Domu - Documentos: Archibiu

  • Operazione Italia: Anemone e la torta Sardegna!
  • Lettura del voto alle comunali di Sassari
  • Sulle Elezioni Maggio 2010-04-10
  • MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL NUCLEARE
  • Di colonialismo si muore!
  • Costruire lo stato sardo dei lavoratori
  • CAMPAGNA NATZIONALE ANTINUCLEARE PRO SA SOBERANIA
  • Solidarietà con gli operai di Porto Torres
  • Incontro internazionale Nazioni senza Stato
  • aMpI sul blocco della produzione a Portotorres
  • No agli sfratti: Solidarietà a chi lotta per la casa
  • A proposito di crisi industriale e di sindacati italiani….
  • aMpI saluta la nascita de sa Giuventude Indipendentista Sarda
  • Documento de sa Mesa contr'a su G8
  • Intervento di aMpI alla giornata antifascista di Siniscola
  • L'inconsistenza del teorema Pisanu
  • La posizione di aMpI sulle prossime elezioni regionali(pdf)
  • Contro la crisi politico-economica
  • G8: Ennesima umiliazione coloniale
  • G8 E DINTORNI: INIZIA IL BALLETTO DEL RIDICOLO!
  • Badu e Carros '08
  • Pro s'Indipendentzia
  • Contro il Termovalorizzatore
  • Bendimus operajos
  • Novantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica
  • SULLA GRAVE SITUAZIONE AMBIENTALE A SASSARI
  • La repressione coloniale in Sardigna(pdf)
  • 11 luglio 06 – 11 maggio 07: Dieci mesi di ingiustizia!
  • Lotta contro l'occupazione militare questione di Sovranità
  • Comunicato sulla Repressione
  • L'occupazione militare in Sardigna
  • Contr'a sa Moratti
  • Contro i licenziamenti alla Legler
  • Bivat s’occupatzione de sos operajos!!
  • Ottana, la fine di un'illusione
  • Lottare per le proprie idee non è un reato!
  • Uranio: impoverito. Sardo: stecchito!
  • Dove non c'è sindacato
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    Lettura del voto alle comunali di Sassari

    Nella sola città di Sassari ci sono 931 sardi liberi che hanno avuto il coraggio e la forza di votare un prigioniero politico dell’indipendentismo sostenuto da una lista di radicale rottura con lo stato italiano e i suoi rappresentanti in Sardigna.
    A Sassari, lo sappiamo bene, gran parte dei voti erano già assegnati, lottizzati dalle note clientele trasversali dei comitati d’affari italianisti (alias partiti italiani). Voti incanalati di lavoratori ricattati da padroni e padroncini, voti ai padrini, alla massoneria, alle reti della Curia, voti manovrati dalle lobbie di potere che da sempre governano Sassari ed esprimono la sua classe politica, voti letteralmente comprati, voti attribuiti in seguito alle solite promesse di lavoro o semplicemente convogliati sul “meno peggio”.
    Al contrario i 931 voti a Bruno Bellomonte e i 612 alla nostra lista sono voti liberi, di persone che hanno fatto una scelta di rottura chiara e palese, voti di fuoriuscita dal solco di una campagna elettorale dai toni bassi e dalle dispute da condominio o da piazzetta. In effetti non si tratta solo di voti, ma di schiaffi al regime di umiliante sfruttamento a cui lo stato italiano ha costretto la nostra nazione e di profonda e sincera ribellione alla persecuzione politica condotta nei confronti di Bruno Bellomonte e della nostra organizzazione.
    A Manca pro s’Indipendentzia ha lanciato una proposta di rottura netta con tutto questo che ha un sapore storico. Fra 20 o 30 anni, quando nessuno si ricorderà delle sterili diatribe di facciata fra i vari candidati italianisti, la nostra città terrà bene a mente la candidatura di un prigioniero politico indipendentista a sindaco e l’atto eroico di mille sassaresi di votarlo nonostante il clima di pesanti intimidazioni e abusi che ha accompagnato tutta la campagna elettorale, a partire dalla negazione del diritto di voto di Bruno Bellomonte!

    Nugoro, 1-06-2010

    Direttivo politico nazionale di A Manca pro s’Indipendentzia

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    Operazione Italia: Anemone e la torta Sardegna!


