noto e tangibile: nel corso di una quindicina d'anni il numero dei Sardi che definiscono sé stessi “indipendentisti” è balzato da poche migliaia a svariate decine di migliaia; il numero dei militanti impegnati stabilmente nella lotta da poche decine ad alcune centinaia; le iniziative politiche da meno di una decina l'anno a decine e decine ogni anno… Non può ovviamente che considerarsi positivo un bilancio del genere: esso dimostra che la lotta per l'indipendenza si è messa in moto e che lentamente la Natzione Sarda ne sta divenendo prima partecipe e poi protagonista. Di chi è il merito di tutto ciò? Ognuno come singolo e come organizzazione è portato a rispondere: il mio! Questo perché ognuno è conscio della propria enorme dedizione data in questi anni alla lotta, e di quanti sacrifici anche personali ci vogliono per portarla avanti. Ma questa sarebbe una visione parziale, non sarebbe del tutto vera e questo atteggiamento rischierebbe di essere solo foriero di incomprensioni. La verità è un'altra, e nonostante l'orgoglio e la boria possano accecare qualcuno, la risposta la conosciamo tutti: il merito è nostro, di tutti noi indipendentisti insieme! Il merito è di tutti quei leali patrioti sardi che in questi anni, e alcuni da decenni prima, si sono spaccati la schiena per portare avanti la Causa Sarda : essi ne sono i testimoni viventi e genuini. A chi può interessare conoscere la tessera di queste straordinarie persone? A che serve? A chi serve? Esse lavorano in ogni movimento si autodefinisca indipendentista e portano avanti tutti i giorni con fatica la Causa Sarda. Una Causa che non distribuisce tessere e non ha timbri né patenti di patriottismo: essa attende solo di crescere ancora! Ma come sono stati raggiunti questi risultati? Essenzialmente lottando alla rinfusa, in ordine sparso, con un grandissimo impegno, ma anche con un'enorme dispersione di energie. Finora abbiamo innaffiato, come gocce sparse, sull'aridità che regnava sulla nostra terra. Ma ora che essa verdeggia, per spazzare via la grande forza del nostro comune nemico è necessario che le gocce d'acqua si uniscano per diventare onde poderose. La prima fase dell'evoluzione del nuovo indipendentismo è difatti avviata verso la sua conclusione. Essa si poneva il compito di far sapere ad ogni Sardo che l'opzione indipendentista esiste ed è necessaria. Questo risultato esiste, è stato raggiunto, ora bisogna andare avanti. Che cosa è necessario fare adesso? Adesso bisogna far sapere che l'opzione indipendentista non solo è necessaria, ma è anche POSSIBILE. Crediamo che in ordine sparso si possa dare l'impressione che l'indipendenza sia raggiungibile? No, lo sappiamo bene, in fondo. E allora impariamo ad ascoltare il nostro popolo, perché esso ci comunica le sue esigenze. Che cosa si dice in giro? “Volete fare la Sardigna e siete i primi a dividervi”. Tradotto in politico significa “Se volete che noi crediamo possibile fare la Sardigna unitevi, dateci l'esempio”. Ancora, cosa si dice in giro? “Sezis bator gattos e bos dividìes puru!”, ovvero “Non capite che se siete divisi non rappresentate niente?”. Perché non dare ascolto al popolo? Il superamento della prima fase e la non preparazione alla nuova ci sta portando ad una simile situazione di stallo che – è ora di rendersene conto – ci sta portando a chiamare oramai questo e quel movimento nemmeno più col loro nome, ma col nome di questo o quel “leader”. Ma come si può affrontare la nuova fase con un MLN impantanato nel più retrogrado leaderismo? Ma cosa pensiamo che gliene possa fregare a quel milione e quattrocentomila Sardi che ancora dobbiamo conquistare alla Causa, di sostenere la fazione di Tizio o la fazione di Caio: la Natzione non cerca leaders, cerca programmi, motivazioni adeguate per poter credere che l'opzione indipendentista sia davvero possibile! Se noi non ci sapremo adeguare a questa fase la Natzione Sarda continuerà a credere impossibile approdare all'autodeterminazione. E se non crederà all'autodeterminazione crederà all'unione con l'Italia, alla concezione che senza l'Italia si muore. Ecco cosa crea il non adeguarsi alla nuova fase, ecco a cosa serve incentivare le divisioni, ecco a cosa porta lo stupido e vacuo leaderismo: dà una mano all'unionismo. Ma allora, se ci si deve unire, come e in che cosa ci si deve unire? Bisogna fare un partito unico? Non è necessario. Bisogna molto più semplicemente riconoscersi tra indipendentisti e sedersi a un tavolo. Questo però ora non è facile: ci si accusa da una parte all'altra di pseudoindipendentismo, di non ortodossia… Nel frattempo nell'Italia colonialista che ci opprime vanno a governare insieme i vecchi democristiani con gente che si definisce comunista, e nella CdL sguazzano insieme neonazisti con repubblicani, antiamericani sfegatati e filoamericani convinti. E noi in colonia di Sardigna, non per il potere del malaffare, non per i tesori della corruzione e del malgoverno, ma per la giusta e plurimillenaria causa dell'Indipendentzia cosa facciamo? Stiamo divisi e in guerra tra noi. Se non fosse per la tragica realtà dei fatti sembrerebbe uno scherzo. Sediamoci dunque allo stesso tavolo tutti quelli che si definiscono indipendentisti, ma non, o non solo, per parlare di elezioni (che sono solo uno tra i tanti momenti della lotta), bensì per parlare di cosa possiamo fare insieme, di come poter costruire un grande blocco in lotta contro l'occupazione italiana, di come migliorare le reciproche posizioni rispetto alla lotta che va avanti, di come far capire alla nostra Natzione Sarda che siamo tante parti di un grande MLN che ha un solo obiettivo: COSTRUIRE L'INDIPENDENZA . a Manca pro s'Indipendentzia