    In questi giorni stiamo assistendo allo svolgimento dell’ennesima puntata della corruzione italiana: dai piani più alti dello stato italiano, (mesi fa si partì con Bertolaso), oggi siamo arrivati al signor Capellacci. Che dire? Denaro e politica, ossia siamo nel pieno dello svolgimento di una delle puntate del mal governo italiano.
    La Sardegna in tutto questo come sempre ha un ruolo rilevante, essendo terra di conquista coloniale, si ritrova ad essere per l’ennesima volta la torta da spartire. Due grosse fette della torta sono state il G8 e l’affaire eolico: Anemone da una parte e Flavio Carboni dall’altra.
    Ben si conoscono le dinamiche della corruzione per quanto riguarda il progetto eolico in Sardegna. Noi tra, i primi, denunciammo l’uso selvaggio che si stava facendo di questa tecnologia nella nostra terra. Sappiamo bene che non sono necessari tanti campi eolici perché siamo autosufficienti da un punto di vista energetico e che la scelta dei siti dove impiantare l’eolico seguiva una doppia direttrice: quella di incassare i contributi dell’unione europea e di devastare il territorio sardo. Non ci meravigliamo di vedere coinvolti certi personaggi nella spartizione di questi appalti, ben sapendo quali siano le dinamiche politiche in Sardegna e come si comporta la classe politica venduta allo stato italiano.
    Per quanto riguarda il signor Anemone in troppi dimenticano che buona parte del suo giro d’affari ha avuto luogo proprio in Sardegna. Infatti durante i lavori del G8 era a capo di due s.r.l. create ad hoc: l’Arsenale s.c.a.r.l. e la Maddalena s.c.a.r.l., inoltre ha realizzato il Centro conferenze (58 milioni). Non è dato sapere quanto gli sia effettivamente entrato in tasca per l’appalto del G8 che ammontava a 327 milioni di euro, perché molti dei suoi lavori erano coperti da segreto militare, essendo la ditta costruzioni di fiducia dei servizi segreti italiani.
    Il signor Anemone si occupa tutt’ora di altri lavori nella nostra terra e più direttamente nel territorio del Comune di Sassari. Anemone non è riuscito ad accaparrarsi l’appalto della questura, affidato ad un’altra ditta italiana, la Gi. Fi. per un totale di 80 milioni di euro, ma gli ha incassato la costruzione del carcere di Bancali, (53 milioni e 710 mila di euro), questa volta con il paravento della società satellite Carceresassari scarl. Ma l'Anemone costruzioni è anche impegnata nella costruzione della nuova caserma della Guardia di Finanza di Sassari, con la Tecnocos, sempre riconducibile all'azienda madre. La cricca della Ferratella, cosi chiamano il connubio tra Anemone e la GI.Fi, si è spartita quasi tutte le grandi opere pubbliche in Sardegna dal 2003 ad oggi. Gli appalti gli sono stati affidati attraverso gare informali, in cui si è derogato alle procedure ordinarie con decreto del ministro della Giustizia del 2 ottobre 2003 che ne ha dichiarato l'urgenza e la segretezza, senza darne motivazione effettiva. Poiché i lavori sono iniziati nel dicembre del 2005 e non si sa ancora quando saranno ultimati non si capisce a cosa sia servita realmente la dichiarazione d'urgenza! È certo però che a tutt'oggi Anemone ha incassato 26 milioni di euro (il 35% dell'importo totale dell'appalto di Sassari), la Giafi 31 milioni di euro (che è il 52% dell'importo totale dell'appalto di Tempio Pausania), le Opere pubbliche 39 milioni di euro (che è il 52% dell'importo totale di Cagliari), senza contare poi tutte le opere date in sub-appalto.
    Ovviamente nelle inchieste italiane degli appalti sardi del Signor Anemone e compagni non si parla. Ma viene naturale constatare come per l’ennesima volta la finta volontà dello stato italiano di portare lavoro si risolva in Sardegna con la costruzione di caserme e carceri e opere pubbliche di dubbia utilità sociale, escludendo ovviamente le ditte sarde. Ovviamente i finanziamenti dei lavori vengono spartiti come sempre tra i soliti amichetti per una bustarella o per un tornaconto elettorale. E ai sardi? Le briciole. Come sempre. Perché ovviamente questi signori, a parte sub-appaltare ad alcune ditte a condizioni da fame, a parte far lavorare in assenza totale di sicurezza sul lavoro, più di una volta hanno licenziato i lavoratori sardi o direttamente si sono portati dietro la manovalanza italiana. Come dire? E cosa dicono Ganau e Sanna sulle opere che riguardano direttamente il Comune di Sassari? Nulla! Fanno spallucce e affermano che non sono problemi di competenza comunale..
    In periodo di elezioni comunali e provinciali non è dato parlare dei lavori bloccati, di questo signore e dei suoi compagni di merende. Non è dato sapere a chi risponda e in che modo. Non è dato spiegare ai sardi perché tutti gli appalti pubblici degli ultimi anni in Sardegna siano coperti dal segreto militare. Non è dato sapere niente e non è dato neppure fare domande.
    Quella di Anemone e degli appalti truccati non è una questione di schegge impazzite, ma una vera e propria operazione: l’ “operazione Italia” che a noi indipendentisti tocca denunciare e segnalare per nome e cognome chi permette tutto questo. A noi tocca ricordare alla nostra gente che non si può essere usati come strumenti per soddisfare le reti di clientele elettorali dei vari politici altolocati, come nel caso di Giuseppe Pisanu e la sua vittoria elettorale proprio con la promessa di costruire la nuova questura! Sappiamo chi ha voluto la questura, le carceri e i finti lavori del G8. Dobbiamo denunciare coloro che vogliono far credere per l’ennesima volta che il lavoro e la modernità possano arrivare nella nostra terra solo attraverso caserme, prigioni e opere inutili per la crescita della nostra economia.
    Continueremo a batterci contro questa gente, ma non perché siano semplicemente corrotti e cattivi amministratori, ma perché sappiamo che sono l’espressione di una politica colonialista che ci toglie la possibilità di vivere delle nostre ricchezze, siano queste i nostri terreni da coltivare o il vento che. Il diritto al lavoro della nostra gente non può diventare la loro mercanzia, non può essere il vile ricatto con cui si prende il nostro popolo alla gola. È questo il nostro appello agli elettori sardi: Non votate i partiti italiani! Non votate i complici dell’ “operazione Italia”, ovvero la causa della vostra miseria!

    24-05-2010

    Direzione politica nazionale a Manca pro s’Indipendentzia.

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    Elezioni Maggio 2010-04-10
    Appoggiamo gli indipendentisti ed eleggiamo Bruno Bellomonte sindaco di Sassari

    Il 30 maggio i sardi saranno chiamati a votare per le elezioni provinciali e per molte elezioni comunali.
    A Manca pro s’Indipendentzia ha appena terminato i lavori del suo terzo Congresso e ha preso decisioni importanti scrivendo una nuova tesi congressuale proiettata verso il lavoro da fare nei paesi, nelle periferie, nelle campagne e in generale in tutte quelle aree che pagano il prezzo più alto dei meccanismi coloniali.
    Avevamo iniziato questo lavoro in maniera sistematica sfruttando la possibilità offerta dalle scorse elezioni regionali. Come promotori dell’accordo di “Unidade indipendentista” siamo andati infatti nei paesi incontrando le comunità e avviando il percorso che ci vede attualmente impegnati nel lavoro di radicamento in tutta l’isola. Ma la strada da fare è ancora lunga. Dobbiamo riorganizzare aMpI e continuare con più forza e più efficacia il lavoro di presenza e radicamento del progetto socialista indipendentista. Per questo motivo il nostro ultimo Congresso ha elaborato la figura dei responsabili di Zona e Regione, con cui stiamo andando a monitorare e conoscere in maniera diretta le esigenze del nostro popolo per poter affrontare in maniera seria e credibile la politica di rapina condotta dal colonialismo italiano.
    In questa fase aMpI ritiene dunque improduttivo ed inopportuno presentare sue liste alle elezioni. In questo momento non ci sembra adatto convogliare le forze di cui disponiamo nel partecipare alle elezioni provinciali e comunali del prossimo Maggio, anche perché per noi queste rappresentano una possibile strategia di radicamento del progetto politico indipendentista, ma non l’unica, né tantomeno il fine a cui tendere e a cui sacrificare ogni cosa.
    In ogni caso altre organizzazioni indipendentiste presenteranno proprie liste. Al di là delle importanti differenze programmatiche e delle strategie adottate, A Manca pro s’Indipendentzia ritiene necessario sostenere una crescita, anche elettorale, del movimento di liberazione nazionale e la sua capacità di radicamento complessiva nel Popolo Lavoratore Sardo.
    Per questo motivo invitiamo tutti i nostri iscritti e la nostra area a votare indipendentista e soprattutto ad astenersi dall’appoggio a qualunque partito o coalizione italiana (di centro sinistra o di centro destra è assolutamente indifferente!).

    Isolare i partiti italiani di qualunque opzione politica e rafforzare l’indipendentismo deve essere la nostra parola d’ordine!

    Non condividiamo infatti la scelta di disertare le alleanze con i partiti italiani alle elezioni regionali e provinciali e poi appoggiare liste civiche italianiste ed unioniste nei piccoli comuni. A Manca pro s’Indipendentzia ritiene infatti necessario praticare onestamente la rottura con tutti i partiti italiani, sempre e comunque, perché essi non riconosco il diritto di autodeterminazione del nostro popolo, sono parte in causa del processo di snazionalizzazione e non pongono la questione della sovranità come primo punto nell’agenda politica.
    Diverso è il discorso per le elezioni del comune di Sassari. La Direzione politica di aMpI ha infatti deciso di presentare una sua lista con Bruno Bellomonte candidato a sindaco.
    Non si tratta di una provocazione, ma di una vera e propria campagna politica per rivendicare il diritto all’indipendenza del nostro popolo e l’immediata scarcerazione di Bruno. Bruno ha militato e lavorato tanti anni a Sassari e ha impegnato gran parte della sua vita a rendere questa città diversa rispetto al progetto di speculatori, affaristi e manipolatori di varia natura, tutti comunque legati agli interessi e allo strapotere dei partiti italiani e della borghesia sassarese. La candidatura di Bruno Bellomonte a sindaco di Sassari restituisce al nostro militante politico la sua dignità di dirigente indipendentista, che gli inquisitori romani e i mezzi di informazione italiani e sardi cercano ogni giorno di togliergli appiccicandogli l’etichetta di brigatista.
    Chiediamo dunque agli indipendentisti di appoggiare la nostra lista per dare un segnale di forza, onestà e dignità allo stato italiano che ci vorrebbe costringere in un angolo e spazzare via.
    Chiediamo alla parte migliore dei cittadini di Sassari, a quelli che non hanno già venduto il loro voto in cambio delle solite promesse e a quelli che non sono ancora stati intrappolati nel torpore del “voto al meno peggio” di votare A Manca pro s’Indipendentzia con Bruno Bellomonte sindaco!

    Cristiano Sabino
    Portavoce di a Manca pro s’Indipendentzia

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    Tesi Congressuali del 2010 di aMpIformato pdf

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    MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL NUCLEARE

    La nostra terra è ancora una volta oggetto dell’aggressione colonialista! Da decenni i faccendieri di mezza Italia arrivano in Sardigna per riempirsi bene le tasche con la farsa dei progetti industriali fantasma, le basi militari fanno per lo Stato affari d’oro con gli affitti alle multinazionali della guerra, le coste sono lottizzate e aggredite da speculatori (noti e/o misteriosi!), chiudono scuole e ambulatori di paese, i licenziamenti procedono a tappe forzate, la disoccupazione giovanile è la più alta di tutto lo Stato italiano, l’emigrazione spopola interi paesi, le pale eoliche invadono i nostri territori incontaminati trasformandoli in paesaggi fantascientifici, ci impongono di smaltire la mondezza che altri hanno accumulato per ragioni di malaffare e per interessi malavitosi…

    E ORA PRETENDONO DI RIFILARCI PURE IL NUCLEARE!!!

    Ribelliamoci a questa ennesima aggressione colonialista!

    -       No ai parchi eolici selvaggi!

    -       No alle centrali nucleari!

    -       No ai depositi di scorie radioattive!

    Non abbiamo bisogno di dover scegliere tra una produzione energetica mostruosa e una produzione energetica che crea tumori e uccide: lo sapevate che la Sardigna è già autosufficiente e persino esportatrice di energia elettrica?

    Le pale, le centrali e i depositi radioattivi se li mettano a casa loro!

    Per il benessere della nostra terra, per la nostra dignità di Sardi, contro i subdoli interessi del colonialismo italiano!

    Difendi il tuo diritto alla sovranità!

    CAGLIARI, 5 dicembre 2009

    CONCENTRAMENTO ORE 16.00-PIAZZA YENNE

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    Di colonialismo si muore!

     

    Stamattina un treno delle Ferrovie dello Stato è finito contro un masso che si è staccato da un costone roccioso all?altezza di Muros, vicino Sassari. La locomotiva ha sbandato e uno dei due macchinisti è morto.

    La morte torna a colpire i lavoratori sardi delle ferrovie e i passeggeri (quasi sempre lavoratori sardi pendolari). A tre anni dalla tragedia del 2007,quando due automotrici si sono scontrate su un binario unico all?altezza di Macomer causando tre vittime (tutti lavoratori) e sei feriti gravi, nessuna opera di ristrutturazione e messa in sicurezza della rete ferroviaria sarda è stata approntata. Anzi, la chiusura di numerosi collegamenti, i continui tagli di personale, lo smantellamento del servizio merci e la conseguente emigrazione forzata di 200 lavoratori sardi verso l?Italia, dimostra chiaramente il fatto che Trenitalia sta abbandonando la Sardigna allo sbando, esattamente come il resto dei «servizi» dello Stato italiano.

    È utile ricordare che la rete sarda è tutta a scartamento ridotto, cioè presenta costi di costruzione e manutenzione molto minori: una rete tipica dei paesi ex-coloniali e poveri. Basta pensare che in tutta l?Europa lo scartamento ridotto è oggi ridotto a brevissimi tratti in aree marginali, mentre in America del Nord lo scartamento ridotto è sparito negli anni sessanta.

    La linea ferroviaria tra Sassari e lo snodo di Chilivani resterà bloccata per due giorni, isolando il nord Sardigna in un momento delicato dell?anno, in prossimità delle feste natalizie. Infatti mentre lo stato pensa di costruire opere faraoniche per arricchire gli speculatori italiani, in Sardegna c?è ancora il binario unico e quando succede un incidente o ci sono problemi di manutenzione di fatto il trasporto ferroviario si blocca.

    L?organizzazione dei lavoratori sardi A Manca pro s?Indipendentzia esprime la massima solidarietà al macchinista vittima della tragedia, alla sua famiglia e a tutti i suoi colleghi che a causa del colonialismo italiano subiscono da anni lutti e licenziamenti continui. A Manca pro s?Indipendentzia denuncia con forza lo stato di abbandono in cui versano tutti i servizi essenziali della nostra isola, a partire ovviamente dalla rete ferroviaria e viaria. Lo Stato italiano non ha alcun interesse ad investire qui i soldi che gli stessi sardi versano in imposte e che per statuto dovrebbero essere garantiti.

    Soltanto lo Stato dei lavoratori sardi potrà garantire quei sevizi essenziali per una collettività matura e moderna che oggi, in regime di colonialismo, ci sembrano un?utopia irrealizzabile!

    A Manca pro s?Indipendentzia
    19-12-2009

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    Lettera aperta di A Manca pro s’Indipendentzia al popolo lavoratore sardo
    Costruire lo stato sardo dei lavoratori