contro il Termovalorizzatore! Il cosiddetto termovalorizzatore che la Regione ha
previsto per Ottana consiste in un megainceneritore capace di produrre
una quantità relativamente molto bassa di energia (ricordiamo che la
Sardigna sotto questo punto di vista non solo è autosufficiente, ma
addirittura esporta energia fuori dall’isola) emettendo nell’aria
ingentissime quantità di sostanze tossiche in polveri sottili, capaci
di generare anche il cancro. La certezza della sua dannosità è
documentata da analisi scientifiche di numerosi biologi, chimici,
genetisti ed esperti medici, ma non solo: bisogna sapere che diversi
Stati d’Europa, primo fra tutti la Germania, vanno dismettendo questo
tipo di inceneritori proprio a causa del loro aspetto nocivo. Con la presente a Manca pro s'Indipendentzia esprime la totale solidarietà e vicinanza agli operai e alle operaie della LEGLER in lotta per la salvaguardia del posto di lavoro. La stessa solidarietà e vicinanza la esprimiamo per gli operai e le operaie del calzificio QUEEN/REAL della zona industriale di Tossilo (Macomer) dove, nei giorni scorsi, la direzione aziendale ha comunicato l'intenzione di dimezzare il personale entro il mese di ottobre 2007 (sono a rischio circa 150 posti di lavoro). Nel lacerato sistema economico della Sardigna, in particolare della Sardigna centrale (dove sono ubicati gli stabilimenti delle due aziende in crisi), si assiste negli ultimi anni al ripetersi di un copione tristemente noto: incentivi di milioni di euro per imprenditori/avventurieri (il più delle volte provenienti dal nord italia) i quali si insediano in Sardigna giusto il tempo di incassare i soldi, costruire qualche capannone, assumere (magari attraverso corsi di formazione superfinanziati) decine di maestranze e poi, dopo qualche mese di produzione "fittizia", sparire senza lasciar traccia se non uno stuolo di cassintegrati, licenziati e nuovi disoccupati. Ugualmente noto è il sistema di minacciare la chiusura degli impianti e il licenziamento di decine di operai per ottenere ulteriori milioni di finanziamento allo scopo di perpetuare la rapina delle risorse che dovrebbero essere finalizzate ad un reale sviluppo della NOSTRA ECONOMIA!!! Il Popolo Lavoratore Sardo è stanco dei svariati piani di rinascita e dei programmi di rilancio occupazionale che continuano a fallire continuamente, così come delle tante promesse dei vari governi sardi e italiani che si sono alternati negli ultimi 30 anni, che altro non hanno prodotto se non “finte crisi produttive”, “mobilità”, “cassa integrazione” e il licenziamento di centinaia di operai. GLI OPERAI E LE OPERAIE NON DEVONO PAGARE PER I "GIOCHI DI RAPINA" DEI PADRONI DI TURNO E PER LA CRIMINALE POLITICA DI "SVILUPPO" ATTUATA NEGLI ANNI DALLO STATO ITALIANO, IN COLLABORAZIONE CON LA CONNIVENTE CLASSE POLITICA COMPRADORA SARDA., NELLA COLONIA SARDIGNA!!! GLI IMPIANTI DEVONO CONTINUARE LA PRODUZIONE E IL LAVORO DEV'ESSERE GARANTITO!! GLI IMPRENDITORI CHE HANNO RICEVUTO MILIONI DI CONTRIBUTI PUBBLICI DEVONO RENDERE CONTO AL POPOLO SARDO SULL'UTILIZZO DI TALI SOMME E SU QUALI PROGRAMMI DI SVILUPPO HANNO AVVIATO PER LE PROPRIE AZIENDE!!! NO AI LICENZIAMENTI, NO ALLA CHIUSURA DEGLI IMPIANTI!!! SARDIGNA: E’ anche un attacco alla dignità di noi tutti
lavoratori, la vicenda che si va definendo attorno al Calzificio Qeen
di Macumere! Infatti dopo che il Gruppo Real, proprietario
dell’azienda, annuncia il licenziamento di 70 operai su 150 per il
semplice motivo di trasferire una parte della produzione in Serbia,
senza il benché minimo motivo di un temuto rischio di fallimento(che
comunque non sarebbe giustificato), ma solo per il fatto di ricavare un
maggior profitto , ora si fa avanti una nuova impresa coloniale venuta
dalla Francia col nome di Acquafill, disposta ad acquistare una parte
dello stabilimento di Macumere addetto alla spirilatura e torcitura e
ingrandirne il reparto. Guarda caso questi gentili filantropi disposti
a sacrificarsi in una terra continuamente soggetta “al pericolo di
essere lasciata a se stessa”, pretendono i soliti abbondanti
finanziamenti regionali. Identica anche la procedura: si promettono
posti di lavoro; si chiedono finanziamenti; scaduti i finanziamenti si
licenzia incominciando gradualmente e poi si scappa con le tasche
piene! Magari inventando una finta crisi.. Potere a su populu
traballadore sardu! PER IL 90° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA A 90 anni dalla Rivoluzione proletaria dell’Ottobre
1917, riteniamo importante riflettere collettivamente sulla validità di
alcuni dei princìpi e dei valori universali che quella ricca esperienza
storica ci ha lasciato. Uno di questi, ultimamente trascurato, risiede
nel fatto stesso che fu la prima, duratura, vittoria proletaria contro
il dominio della borghesia.