    Con la manifestazione di piazza del 5 febbraio il popolo lavoratore sardo ha dato una grande dimostrazione di forza facendo convergere in un solo punto tutte le sue istanze e lotte.
    Chi ha partecipato a quella manifestazione si è reso conto in maniera chiara e distinta che la Sardigna è sull’orlo della bancarotta. Dal cementificio di Muros all’Alcoa, dai precari della scuola alle vittime della nuova ondata migratoria, dagli artigiani sardi ai pastori e agli agricoltori, l’economia sarda è al collasso.
    In piazza sono arrivate le ragioni e la rabbia dei 350.000 sardi costretti a vivere sotto la soglia di povertà, dei 150.000 disoccupati, delle migliaia di operai che stanno perdendo il lavoro a causa delle scelte aziendali delle multinazionali dell’industria pesante e dei 2.500 precari della scuola messi sul marciapiede solo nel 2009.
    A Manca pro s’Indipendentzia ha scelto di essere presente in piazza sia per portare il proprio progetto politico ai lavoratori sardi, sia per esprimere piena solidarietà alle loro famiglie in questo grave momento in cui stanno venendo a galla tutte le contraddizioni irrisolte degli ultimi 60 anni di autonomismo italiano.
    Anche noi pensiamo che sia «necessaria una forte iniziativa popolare per contrastare la crisi che in modo così drammatico colpisce soprattutto i lavoratori, i disoccupati, i precari e i pensionati» [Piattaforma confederale di convocazione dello sciopero]. Eppure crediamo che la piattaforma dei sindacati italiani sia basata su rivendicazioni generiche, di retroguardia e fuorvianti che mirano a confondere i lavoratori sulle cause reali di quella che loro chiamano «crisi globale». Per questo aMpI è scesa in piazza al fianco dei lavoratori ma non ha aderito alla piattaforma sindacale e ha lanciato l’iniziativa di uno spezzone autonomo anticolonialista ben distante dalle posizioni dei sindacati italiani.
    Otto anni fa, all’epoca dell’ultimo sciopero generale, non si parlava ancora della crisi finanziaria globale, dei fallimenti delle banche americane e della caduta simultanea delle borse. Eppure la crisi in Sardigna c’era già dal momento che chiudevano,o si avviavano alla chiusura, centri produttivi importanti come la Legler, la Cartiera di Arbatax, la Queen, continuava la lunga emorragia dei grandi poli chimici e il comparto agro-pastorale seguiva il suo secolare e indotto declino.
    Dobbiamo renderci conto che la crisi in Sardegna non è globale o contingente, ma strutturale e causata dal regime colonialistico che ci è imposto ormai da un secolo e mezzo con la totale complicità della classe dirigente politica e sindacale sarda. La crisi in Sardigna si chiama Italia, è lo stato Italiano che ha scelto deliberatamente di affossare la nostra economia, di imporci un modello economico totalmente estraneo alla nostra cultura, al territorio e alle nostre risorse nazionali. Questo è stato fatto con la complicità della classe politica e sindacale sardo-unionista nel suo complesso che non ha mai osato mettere in discussione le scelte di politica economica volute dall’alto e ha anzi messo alla berlina o isolato le voci critiche che da sempre hanno denunciato la costruzione di cattedrali nel deserto e sostenuto la necessità di fare economia sulla base delle nostre reali esigenze.
    Dobbiamo dire con chiarezza che non è vero che ci serve un «nuovo piano di Rinascita» per rinegoziare il rapporto fra «Stato e Regione» [piattaforma dei sindacati unionisti]. I piani di Rinascita hanno desertificato la nostra terra creando inquinamento, emigrazione e povertà e mai un soldo dei miliardi previsti è stato utilizzato per modernizzare l’economia endogena e sostenere una crescita finalizzata agli interessi dei nostri lavoratori e delle nostre comunità.
    Ci serve invece una nuova classe politica non stipendiata e dipendente dagli interessi del capitalismo italiano e dei suoi alleati che sappia consumare una rottura economica, culturale e politica con lo Stato italiano, e che sia capace di formulare un piano produttivo nazionale sui settori strategici dell’energia, delle infrastrutture, della fiscalità, del credito, dell’industria leggera, dell’artigianato, della scuola, dell’ambiente e dell’agro-pastorale basato sulla valorizzazione e sul sostegno di tutti quei settori da sempre umiliati e resi marginali da parte dello Stato centrale e dei suoi ascari politici e sindacali locali.
    A Manca pro s’Indipendentzia è convinta che l’indipendentismo non possa assumere una posizione snob e settaria di fronte alla mobilitazione generale del popolo lavoratore sardo chiamandosene fuori come se la cosa non lo riguardasse, anche se oggi i lavoratori sono purtroppo egemonizzati da quegli stessi sindacati italiani che non hanno mai osato ribellarsi al colonialismo e hanno sempre svenduto e calmierato le istanze e le lotte dei proletari sardi. Ma dobbiamo essere onesti e farci alcune domande: con chi vogliamo costruire l’indipendenza? Cosa significa costruire l’indipendenza?
    Noi siamo convinti che essere indipendentisti oggi non possa che significare costruire il Partito dei lavoratori sardi, un partito che abbia la capacità di raccogliere le esigenze di cambiamento del mondo del lavoro nella nostra terra e rovesciarle contro i reali responsabili del malessere generalizzato tra i nostri lavoratori. Se non abbracciamo una prospettiva di cambiamento radicale e di rottura con il colonialismo, cioè se non mettiamo in piedi una classe politica sarda capace di opporsi all’uso spregiudicato e rapinatore delle cordate multinazionali che si gettano sulla nostra isola quando c’è da arricchirsi e se ne vanno senza farsi troppi problemi quando l’osso è ben spolpato, è inutile fare tanti discorsi alla caccia di soluzioni tampone o anche convocare scioperi generali e sfilate di piazza. Ci serve un partito della sinistra indipendentista basato sugli interessi e sui bisogni dei lavoratori, ci serve per progettare uno Stato nuovo e in rottura con il vecchio modello ottocentesco che impedisca il ladrocinio sistematico delle nostre risorse e l’inganno eretto a sistema. Questo e non altro è il nostro indipendentismo!
    A Manca pro s’indipendentzia parte dalla difesa e dalla salvaguardia dei posti di lavoro proponendo il blocco immediato dei licenziamenti fino a che non sia chiarita un’alternativa organica alla crisi colonialista. Denunciamo non solo il «disimpegno dei grandi gruppi nazionali multinazionali» ma anche chi non ha impedito tutto questo, a partire dai sindacati italiani, e continua ad avere una mentalità accattona da figlio illegittimo che risulta ormai in tutta la sua evidenza inutile e controproducente. Serve cambiare strada, serve costruire lo Stato dei lavoratori sardi, serve prendere il potere con e in nome dei lavoratori sardi, nazionalizzare le industrie e l’energia e ridisegnare comunitariamente la nostra economia sulla base delle nostre esigenze di nazione e di popolo lavoratore.

    7 - 02 - 2010

    Cristiano Sabino – portavoce nazionale di a Manca pro s’Indipendentzia

    LEGGI IL VOLANTINO distribuito in manifestazione(in pdf)

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    CAMPAGNA NATZIONALE ANTINUCLEARE PRO SA SOBERANIA.

    A Manca pro s’Indipendentzia con la prima manifestazione nazionale contro il nucleare e l’eolico selvaggio svoltasi a Casteddu il 5 dicembre 2009, apre ufficialmente la Campagna nazionale contro il nucleare e per la sovranità nazionale.

    Il nostro popolo è attanagliato dalla spaventosa crisi economica imposta dal colonialismo italiano. Quasi la metà delle famiglie sarde vive sotto la soglia di povertà, con redditi sotto la media italiana ed in situazioni di precarietà, oltre a queste, l’altra metà è composta per il 90% da famiglie che devono vivere con circa 25.000 euro all’anno, mentre sono circa il 10% quelle dove il reddito arriva ai 70.000 euro l’anno, e soltanto l’1% ha redditi che vanno dai 70.000 euro l’anno in su (da 70.000 euro l’anno in su significa che si arriva a cifre di milioni di euro all’anno). Letto alla spicciola significa che la metà dei Sardi è alla fame, l’altra metà è composta quasi esclusivamente da famiglie che “tirano avanti” con grandi difficoltà, rimane una nicchia di benestanti e una parte infinitesimale è ricca. La disoccupazione giovanile è la più alta di tutto lo Stato italiano, gli stipendi dei Sardi sono i più bassi dello Stato italiano, il lavoro precario è ai primissimi posti dello Stato italiano… Le rapine compiute dal colonialismo ai danni delle ricchezze della Nazione Sarda hanno avuto un incremento praticamente incalcolabile, dal momento che non esiste più un solo settore economico che non sia devastato e desertificato dall’opera di saccheggio compiuto dal colonialismo italiano. La militarizzazione del nostro Paese ad opera delle Forze d’Occupazione Italiane ha scavalcato le recinzioni delle basi militari italiane, ed ora l’occupazione militare dei territori comprende l’intero territorio nazionale, col pretesto della “lotta alla microcriminalità”.