Lo scopo di questa iniziativa politica, rivolta a tutti
quelli che si battono genuinamente per cambiare lo stato
presente delle cose, è quello di contribuire a rimettere in
circolo ed attualizzare politicamente categorie troppo frettolosamente
accantonate. Nello sfondo dell’egemonia borghese ed opportunista, in un
conflitto di classe artificiosamente mantenuto a bassa intensità,
soprattutto dallo sforzo concentrico condotto da apparati repressivi,
il sistema dei mass-media e sindacati confederali, che insieme
rappresentano punti strategici su cui poggia il piano del moderno Stato
imperialista. Domenica 18 novembre ore 10,30 All’Incontro sarà presente il Presidente del Democratic Repubblic Fronte of Europe del Nepal Lotta e Unità per
l’organizzazione proletaria -
SULLA GRAVE SITUAZIONE
AMBIENTALE A SASSARI Sassari, 27 settembre 2007 11 luglio 06 – 11 maggio 07:
Dieci mesi di ingiustizia! La lotta contro l'occupazione militare è una questione di Sovranità Natzionale La presenza di servitù e basi militari NATO, USA e italiane è prima di ogni cosa un problema politico. È la manifestazione più chiara del rapporto coloniale che lo stato italiano ha instaurato col popolo sardo e rappresenta la più evidente negazione del diritto di sovranità. Nel volgere di 50 anni tale presenza è moltiplicata in maniera esponenziale. Mare, aria, terra, sono stati occupati dall'esercito italiano, concessi segretamente agli americani, sottratti alle popolazioni per farne poligoni inter-forze dove sperimentare nuove armi e compiere imponenti esercitazioni che farebbero impallidire lo sbarco in Normandia. Tutto senza che ai sardi sia mai stato chiesto il parere. Sotto la promessa di un sicuro sviluppo economico le popolazioni hanno accettato la convivenza con basi e servitù e oggi si ritrovano a chiederne lo smantellamento e rivendicano il diritto al lavoro. L'occupazione militare è stata ed è funzionale all'imposizione di un modello di sviluppo economico coloniale che ha stravolto la vita dei sardi; sulle pianure sono cresciuti mostri industriali che sputano veleni e i pastori e gli agricoltori sono stati avvelenati dalle promesse di una vita migliore lontana dai pericoli e dalle incertezze della campagna; al posto dei muretti a secco che delimitavano i pascoli sono sorte recinzioni con cartelli gialli indicanti “Zona militare: limite invalicabile”; nelle coste le nuove generazioni parlano il tedesco e l'inglese mentre lavano montagne di piatti e dimenticano la propria lingua per paura di sentirsi additati come incivili; nelle periferie dei poligoni le popolazioni muoiono di leucemia, di “sindrome di Quirra” o di indennizzi economici. Nessun progetto di sviluppo economico e sociale è compatibile con la presenza di basi e servitù. Questo ce lo insegnano i pescatori delle marinerie di tutta la Sardigna con la loro lotta. Pensare e progettare un'alternativa reale per lo sviluppo sociale ed economico della Sardigna significa porre con determinazione e forza al centro del dibattito politico il problema della sovranità nazionale. In quanto comunità stabile, storicamente determinata, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di cultura, di territorio, di vita economica, i sardi sono una nazione. Rivendicare e agire il diritto sul proprio essere nazione significa riappropriarsi del territorio occupato e abusato militarmente dagli eserciti di tutta l'Europa ed economicamente dal grande capitale straniero e locale. L'affermazione della sovranità nazionale è un atto di libertà e indipendenza, contro l'abuso e l'occupazione perpetrato dallo stato colonialista. È giunto il momento di voltare pagina; è ora che il popolo lavoratore sardo guardi alla sua storia passata e da questa tragga insegnamenti e forza e li trasformi in formidabili espressioni di lotta per scrivere la propria storia futura. Di fronte alla scientifica rapina di risorse naturali, alla mortificazione della lingua e della cultura, all'arroganza coloniale espressa giuridicamente, militarmente, economicamente, il solo rapporto che il popolo lavoratore sardo può instaurare con lo stato italiano è lo scontro, per l'indipendenza e il socialismo. Per lo smantellamento delle basi e delle servitù militari, contro l'occupazione militare, per la sovranità nazionale… …Chi su populu traballadore sardu si boltet a Manca pro s'Indipendentzia !
La lotta di liberazione nazionale, la repressione e i teoremi della controrivoluzione preventiva. In Sardegna un rinnovato senso di appartenenza e di identità è alla base del vivo interesse che investe la società, per la Questione Sarda e per le sue storiche contraddizioni.All'interno del dibattito identitario la borghesia isolana mira a portare a compimento il processo di riorganizzazione delle strutture di potere e riformalizzare il contratto di sudditanza che lega la classe dirigente e i potentati economici alla borghesia italiana e europea. Ecco spiegato lo scontro sulla nuova costituzione regionale, sulle politiche di sviluppo economico, in funzione delle quali si determinano nuovi assetti di potere, scaturiti dalla lotta tra fazioni interne alla classe che da sempre è responsabile della svendita della Sardegna, della sua dipendenza economica e dell'impoverimento spirituale e materiale. Di cont0ro alle tendenze autonomiste e federaliste della borghesia, l'idea di una Sardegna indipendente e sovrana si è sedimentata nella coscienza del popolo sardo. Il sentimento "prepolitico" di identità e appartenenza è divenuto uno dei fondamentali pilastri su cui si fonda la rivendicazione indipendentista e identitaria.In seno al popolo sardo si sono costituite le avanguardie politiche che oggi si pongono l'obiettivo di risolvere la Questione Sarda. Tra queste l'opzione nazionalista-nazionalitaria e interclassista è destinata ad arenarsi nelle sabbie mobili della democrazia borghese o ad essere screditata come manifestazione di ribellismo folclorico. Interni ad un sempre più vasto Movimento Popolare di Liberazione Nazionale, noi patriotti comunisti di a Manca pro s'Indipendentzia ci riconosciamo nella parola d'ordine Sotzialismu et Indipendentzia, sintesi di un progetto politico complessivo per cui il raggiungimento dell'indipendenza è la sola possibilità di costruire una alternativa economica e sociale per il popolo sardo, e la costruzione di una società socialista è l'unico modo per ottenere una indipendenza sostanziale e non di facciata. Ancora significa dare risposte ai bisogni fondamentali del popolo sardo e difenderne gli interessi generali di classe, non conciliabili con quelli della borghesia sarda e straniera.Lo stato colonialista risponde al fermento indipendentista con una molteplicità di iniziative repressive che hanno l'obiettivo di annullare la spinta rivoluzionaria che le organizzazioni di classe stanno trasmettendo al popolo sardo. Questo tentativo si palesa oggi con la costruzione del "Teorema Pisanu" che vede uniti in un unico calderone eversivo anarchici, marxisti-leninisti, indipendentisti. Questo delirio cucito su misura alla realtà sarda sottende a una varietà di atti repressivi che avrebbero ricevuto il plauso delle dittature fasciste. Servizi segreti, Digos, nonché i reparti speciali come i ROS si divertono con intimidazioni nei confronti dei militanti, pressioni psicologiche e morali sulle loro famiglie, perquisizioni nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni private e nelle autovetture, col chiaro intento di terrorizzare i più giovani o ribadire l'assoluto controllo e dominio sulla vita pubblica e privata di ciascun patriotta. A questo si aggiungono i pedinamenti, le intercettazioni ambientali, la localizzazione attraverso trasmettitori satellitari gps, divenuti dotazione di serie nelle sgangherate macchine dei militanti. In futuro potrebbero lasciare nel luogo da perquisire le prove del contestato reato, un proiettile, un volantino, un'arma da fuoco etc... Il piano repressivo e controrivoluzionario tende a demonizzare e criminalizzare la Lotta di Liberazione Nazionale in tutte le sue espressioni politiche, chiamando terroristi i patriotti comunisti e i rivoluzionari. Più alto sarà il livello di scontro più crescerà nel popolo sardo e nelle sue avanguadie politiche la convinzione che solo una lotta di liberazione nazionale anticapitalista e di classe porterà ad una vera indipendenza. Lo stato colonialista risponderà con una sempre più violenta e arrogante repressione. Questo non deve spaventarci ne riempirci di stupore, perché è il naturale evolversi dello scontro politico. Sarebbe stupido e infantile pensare allo stato borghese come ad una mamma che seppur severa accontenta i figli capricciosi. In quanto espressione organizzata degli interessi della borghesia, tutti gli apparati dello stato saranno impiegati per soffocare, con ogni mezzo necessario, la legittima rivendicazione di indipendenza e sovranità del popolo sardo. Questa consapevolezza deve alimentare in ciascun patriotta, in ciascun militante comunista-indipendentista il desiderio di lottare, con scientificità e determinazione, con tutti i mezzi richiesti dalla lotta, per l'indipendenza e il socialismo. Chi su populu sardu si oltet a Manca pro s'Indipendentzia Sotzialismu et (est) Indipendentzia L'occupazione Militare in Sardigna Da millenni la nostra terra subisce, anche attraverso l'oppressione militare, un processo di colonizzazione finalizzato a distruggerne la cultura, la tradizione, la lingua, la storia, radici essenziali di ogni popolo. Dall'occupazione romana in poi, molti sono stati gli eserciti e le bandiere che si sono alternati nel corso della nostra storia, ma pressoché identici sono stati i metodi utilizzati per portare avanti questo progetto di repressione e controllo del popolo sardo. La posizione strategica della nostra isola è sempre stato un fattore attrattivo potentissimo che ha spinto le potenze mondiali di turno ad esportare il proprio strapotere militare sulla nostra terra usurpando le nostre materie prime. La propaganda risorgimentale italiana ha progressivamente ed incessantemente tentato di nascondere quali atrocità, stragi, soprusi, e violenze si nascondano dietro la storia dell'occupazione dell'isola. Una storia di rastrellamenti, di pubbliche stragi di massa, di occupazioni di interi paesi e di deportazioni nel nome della moderna cultura europea. L'occupazione militare è stata il mezzo con cui i piemontesi hanno inaugurato l'attuazione di un processo di totale disgregazione dell'ordinamento sociale ed economico tradizionale attraverso l'editto delle chiudende, abolendo l'uso collettivo delle terre,creando la nuova borghesia terriera, imponendo ordinamenti tali da bandire la stragrande maggioranza della popolazione come fuorilegge. "Atroci "campagne contro il banditismo" vennero condotte dal Viceré Marchese di Rivarolo, dal Viceré Marchese di Valguarnera, nel 1770 dal Viceré Marchese de Hayes, quest'ultime concertate tutte e guidate dal Ministro Bogino, uomo di punta presso il Re della borghesia Piemontese. Su tutti i paesi si eressero in permanenza le forche, i cadaveri dei giustiziati vennero strappati a pezzi. In tutta l'Isola il nome di Bogino-ministro illuminato-risulta ancora oggi sinonimo di giustiziere: Bogino uguale Boia. Per tutto l'ultimo decennio del 1700 e oltre, i seguaci di G.M. Angioj, costretto all'esilio, furono perseguitati: tutti i sardi ammiratori della rivoluzione francese o semplicemente nemici del feudalesimo, popolani, contadini, pastori, furono braccati, arrestati, trucidati sulle strade o nelle prigioni per opera di Carlo Felice e di Placido Benedetto suo fratello. I villaggi del Logudoro vennero assaliti dalle truppe regie, cannoneggiati, incendiati e molti dei loro abitanti uccisi o arrestati in massa. Né a questa repressione sfuggirono i pastori. Per queste vie, cosparse di cadaveri e di sofferenze, la Sardegna giunse a una tappa cruciale della dominazione piemontese: la riforma del regime di proprietà e godimento delle "chiudende" del 1820 e anni successivi. Mentre romani e cartaginesi avevano cacciato i Sardi da una gran parte del loro territorio, i nuovi venuti, proprio con gli editti delle chiudende, si adoperarono con zelo crudele a strappare da sotto i piedi stessi dei pastori le terre rimaste, e ad estirpare in linea di fatto e di diritto ogni residua libertà di pascolo, necessaria per la sopravvivenza di una pastorizia brada, nomade e transumante. Si trattò, quindi, di un'operazione condotta fondamentalmente contro i pastori, anche se non solo contro di loro. Anche i pastori reagirono prontamente e rabbiosamente. A Mamoiada, Orgosolo, Fonni, Arzana e altrove vi furono conflitti a fuoco e spargimenti di sangue. Per lungo tempo, in gruppo e muniti di leve di legno, essi continuarono di notte a rovesciare i muri di recinzione. Il governo rispose inviando l'esercito: per quasi dieci anni, in uno stato d'assedio continuo, i pastori furono massacrati, le carceri riempite le popolazioni deportate. E naturalmente furono allestite nuove campagne contro il così definito brigantaggio. Torme di criminali ed evasi del Piemonte, costituite in Corpo Franco di Polizia, furono sguinzagliate ovunque