    Sebbene la Sardigna sia autosufficiente dal punto di vista della produzione energetica, e sia per giunta esportatrice, ultimamente il colonialismo italiano ha dato il via ad una sua nuova campagna di monocoltura economica. Dopo la campagna per la monocoltura dell’industria chimica, dopo quella per la monocoltura turistica, è ora il momento per la monocoltura energetica. La campagna per la monocoltura energetica è iniziata pochi anni fa, con la benedizione di eco-colonialisti ed “italiani di Sardegna”, con l’impianto dei primi parchi eolici. Nonostante la Sardigna non abbia necessità di produrre altra energia elettrica, l’Italia ha bisogno di avviarsi al rispetto degli accordi internazionali sulla produzione di energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili. E’ stata trovata una soluzione per questo problema tutto italiano: la fonte rinnovabile è l’eolico, e il luogo è la colonia Sardigna. Alla faccia della tanto decantata bellezza e intangibilità dei paesaggi sardi, affianco a maestose bellezze archeologiche uniche nella storia dell’umanità, nel nome del profitto coloniale camuffato da ecologia, hanno iniziato a comparire un po’ ovunque gigantesche ed antiestetiche pale eoliche, che di colpo trasformavano l’aspetto di paesaggi incontaminati in ambientazioni da fantascienza postindustriale. Col generoso e disinteressato contributo delle testate giornalistiche sarde, pochi mesi fa si è iniziato a vociferare su un fantomatico (e mai dimostrato) progetto di costruzione di un parco eolico in mare, di fronte alle bellissime spiagge di Is Arenas. I giornali e i telegiornali sardi, in maniera ben congegnata, gridavano allo scandalo, allo scempio ambientale, alla contraddittorietà tra pale eoliche sul mare e economia di turismo (sempre sul mare, chiaramente). Per appesantire lo scoop furono fatte circolare persino voci sulla gestione mafiosa dietro il progetto. Nel frattempo nessuno si preoccupava che si stesse realizzando, e non solo progettando, il più grande parco eolico d’Europa sulle bellissime montagne incontaminate di Alà dei Sardi, il quale a sua volta superava in dimensioni il precedente parco eolico più grande d’Europa, sito sempre nelle zone interne della Sardigna. Mentre tutti inorridivano su quanto non è successo ad Is Arenas, nessuno si è preoccupato di ciò che invece succede di fatto nelle zone interne. Ogni buon prestigiatore sa che per nascondere una moneta con la mano sinistra, bisogna attrarre l’attenzione sulla mano destra vuota. E il colonialismo si è egregiamente servito del suo totale monopolio sui mezzi d’informazione sardi. Nel frattempo, per conquistare la simpatia delle popolazioni assieme alle terre dove impiantare le pale, le imprese fantasma hanno iniziato i lavori promettendo un sistema di affitti dei terreni “a pioggia”. I pastori e gli agricoltori delle zone interne sono stati convinti ad affittare i loro terreni per l’impianto delle pale eoliche a cifre (per ora promesse) che si aggirano, così si vocifera, tra i 6.000 e i 50.000 euro all’anno per ogni pala ospitata. Pastori ed agricoltori pensano così di aver finalmente trovato il modo per far veramente fruttare i loro terreni. Altro che lotta per il prezzo del latte! Altro che modernizzazione dell’agricoltura e creazione di un mercato produttivo e competitivo! Basta affittare un triangolino di terreno e senza far niente arrivano 50, 100, 200.000 euro all’anno!…. Che dire? Noi diciamo che tutti sanno che il terreno agricolo, se uno lo vuole comprare, costa una manciata di euro all’ettaro, però stranamente queste ditte preferiscono affittarlo per decine di migliaia di euro al metro quadro! Notiamo per giunta che esiste una strana e misteriosa coincidenza: molto spesso i progetti di costruzione di pale eoliche vengono presentati in territori che sono stati precedentemente distrutti da spaventosi incendi. I pastori si ritrovano quindi a ricevere proposte di affitti considerevoli per l’installazione di pale eoliche in terreni che ormai sono completamente devastati e resi improduttivi dal fuoco. Gente che ha perso il bestiame e ha un terreno improduttivo vede certamente come una grande opportunità la concessione in affitto di queste pale. E per questo si rassegnerà di buon grado a non fare più il lavoro di pastore o di agricoltore, ma bensì di locatore di terreno a tempo pieno. Quando la nostra economia agropastorale sarà azzerata, cosa faremo il giorno che i padroni delle pale vorranno andarsene? Chiederemo se qualcuno ha bombe atomiche da conservare? Apriremo depositi di amianto? Aspetteremo col cappello in mano che qualche benefattore ci dia un’elemosina?

    Mentre il progetto di pale eoliche va avanti a gonfie vele, il governo italiano, incurante del chiaro NO espresso dal referendum sul nucleare del 1987, progetta la costruzione di centrali nucleari e siti per lo stoccaggio di scorie radioattive. La Sardigna viene immediatamente individuata come una delle sedi più adatte, dal momento che è una zona non sismica. Inoltre viene considerata adatta anche perché è scarsamente popolata: vi abitano solo poco più di un milione e mezzo di persone. Che per giunta, male andando, non sono neanche italiani! Per meglio preparare il progetto di nuclearizzazione dell’isola, il governo italiano decide di installare le centrali nucleari e i depositi di scorie all’interno di basi militari, operazione da svolgersi attraverso la gestione di un’apposita Società per Azioni creata ad hoc, la Difesa Servizi S.p.A.. Su tutto, ovviamente, graverà il più stretto segreto militare, “per difenderci dai terroristi”, secondo dichiarazioni ufficiali. Neanche a farlo apposta, anche quest’altra caratteristica richiama in causa la Sardigna, dal momento che qui sono dislocate più della metà delle servitù militari dell’intero Stato italiano. Non sismica, poco popolata e fortemente militarizzata… Manca solo il nome Sardigna, è evidente. E siccome sarà tutto costruito dentro le basi militari qualsiasi tentativo di protesta o contestazione sarà gestito alla militare: con l’ordine di sparare a vista, s’intende.

    A Manca pro s’indipendentzia, continuerà la sua campagna contro l’ipotesi nucleare e contro l’invasione dell’eolico, per la sovranità del Popolo Lavoratore Sardo sulla nostra terra.
    Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi i nostri rappresentanti, al fianco di esperti competenti in materia nucleare ed energetica, terranno numerose conferenze al fine di informare le nostre genti sul mortale pericolo che incombe sul nostro Paese.


    Chiediamo a chiunque sia interessato di contattarci per poter in questo modo allungare la lista dei paesi che visiteremo con il nostro progetto di opposizione al nucleare e all’eolico selvaggio ed in favore della sovranità.
    Nel corso delle conferenze, a Manca pro s’Indipendentzia illustrerà anche il suo Progetto di Sovranità Energetica Popolare, discutendo con le popolazioni sugli enormi vantaggi immediati che da esso possono derivare per le famiglie dei lavoratori sardi, sia in termini economici e sia in termini si sovranità popolare.