a seminare terrore e desolazione con lo scudiscio e la tortura, il moschetto, le forche, le infissioni di teste nei pali lungo le strade. Con la costituzione del regno d'Italia la repressione del popolo sardo si inquadrò per un certo periodo nella generale repressione del brigantaggio meridionale. Ma in Sardigna la repressione marcò ancora di più il suo carattere di guerra coloniale, di guerra totale, ideologica, politica, economica, sociale. Una guerra, quindi, che dà al perseguitato solo la possibilità della sconfitta più atroce, dell'annientamento fisico e morale. L'intervento militare nell'isola non era una dolorosa necessità momentanea, ma un aspetto essenziale e perfettamente funzionale della generale politica di colonizzazione. La forza armata, l'esercito, furono impiegati per stroncare ogni resistenza alla penetrazione capitalistica, per imporre lo sfruttamento e la rapina di forsennati imprenditori forestieri. Gli industriali e commercianti caseari continentali si avventano sui pastori per impossessarsi a vil prezzo, e con metodi che è poco definire di strozzinaggio, dei loro prodotti. Inevitabile la ribellione che già tende a presentarsi nelle forme di scioperi, sommosse popolari, incendi di caseifici a Macomer, Bonorva e altrove. L'esercito ingaggia vere e proprie battaglie campali -come quella svoltasi attorno ad Orgosolo sui monti dei Morgogliai- e a imporre uno stato d'assedio permanente. Descrivere minuziosamente le operazioni militari condotte dal governo di Roma non è possibile dato che esse si svolgono sempre con la medesima tattica delle guerre coloniali.(G. Cabitza. Sardegna: rivolta contro la colonizzazione. Dicembre 1968). Risalendo ai vari documenti storici da noi analizzati (ovviamente rari o introvabili per ciò che riguarda la Storia Sarda) possiamo affermare non soltanto che esiste una storia della Sardigna e del suo popolo, ma che esiste una storia di lotte e di rivolte mosse periodicamente su tutta l'Isola, contro un sistema istranzu e avverso, che voleva imporre solo "legge e disciplina" sulle vite della nostra gente. Ma questi principi o valori li avevamo già fatti nostri secondo le nostre usanze e necessità, "quindi a misura di popolo" senza che nessun invasore si calasse dall'alto per imporre con la forza la sua legge per essere padrone assoluto di quelle terre e di chi quelle terre già le lavorava da millenni. "Le leggi ufficiali, in qualunque lingua venissero scritte ed emanate, erano state e continuavano ad essere (Anche col regno d'italia) leggi soggettivamente sentite come imposte. Leggi straniere che avevano il vizio, per quanto riguardava la realtà sarda di essere state concepite senza una conoscenza della situazione concreta alla quale dovevano essere applicate, e quindi su presupposti falsi. Il cambiamento della Sardegna da colonia spagnola in Feudo Asburgico, in regno di Sardegna, in Regno d'Italia sono stati passaggi di proprietà dei quali i nostri antenati, come tutti i loro contemporanei sardi sono stati oggetti non consultati e sui quali quei cambiamenti hanno inciso solo nella misura in cui i nuovi padroni erano più o meno esosi dei precedenti." La repressione, il controllo sociale e l'occupazione del territorio sardo sono dunque stati i metodi utilizzati dai vari stati che si sono succeduti per piegare le differenti volontà e necessità del popolo sardo, e questi hanno subito dei cambiamenti solo nelle forme, negli equipaggiamenti e nella tecnologia (dalle palle di piombo all'uranio impoverito) ma non nella sostanza. "Sos sardos sun istados semper gai: in sas trinceras in tempus de gherra, et in sas galeras in tempu de paghe." Il militarismo italiano proseguì nel progressivo attacco al popolo sardo andando avanti secondo una duplice forma: da una parte capillarizzando l'occupazione del territorio e criminalizzando ogni forma di resistenza, dall'altra procedendo ad arruolamenti di massa ottenuti sia con vane promesse che attraverso il ricatto e la costrizione ( ad esempio attraverso il reclutamento di "volontari" nelle carceri). Durante la prima guerra mondiale è stato enorme lo spargimento di sangue dei sardi usati come carne da macello dall'oppressore italiano. Il carattere colonialista dell'occupazione italiana in Sardegna si acutizza ovviamente col nazionalismo fascista e con la fortissima intensificazione della repressione politica e culturale: Esercito, polizia e carabinieri diventano ancor di più lo strumento attraverso il quale ogni tradizione e cultura differente da quella italiana subiranno l'ennesimo tentativo di sradicamento e di conseguente italianizzazione. Dopo la seconda guerra mondiale ed i patti di Yalta, l'Italia e la "colonia sarda" si ritrovano in un'area di estrema importanza strategica per gli equilibri della guerra fredda. La nostra terra verrà, negli anni del dopoguerra, progressivamente militarizzata e trasformata in un enorme poligono per ogni tipo di esercitazione militare e paramilitare (vedi esercitazioni nella base di Poglina da parte di Gladio), soprattutto con la fondazione della Nato nel 1949, nata con lo scopo dichiarato di proteggere l'Europa occidentale da una possibile aggressione militare da parte dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati. In questo scenario geopolitico, sia la Nato che gli Stati Uniti danno alla Sardigna un ruolo primario sia dal punto di vista strategico che al livello logistico militare. La nostra terra è sfruttata quindi su un doppio binario: con compiti addestrativi ( sfruttando intere aree recintate), e con compiti operativi orientati al controllo dell'intera area del Mediterraneo, che fanno dell'isola un'area strategica del sistema politico militare della Nato e degli interessi americani in questa porzione di mondo. La caduta del muro di Berlino e la successiva trasformazione politica della Nato, portano alla continua ricerca di nuovi compiti che ne giustifichino l'esistenza, la ricerca incessante di un nuovo nemico da combattere che di volta in volta è stato identificato ora in Gheddafi, ora in Milosevic, ora in Bin Laden e Saddam Hussein… ed una serie di stati definiti canaglia tra cui Cuba, Corea del Nord, Iran. Cambia il quadro geopolitico ma per la Sardigna le cose non cambiano anzi peggiorano sempre di più. Cinquant'anni di politica Nato hanno portato alla Sardigna come eredità 24.000 ettari di territorio occupato e sfruttato per fini militari. Alcuni degli eventi più eclatanti ed offensivi per la dignità del popolo sardo sono stati l'installazione dei poligoni di Teulada e del Salto di Quirra, intorno agli anni cinquanta; e la "donazione" dell'isola di Santo Stefano al governo amerikano nel 1972. In quale misura la Sardigna contribuisce alla cosiddetta sicurezza nazionale, non abbiamo dati concreti per stabilirlo, una cosa è per noi certa: l'Italia paga la sua quota N.A.T.O. con ingenti pezzi di Sardigna e più di una volta con i suoi morti, privando il popolo sardo della libertà e della propria autodeterminazione, in termini di gestione della terra. I 2010 ettari dell'arcipelago della Maddalena ceduti alla marina statunitense per un accordo segreto tra l'allora governo Andreotti e il governo americano all'insaputa del parlamento italiano, del governo regionale sardo e di tutti i Sardi è l'esempio più eclatante di privazione del diritto di autodeterminazione del popolo sardo e del grado di colonizzazione con cui viene gestito il territorio sardo. Tutto questo e altro fanno della Sardigna ( senza il consenso dei Sardi ) un'isola aggressiva, base strategica per il controllo del Meditteraneo, nonché base di partenza per gli attacchi imperialisti occidentali contro i loro nemici. Oggi più che mai riteniamo indispensabile risvegliare la coscienza dei sardi verso questa incredibile violenza che la nostra terra subisce. Sfruttata, espropriata del suo territorio da potenze straniere occupatrici, negato all'uso del popolo per il suo sostentamento; costretta a subire veri e propri crimini contro l'ambiente e continuo pericolo per la sicurezza del proprio popolo. In tutti i centri che circondano i poligoni e le installazioni militari si registra ormai da anni un'altissima incidenza di tumori al sistema emolinfatico provocati dall'utilizzo di materiali bellici altamente tossici e radioattivi. I numerosi "incidenti" vengono sistematicamente occultati e mistificati dalla propaganda militare con montature incredibili e offensive per la nostra dignità di popolo. Per giustificare questa situazione ritorna quasi ossessivo ed instancabile il famoso ritornello che le basi militari portino lavoro e benessere per il povero proletariato e per i territori che li ospitano. Non si riesce mai a quantificare però questi famosi posti di lavoro e la sensazione più forte è che pochi traggono lievi vantaggi e molti sopportano pesantissimi danni. Mai nessuna istituzione o ente sia esso privato o statale si è mai preoccupato di effettuare degli studi per valutare gli enormi danni subiti dal popolo in termini di uso alternativo del territorio e di mancato sviluppo economico alternativo alle basi. L'ennesimo paradosso della presenza militare in Sardigna: una legge del 1976 riconosce il danno sociale ed economico che penalizza tutti quei territori sui quali gravano servitù militari e prevede un indennizzo alle comunità, indennizzo che né lo stato né la Nato ne tantomeno gli stati uniti si sono mai sognati di versare. Ma non sono certo gli indennizzi che a noi Sardi interessano. L'obiettivo che ci proponiamo di perseguire con la lotta è che le basi abbandonino la Sardigna! Il problema sociale endogeno della disoccupazione giovanile porta ad un'inarrestabile emorragia di giovani sardi che vedono nel loro futuro come alternative o l'emigrazione nel pasciuto occidente oppure la carriera militare. Oggi il 10% dell'intero esercito professionistico italiano è composto da giovani Sardi, facendo della Brigata Sassari una delle maggiori realtà "produttive" in termini d'occupazione dell'intera Sardigna. Tra gennaio ed ottobre 2002 ben quattromila domande di arruolamento sono state presentate da giovani sardi nei centri di reclutamento, segno evidente dell'applicazione della politica utilizzata dagli stati colonizzatori nei confronti delle Nazioni senza Stato: distruzione dell'economia endogena e conseguente arruolamento delle masse dei disoccupati nelle forze armate e di polizia. Noi patrioti sardi di A Manca pro s'Indipendentzia consideriamo l'occupazione militare nelle sue svariate forme come lo strumento attraverso il quale lo Stato Italiano porta avanti la sua politica colonialista e desideriamo per questo promuovere forme di lotta che possano incidere nella coscienza del nostro popolo affinché sa Sardigna si possa liberare una volta e per sempre dalle catene che questo rappresenta. L'esempio della rivolta di Pratobello è la dimostrazione pratica che per quanto possiate costringerci a credere che siamo "troppo bravi" a fare la guerra per voi, per quanto vogliate convincerci che la nostra "razza delinquente" si possa redimere sotto l'aggregazione nelle varie diocesi con modelli di vita che arrivano per le donne direttamente da "Calcutta", e per gli uomini col grido "forza paris", ci sarà qualcosa che sveglierà i nostri animi, che farà ancora brillare i nostri occhi ormai cupi, e battere i nostri cuori a un ritmo turbolento…sentiremo ancora l'odore della rivalsa e torneremo ancora ad essere LIBEROS IN TERRA LIBERA… (E questa non è una promessa ma una filosofica minaccia!!!) UN ALTRO PRATOBELLO E' POSSIBILE!!! Il tentativo di smantellare la scuola pubblica, ormai in atto da tempo è arrivato, con la riforma Moratti, al suo apice. Non si tratta, come vogliono farci credere i nostri governanti, di una semplice riforma della scuola, di “razionalizzazione”o di “ modernizzazione” del sistema scolastico, ma di un attacco vile e sempre più palese alla scuola di tutti. E' ormai è sempre più evidente infatti, che la cosiddetta riforma Moratti (legge n° 53 del 2003) non è altro che un attacco sempre più pressante contro una scuola gratuita, di qualità e per tutti: quella che con disprezzo veniva chiamata dai conservatori in tono denigratorio “scuola di massa” e che invece è stata la conquista, attraverso dure lotte dei lavoratori, di un diritto fino ad allora riservato solo ai figli delle classi più ricche. A questi era riservato l'accesso agli studi secondari e universitari. Si vuole di fatto ritornare alla scuola della riforma Gentile: una scuola per pochi (licei, università) riservata ai figli delle classi dirigenti e destinata a formare la nuova classe dirigente, e di una scuola “per gli altri”, di serie B o C, dove i ragazzi di estrazione proletaria ricevono un'educazione ristretta e subalterna. In tutti gli ordini della scuola pubblica si è vista una drastica riduzione dei finanziamenti, che dal 2001 al 2005 hanno subito complessivamente un decremento di circa il 25%; contemporaneamente sono state previste cospicue risorse alle scuole private Attacco ai lavoratori della scuola La Finanziaria taglia non solo sulle risorse economiche, ma anche sul personale. Per quanto riguarda gli organici infatti, vi è stata, contrariamente