    Nugoro, 9-12-2009

    a Manca pro s'Indipendentzia

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    Solidarietà con gli operai di Porto Torres, sulla torre aragonese per protesta

    A Manca pro s’Indipendentzia esprime piena solidarietà agli operai che nella giornata di ieri, giovedì 15 ottobre, hanno occupato in segno di protesta civile la torre aragonese del porto di Porto Torres.


    I motivi della protesta sono da ricercarsi nella profonda crisi occupazionale cha ha investito il polo chimico negli ultimi anni e che vede nella politica aziendale dell’Eni la sua causa profonda.

    La multinazionale italiana infatti, attraverso una campagna di disinformazione tra operai e cittadini, ha come unico fine  la chiusura graduale degli impianti senza approntare alcuna alternativa occupazionale e senza prospettare un impiego diverso del territorio. Dopo aver spremuto i lavoratori sardi come limoni e aver compromesso uno dei territori più belli e produttivi dell’isola la “Rinascita italiana” vuole defilarsi senza troppi complimenti, forse per delocalizzare la produzione o forse per investire in attività considerate più remunerative.


    Ciò che gli operai sardi chiedono è maggior rispetto per il loro lavoro e soprattutto un piano adeguato di bonifiche integrali che permettano una completa rivalorizzazione insieme dell'aspetto occupazionale ed economico dell'area. Le bonifiche e la conversione produttiva devono essere a carico l'ENI, perché è l’ENI e i precedenti proprietari che in tutti questi anni hanno tratto profitto dallo sfruttamento del lavoro dei nostri operai e del nostro territorio.

    Questo risultato potrà essere conseguito soltanto se la classi politica sarda si farà carico di una politica matura e lungimirante, finalmente finalizzata al bene del popolo lavoratore sardo e non più dei profitti delle multinazionali e dello Stato italiano. Soltanto una nuova classe politica che miri alla sovranità economica e all’autodeterminazione politica potrà salvaguardare i lavoratori ed il territorio, mettendo finalmente fine all’epoca dei personalismi, del servilismo e dell'ingordigia che ha sempre fatto il gioco dell'ENI.

     

    A Manca pro s’Indipendentzia

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    Incontro internazionale Nazioni senza Stato

    Nelle giornate del 6, 7 e 8 Novembre si è svolto ad Orgosolo il primo Incontro Internazionale delle Nazioni Senza Stato promosso e organizzato da "a Manca pro s'Indipendentzia". La scelta della cittadina barbaricina è dovuta principalmente alla necessità di ricordare che quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario della Rivolta di Pratobello, in cui la popolazione di Orgosolo oppose il suo fermo e deciso rifiuto all'imposizione dello Stato italiano di installare impianti militari su terreni comunali destinati ad uso collettivo.

    All'incontro hanno aderito altre Organizzazioni Internazionali e Nazionali tra le quali ricordiamo:

    Manca Naziunale (Corsica); Maulets (Gioventù Indipendentista-Paesi Catalani); Cos (Cordinadora Obrera Sindacal-Paesi Catalani); Endavant (Paesi Catalani); Askapena (Organizzazione Internazionalista-Paesi Baschi); Bloque Indipendentista (Aragona); SNS (Sindacadu de sa Natzione Sarda-Sardign a); Sardigna Natzione (Sardigna).

    Dopo un'intensa tre giorni di dibattiti sulla necessità di stabilire rapporti più duraturi tra le varie realtà in lotta per l'indipendenza del proprio paese, creare e promuovere nuove forme di solidarietà internazionale e dare vita ad una struttura Internazionale delle Nazioni senza Stato i convenuti all'iniziativa hanno sottoscritto un Documento, chiamato Carta di Orgosolo, in cui vengono posti i primi punti di contatto tra le varie realtà Politiche che praticano la lotta di liberazione nazionale e sociale nel rispettivo territorio nazionale.

    Hanno firmato la Carta di Orgosolo le seguenti organizzazioni: a Manca pro s'Indipendentzia, Sindacadu de sa Natzione Sarda, Maulets e Manca Naziunale. I firmatari si incontreranno, inoltrando l'invito ad aderire ad altre realtà che rivendicano il proprio diritto all'Indipendenza, in data e luogo da definirsi per stringere ulteriori e più fattivi rapporti.

    CARTA DE ORGOSOLO

    Dichiarazione d’intenti
    Bozza iniziale

       Le Organizzazioni della sinistra patriottica presenti ad Orgosolo nelle giornate del 7 e 8 Novembre 2009, convengono su quanto segue:

    1. di voler costituire una stabile Organizzazione internazionale fra le diverse strutture della sinistra indipendentista. Questa struttura organizzativa inizialmente intende coinvolgere tutte le organizzazioni e le nazioni con le quali s’intrattengono normali relazioni politiche, ma ha l’aspirazione di raccogliere più adesioni possibili di tutte quelle realtà che nel mondo lottano per il socialismo e l’indipendenza.
    1. Aderiscono all’Internazionale quelle Organizzazioni indipendentiste che praticano l’anticapitalismo e che hanno come obiettivo strategico la costruzione di una società socialista, riconoscendo cioè nei lavoratori il motore della liberazione nazionale e sociale. Queste Organizzazioni concepiscono come indissolubile la lotta di classe e la lotta per la liberazione nazionale.
    1. Gli aderenti ritengono che la lotta per l’indipendenza non sia solo quella per il riconoscimento della propria statualità, ma individuano nello sviluppo, nella socializzazione e nel controllo dei mezzi di produzione, delle risorse e della ricchezza nazionale il percorso più efficace per il raggiungimento della liberazione sociale e nazionale delle rispettive Nazioni.
    1. Gli aderenti ritengono che la ricerca e la soddisfazione dei bisogni collettivi non può essere in contrasto con la tutela dell’ambiente e della salute.
    1. Le organizzazioni che aderiscono all’Internazionale si oppongono alle discriminazioni di genere, di orientamento sessuale e di origine etnica e lottano quindi contro ogni forma di razzismo e di discriminazione.
    1. Le Organizzazioni s’impegnano per la promozione  di nuove libertà che consentano l’emancipazione individuale al pari di quella collettiva.


    A Manca pro s’Indipendentzia

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    A Manca pro s’Indipendentzia sul blocco della produzione a Portotorres

    Il giorno 7 luglio ’09 la multinazionale italiana a partecipazione di maggioranza statale ENI ha annunciato che dal 1 agosto gli impianti del cracking della zona industriale di Portotorres (il cuore dell’impianto) verranno bloccati per almeno 2 mesi, creando un ulteriore  aggravo alla crisi che già sta colpendo l’intero comparto industriale sardo. L’ENI ha dato sbrigativa comunicazione alla Regione mettendola di fronte al fatto compiuto dimostrando così pochissimo rispetto perfino nei confronti degli stessi mediatori istituzionali del colonialismo.

    La motivazione addotta è sempre la“sfavorevole congiuntura economica internazionale” che pesa su tutto il settore petrolchimico europeo. In realtà L’ENI ha dimostrato la volontà di dismettere  l’impianto ben prima della crisi dei mercati finanziari, forse perché è più conveniente delocalizzare verso paesi dove il costo del lavoro è più economico, o forse perché l’intera area è destinata ad altro utilizzo più redditizio (nucleare per esempio?!). Questo noi non possiamo saperlo, ma è un fatto che l’ENI e lo Stato (al di là delle promesse elettorali) non vogliono salvare l’impianto, non vogliono avviare alcun tipo di riconversione e di bonifica e non vogliono nemmeno permettere che altri intervengano (vedi il fallimento pilotato della trattativa bluff con l’imprenditore Sartor o la repentina cancellazione al CIPE dei finanziamenti per le bonifiche a Porto Torres).

    A Manca pro s’Indipendentzia non aggiunge la sua voce a quella di chi, come Cappellacci e altri esponenti unionisti, considera «inaccettabile e sconcertante tale scelta perché avviene alla vigilia di un importante vertice internazionale e a 48 ore da uno sciopero generale del settore industria in Sardigna proclamato da Cgil, Cisl e Uil». Al popolo sardo non interessano i vertici imperialisti e gli scioperi farsa! Noi riteniamo inaccettabile tale decisione, nell’aria già da tempo, perché presa in maniera assolutamente unilaterale dalla multinazionale ENI e perché va a svilire tutte le controparti che sono intenzionate a sedersi ad un tavolo per risolvere la questione della chimica in Sardigna e in particolar modo nella città turritana che ha ceduto la miglior parte del suo territorio per dare i natali al polo industriale. L’aspetto più inquietante di tutto ciò è il modo in cui vengono trattati i lavoratori sardi, visti soltanto come manovalanza da buttar via senza alcun rispetto per la loro condizione, senza offrire loro la possibilità di discutere sul loro futuro accettando le decisioni dall’alto come dato acquisito.

    La vicenda della Chimica in Sardigna si va ad inserire in un progressivo disimpegno economico dello Stato dalla nostra isola destinata evidentemente ad altro uso. Lo stato italiano ha dimostrato fin dagli anni sessanta la precisa volontà di mantenere i nostri territori in una condizione di sottosviluppo. La Chimica ha giocato un ruolo decisivo in questo. Prima si sono convinti i sardi a non portare avanti alcun percorso economico autonomo e a vestire la tuta blu illudendoli che fosse la scelta migliore, poi sono arrivati i licenziamenti e il blocco della produzione. Ormai si gioca a carte scoperte! Da questa situazione i sardi possono uscirne solo agendo e pensando da comunità nazionale matura. A Manca pro s’Indipendentzia si impegna pertanto a lavorare al fianco di chi sta perdendo il lavoro e delle comunità interessate dalla crisi per realizzare una proposta economica e sociale alternativa a quella imposta dall’alto e con violenza.

    Sassari, 9/07/09

    A Manca pro s’Indipendentzia

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    NO AGLI SFRATTI
    SOLIDARIETA’ A CHI LOTTA PER LA CASA

    Per Lunedì 6 luglio l’Area (ex IACP) ha previsto di continuare la sua campagna di sgombero degli appartamenti che una decina di famiglie hanno occupato in viale Costituzione a Nugoro. Per la maggior parte dei casi non si tratta neanche di veri e propri appartamenti, ma di garage che le persone che ci abitano si sono prodigate di rendere abitabili, e la maggior parte degli occupanti sono donne sole e con bambini. Per lunedì è previsto addirittura lo sgombero di una ragazza madre di 23 anni con due figli e in attesa del terzo. Nella quasi totalità,  i politici Nuoresi e le varie giunte comunali, hanno accantonato e tuttora decidono di ignorare il problema, salvo mettere in piedi il solito teatrino che sa tanto di mossa elettorale, in vista delle elezioni per il rinnovo della giunta.


    Noi non vogliamo impostare il nostro ragionamento dal punto di vista tecnico e legale, coscienti che lo stato italiano e classe dominante che lo dirige, legifera a proprio uso e consumo e nei propri interessi, e continuerà ad ignorare quello che è un problema sociale. Sviando, di fatto, il discorso in termini di violazioni di leggi e graduatorie di assegnazione. A noi non interessa sapere se chi abita in quelle case lo faccia abusivamente o meno. La casa è un diritto che deve essere garantito a chiunque. Almeno così continuano a ripeterci i soliti democratici, che continuano a non vedere (o a non voler vedere, essendo parte integrante del meccanismo e ad esso funzionali) che questo sistema sta mostrando ancora una volta che si basa sullo sfruttamento e sulla imposizione, fino ad arrivare alla barbarie di mettere in strada decine di famiglie. Sempre a discapito dei ceti più deboli della nostra società , che lottano per un diritto di fronte all’arroganza di grigi funzionari, che si nascondono sempre nel solito ritornello della violazione dello stato di diritto regolato da precise leggi. Le loro, ovviamente. Di fronte a speculazioni sempre più sfrenate sugli aumenti degli affitti, che trovano la loro ragione di essere in un sistema che continua a liberalizzare qualsiasi servizio primario, dalla sanità alla scuola, dimostrando palesemente la sua natura di sfruttamento di una classe su di un'altra, ritagliarsi degli spazi vitali quali la casa e il lavoro, è un diritto e un dovere che ogni proletario deve difendere a tutti i costi per la propria sopravvivenza.


    Esprimendo la nostra totale solidarietà con chi sta lottando per la propria casa, chiediamo che si faccia luce e chiarezza su quante sono e chi occupa le case popolari, su quante case risultino vuote, se ci siano dei piani per l’edilizia popolare e se sono previsti investimenti (statali, regionali o comunali che siano) per attuare questi piani. E se questi piani non ci sono chiediamo che la giunta regionale e comunale si facciano carico di ciò. Sapendo benissimo che di loro spontanea iniziativa, questi personaggi non faranno mai niente di tutto ciò, e che solo con la mobilitazione e la lotta del Popolo Lavoratore Sardo per l’Indipendenza e il Socialismo, si potranno risolvere tutti i problemi che stanno attanagliando la nostra Nazione, (dalla disoccupazione alla rapina delle risorse economiche, dalla occupazione militare al genocidio culturale a bassa intensità),  schiacciata dal doppio peso del sistema capitalistico e dell’occupazione coloniale italiana. Invitiamo tutti i Nuoresi e tutto il Popolo Lavoratore Sardo a mobilitarsi contro questi e tutti gli altri sfratti che andranno a colpire ancora una volta i ceti più deboli della nostra Nazione, dando solidarietà e appoggio alle lotte per la casa.

     

    A Manca pro s’Indipendentzia
    Sezione BARBAGIA
    Via Saffi 12, Nugoro

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    A proposito di crisi industriale e di sindacati italiani….