a quanto propagandato con toni trionfalistici dal governo (35.000 nuove assunzioni), una massiccia riduzione. I vari tentativi mascherati di reintrodurre l'insegnante unico nella scuola elementare, l'attacco sempre più massiccio al tempo pieno, la riduzione delle ore settimanali delle discipline nei diversi ordini di scuola: tutto va interpretato in questo senso. Contemporaneamente si è allargata la legge Biagi anche alle scuole: contratti part-time, contratti interinali, di inserimento e c'è stato il tentativo di riformare lo stato giuridico degli insegnanti. Questa “controriforma”, infatti, si inserisce nel quadro più ampio del tentativo di questo governo di rendere sempre più “flessibili” e precari i lavoratori, anche nel mondo della scuola. Subalternità dello stato italiano al Vaticano Mentre impone tagli drastici alla scuola, il governo fa regali alla scuola privata e istituisce fondi da destinare a chi iscrive i propri figli nelle scuole private. Allo stesso tempo include l'insegnamento della religione cattolica nelle quote orarie obbligatorie e garantisce l'inserimento in ruolo di migliaia di insegnanti di religione, negando di fatto laicità e pluralismo nella scuola di tutti. Ruolo di concertazione del sindacato Anziché incitare i lavoratori a resistere a questi attacchi portati avanti anche sul fronte della scuola, anziché spingere verso l'unione dei lavoratori (uniti si vince) si limitano a piccole contese sindacali di tipo economico, a piccole lotte corporative, destinate alla sconfitta e a creare demoralizzazione e senso di impotenza tra i lavoratori, quando non sono addirittura palesemente conniventi nello strappare un diritto come è di fatto, con la gestione da parte dei sindacati del TFR dei lavoratori della scuola attraverso il fondo Espero. Ciò significa non rivedere piu' a fine carriera il capitale maturato, ma solo un vitalizio di cui non si sa il valore: un vero e proprio furto a danno dei lavoratori! L'indirizzo di questa riforma è chiaro: ridurre la spesa pubblica, e contemporaneamente la libertà di insegnamento ( il ruolo dei docenti ridotto a quello di “commessi della classe dirigente” come li definì a suo tempo Gramsci); finanziare la scuola privata che, come sappiamo è gestita in gran parte da istituti religiosi, sottraendo le risorse alla scuola pubblica: l o stato italiano si dimostra anche in questo succube del Vaticano. Le conseguenze di queste scelte sono altrettanto evidenti: viene colpita a fondo una grande conquista sociale, il diritto all'istruzione per tutti. Per questo diciamo: No alla controriforma Moratti e all'attacco del governo al diritto alla scuola pubblica per tutti! Per una scuola sarda, laica e di massa! A Manca pro s'Indipendentzia sez. Barbagia-Baronia
Ottana:la fine di un'illusione e la dura lotta degli operai Gli industriali che alla fine degli anni '60 costruirono
i poli chimici disseminati un pò ovunque per tutta la Sardigna erano
ben consapevoli che questo settore produttivo, estraneo e non
funzionale al sistema economico dell'isola era destinato a fallire. Il
“ Piano per la Rinascita” presentato come cura contro i mali sociali e
l'arrettratezza economica dell'isola, ha divorato montagne di soldi
pubblici, gonfiato le tasche degli industriali italiani e dei politici
sardi. Dopo 40 anni di illusioni e false speranze gli operai e tutto il
popolo sardo si trovano a fare i conti con la chiusura dei comparti e
con la crisi generalizzata che investe tutto l'indotto. Così la
Montefibre colosso internazionale del settore tessile chiude perchè in
Cina la stessa produzione ha un costo 20 volte inferiore. L'Enichem si
è accorta dopo tanti anni che a causa degli elevati costi di trasporto
delle materie prime e dei prodotti finiti è più conveniente trasferire
le produzioni in regioni italiane o addirittura all'estero. Dietro di
se lasciano un territorio distrutto e carico di veleni, disoccupazione
e disgregazione sociale. Piena solidarietà agli operai del
polo industriale e chimico di Ottana. Bivat s’occupatzione de sos operajos!! Le azioni eclatanti degli operai Legler sono la
dimostrazione che l’unica maniera per far ascoltare la voce di 900
famiglie messe a dura prova dai colonialisti di turno, è quella di
mobilitarsi e creare disagi. Può darsi che il significato di questi
disagi non venga compreso da tutti, ma sicuramente essi sono efficaci
per tenere alta l’attenzione pubblica su una lotta che
appartiene a tutto il Popolo Lavoratore Sardo. Questa è
una lotta che si inserisce anche nel problema degli operai della Queen
di Macumere e anche di tutti quelli che con stesse modalità vengono
assunti, sfruttati e licenziati dai soliti continentali che insediano
le loro fabbriche giusto il tempo di spillare una montagna di fondi
pubblici dalla Regione - anch’essa sempre lieta di servire questi
rapinatori d’oltremare – per poi scappare impunemente con le tasche
piene e lasciando sulla nostra terra disoccupazione, distruzione del
tessuto economico tradizionale e produttivo, deserto ambientale e
disperazione. Questa è la regola. Bivat s’occupatzione de
sos operajos!
Lottare per le proprie idee non è un reato! Sardinnya, tormentata colonia dello stato italiano. Qui non si sperimentano solamente sofisticate armi per scatenare la guerra contro quei popoli che non intendono subire la politica di sfruttamento capitalistico degli stati occidentali o che lottano per l'indipendenza. Qui si sperimentano anche teoremi di repressione sociale e politica. In questi giorni assistiamo infatti all'applicazione, tanto annunciata quanto feroce, del “teorema Pisanu”, in base al quale gli anarchici, i comunisti e gli indipendentisti sardi starebbero attuando congiuntamente un piano per sovvertire l'ordine costituzionale democratico italiano. Il risultato a cui vorrebbe portare l'applicazione di questo delirante teorema è la criminalizzazione di tutti coloro che in questa terra lottano per la libertà e per il radicale cambiamento di questa società gestita da chi vuole un sistema che privilegi pochi e lasci alla fame molti. Lottare per questo non è reato! Lottare per questo è giusto! Rifiutiamo quindi di essere criminalizzati per le idee che portiamo avanti, certi che la nostra Gente sa individuare i veri criminali in coloro che ci negano la possibilità di essere liberi in una terra libera . E il popolo lavoratore sardo ne è cosciente proprio perché, quotidianamente e da troppo tempo ormai, subisce la repressione e le prigioni italiane, colpevole esclusivamente di non essersi mai rassegnato a chinare la testa di fronte al padrone di turno.
Per questo continueremo a lottare per le nostre idee, consapevoli di essere espressione viva di un popolo che ha deciso di spezzare le catene del giogo coloniale e di intraprendere la strada della liberazione. Solidarietà a tutti coloro che subiscono la repressione sociale e politica in Sardinnya, in Italia e ovunque! a Manca pro s'Indipendentzia-Casteddu Uranio: impoverito. Sardo: stecchito! Se ancora qualcuno aveva dei dubbi, ora c'è la sanzione ufficiale. Sappiamo finalmente qual'è il nostro ruolo nello Stato italiano: quello della cavia. La Sardigna diviene ufficialmente uno dei più avanzati centri di sperimentazione della guerra biologica del mondo e i suoi abitanti avranno la possibilità di rendersi utili all'umanità facendo da cartina di tornasole per verificare la nocività dei proiettili all'uranio impoverito. Potranno così donare le loro inutili e non più smerciabili vite (sapete, i costi di trasporto…) a tutto vantaggio di quelle popolazioni che in futuro verranno bombardate con proiettili composti di tale materiale e che avranno così la certezza che effettivamente fanno male alla salute. La Stato italiano si comporta una volta di più da colonialista e, giusto per chiarire le cose con il governatore Soru su chi comanda e con il popolo tutto su chi è il padrone, dice semplicemente che il nostro territorio e la sua popolazione sono sacrificabili agli interessi superiori della nazione. Cose che tutti abbiamo già sentito e subito lungo tutta la storia unitaria, a partire dalla prima guerra mondiale fino al boom degli anni '50 e alla crisi che dal '75 attanaglia in maniera irreversibile il capitalismo italiano e occidentale in generale. Interessi superiori che per i popoli in genere significano sacrifici ma che per le nazioni senza Stato quali noi siamo vogliono dire semplicemente cancellazione, deportazione, sterminio. Questa la comunicazione della Commissione d'inchiesta del Senato italiano che, nata in seguito all'aggressione capitalista/imperialista alla Yugoslavia dopo che svariati militari che vi avevano partecipato morirono o si ammalarono di tumori vari (in particolare del linfoma di Hodgkin), getta luce sulla considerazione che lo Stato colonialista italiano ha del popolo sardo: bravi servitori, bravi lavoratori, bravi servi. Peccato che abitino in un'isola nella quale non ci stanno proprio a fare nulla. E che l'unico modo per portare avanti l'inchiesta sia proprio quello di utilizzare il poligono di Quirra per nebulizzare un po' di uranio impoverito e verificare poi se raggiunge la popolazione in qualche maniera (ciclo biologico, aria, acqua); se quest'ultima si ammala; di cosa; e se le due cose sono collegate. Speriamo che i soggetti (leggasi abitanti) non muoiano tutti altrimenti ci tocca farlo anche da un'altra parte. Magari a Teulada. Da più parti è stato avanzato il sospetto o l'ipotesi che il tutto non sia altro che una manovra per giustificare e postdatare ciò che già è: ovvero il fatto che uranio impoverito e altri materiali simili di uso bellico siano già stati “sperimentati” nei poligoni e nei centri di addestramento e stoccati alla bell'e'meglio nelle basi dello Stato colonialista italiano, della Nato e degli Stati Uniti d'America presenti in Sardigna. Mah, chissà?! Quello che è certo è che se andate nella zona di Villaputzu qualcuno forse vi parlerà della cosiddetta sindrome di Quirra, che ha colpito militari, ex-militari, personale civile, abitanti che hanno la sfortuna di lavorare o risiedere nei dintorni del poligono. Che poi il poligono che fa capo a Perdasdefogu sia dichiaratamente sperimentale è cosa nota a tutti. Così come è noto che sono decenni che tutti gli eserciti NATO e i loro fornitori bellici lo affittano dallo Stato italiano per testare le proprie armi d'avanguardia. Come al solito: la nostra terra è svenduta al miglior offerente che ne fa la propria pattumiera. Una costante della storia della Sardigna. Solo che qui il sospetto è anche un'altro: qualcuno si ricorda del deposito unico delle scorie nucleari? Chi sa dove si farà? Certo che, una volta che un territorio è inquinato tale rimane. Se poi si trova compreso, guarda caso, all'interno di una base militare, quale maggiore garanzia di sicurezza? Inutile ricordare che per tale progetto proprio la Sardigna fu ritenuta la regione più idonea “ …in virtù della scarsità della popolazione e per la sua conformazione geologica… ” . Mah, chissà?! Detto questo, noi, patrioti comunisti di a Manca pro s'Indipendentzia, riteniamo doveroso, urgente e inderogabile fare tutto ciò che è in nostro potere affinché questo nuovo progetto colonialista e genocida dello Stato italiano vada in fallimento. Per questo rivolgiamo un appello a tutto il Popolo Lavoratore Sardo, alle forze politiche, sociali e culturali e alla società civile tutta perché si mobilitino per evitare che questo nuovo scempio sia compiuto nei confronti della nostra terra, del nostro popolo, di noi stessi.
Chi su populu traballadore sardu si ‘oltet a Manca pro s'Indipendentzia Nel
lacerato sistema economico della Sardigna, degli svariati piani di
rinascita e rilancio occupazionale che continuano a fallire
continuamente, fra le tante promesse dei vari governi sardi e italiani
che si sono alternati negli ultimi 30 anni, esistono alcune realtà in
cui, con la complicità dei sindacati confederati, è stata instaurata
una “finta crisi produttiva”, tanto da giustificare la “mobilità”, la
“cassa integrazione” e il licenziamento di centinaia di operai. In
questo spazio vogliamo evidenziare i problemi dei lavoratori del
calzificio Queen S.p.A. di Macomer, che vivono una situazione diversa
rispetto a quelli della tristemente nota “LEGLER”, le cui
vicissitudini, a differenza dei primi, hanno giustamente riempito le
pagine dei quotidiani di quest’ultimo periodo. |