    Ad oggi 2 luglio 2009 la crisi del calzificio Queen di Macomer è tutt'altro che risolta. Dopo le varie promesse fatte dal sindacato italiano,e dal governatore Cappellacci in campagna elettorale,ad oggi solo una trentina dei 180 lavoratori è rientrata al lavoro. La situazione è notevolmente peggiorata.
    I lavoratori Queen (ora FT calze) sono in completa balia delle scelte scellerate fatte dal sindacato, portate avanti con la complicità del governo italiano di turno.
    Dopo aver firmato un contratto imposto come unica soluzione (a detta del sindacato) gli operai si ritrovano a casa,in attesa di qualche segnale di ripresa,e in attesa che l'inps paghi loro la cassa integrazione, che arriva con un ritardo di 3/4mesi. Ora anche l' ALSAFIL (che aveva acquistato la spiralatura e la torcitura dell' ex Queen) si è tagliata fuori dalla società. Forse ha capito che si prospetta la certezza di perdere solamente del capitale? Rimane solo la SFIRS, che però tace. Che fine ha fatto la clausola posta nel contratto,dove la FT calze si impegnava a presentare un piano industriale entro 2 mesi?
    Ma di questo al sindacato importa relativamente. Nell'assemblea convocata il 1 luglio 2009, dopo la breve parentesi sulla situazione lavorativa, si è parlato del fatto che i lavoratori assunti dalla FT calze sono stati automaticamente cancellati dal sindacato, comportando di fatto un danno ai lavoratori perchè non più tutelati (non per loro che hanno perso i 13 euro dell'iscrizione?),e notando la poca affluenza delle maestranze all’assemblea, dicono che le lavoratrici hanno preferito andare la mare, senza minimamente pensare che forse le lavoratrici sono stanche di tante promesse inutili e pochi fatti.
    Ora e solo ora chiamano i lavoratori Queen (e le loro famiglie, per fare numero hanno detto! sic!) a scendere in piazza per la manifestazione che si svolgerà a Cagliari il 10 Luglio! Ora chiamano i lavoratori alla lotta? Ora che tutto è perduto? Ora che tutti i settori, dalla chimica al tessile stanno cadendo? Dove era il sindacato quando si è aperta la “crisi” della Queen? Dove era quando hanno iniziato a portare via i macchinari in Serbia? Non era quella l'occasione giusta per scendere in piazza? Si è dovuto aspettare che licenziassero 100 persone e che l'azienda dichiarasse fallimento per manifestare? Il sindacato ha affermato che senza di loro sarebbe stato anche peggio. Peggio di così cosa poteva succedere? Salviamo il salvabile hanno ripetuto troppe volte: beh, 100 licenziati, altri 150 a casa non ci sembra un grosso risultato! La situazione disastrosa in cui versa la Sardigna non è certo una novità, ma niente è stato fatto, se non concedere ammortizzatori sociali, avvallando progetti di aziende fantasma che esistono solo sulla carta e concedendo loro milioni di euro, e incentivando imprese che dopo qualche anno di attività, dichiarano fallimento, lasciando i lavoratori sardi nella disperazione, mentre nel frattempo le fabbriche aperte all'estero continuano a lavorare a gonfie vele.Il sindacato vuole la lotta? Bene! Che inizi col non fare e col non supportare più questa politica di puro assistenzialismo, rimettendosi a fare realmente sindacato, lotta sindacale, difendendo il lavoro e i lavoratori!  L'industria in Sardigna ha fallito. Basta con lo sbandierare ai 4 venti possibili riprese! Tutti sappiamo che la ripresa non ci sarà.  La crisi attanaglia il mondo intero, non si risolverà a breve, e questo è certo. Figuriamoci se si risolverà qualcosa in Sardigna, colonia italiana, utile per essere riempita di basi militari, di villoni che deturpano i nostri paesaggi, per raccogliere la mondezza degli altri, e per accogliere e finanziare imprese catastrofiche. A Manca pro s'Indipendentzia invita a disertare la manifestazione del 10 Luglio, per mandare un messaggio chiaro di sfiducia al sindacato italiano. Invita perciò TUTTI i lavoratori Sardi interessati dalla crisi industriale, ad aprire finalmente gli occhi su chi dichiara di avere a cuore gli interessi della sardigna e del futuro dei sardi, sostenendo di fatto i capricci di industrialotti e di funamboli della finanza.
    Non si possono fare gli interessi dei lavoratori sardi , restando complici dei padroni e dello stato italiano! Riprendiamoci la sardigna! Riprendiamoci le nostre risorse! Diciamo BASTA ai sindacati italiani, che in questi decenni non hanno fatto altro che raccontarci favole!

    Riprendiamoci la lotta!

    a Manca pro s’Indipendentzia

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    A Manca pro s’Indipendentzia saluta con favore la nascita de
    sa Giuventude Indipendentista Sarda


    Contestualmente alla polarizzazione dello scontro fra le forze colonialiste e quelle anticolonialiste era auspicabile che i settori coscienti della gioventù sarda inaugurassero un percorso politico unitario che le organizzazioni politiche indipendentiste hanno il dovere di sostenere con tutte le loro forze.
    I giovani sardi sono le prime vittime del colonialismo italiano. Precariato, emigrazione forzata, disoccupazione, sfruttamento sul lavoro, arruolamento indotto nelle forze d’occupazione italiana, alcolismo, consumo di droghe, privazione culturale e linguistica, deradicamento sociale e marginalizzazione sono tutti aspetti tipici dei regimi coloniali che si abbattono sulle fasce più deboli della società e in particolare sulle sue componenti giovanili.


    Inoltre il colonialismo italiano riproduce la sua egemonia all’interno del contesto sociale sardo proprio attraverso le strutture della scuola e della propaganda coloniale minando alle fondamenta, giorno dopo giorno, il senso di appartenenza e l’identità culturale e nazionale delle nuove generazioni dei sardi. Le forze coloniali agiscono in maniera radicale sulle nuove generazioni sarde facendo perno sull’indottrinamento italianista per rendere più facile la penetrazione colonialista e capitalista nella nostra terra.


    Negli ultimi due anni il processo di convergenza delle forze sane della nazione sarda su un programma di liberazione nazionale e sociale ha fatto passi da gigante. Il nostro progetto di unità nazionale è un progetto di “grande politica”, perché vuole costruire una alternativa concreta e fattiva al regime di miseria e decadenza instaurato dallo stato italiano nella nostra terra. Un progetto che ha come obiettivo intermedio l’allargamento del regime di sovranità, la difesa degli interessi dei lavoratori sardi e dell’ambiente e la piena valorizzazione della nostra identità nazionale e culturale. Ma qualunque progetto di “grande politica” è orientato necessariamente verso il futuro. Le forze sane della nostra nazione non mirano a costruire carriere politiche sulla pelle dei sardi, a ritagliarsi nicchie di potere fine a sé stesso e a battere cassa con le facili parole d’ordine indette dall’egemonia degli attuali colonizzatori. Chi oggi lavora quotidianamente al rafforzamento di un blocco anticolonialista plurale, coeso ed organico, non può che salutare con entusiasmo la costituzione della gioventù indipendentista unitaria. Essere indipendentisti in Sardigna oggi significa essere aperti al futuro e lungimiranti. Fra i giovani sardi si sta affermando, sia in patria che nell’emigrazione, un diffuso senso di appartenenza culturale e in particolare sono molti i giovani che si stanno avvicinando all’ideale della liberazione nazionale e sociale del nostro popolo. Questo perché oggi essi non vedono alcuna possibilità di inserirsi in un contesto sociale, lavorativo e culturale adeguato alle loro migliori aspettative nella loro terra natale. L’indipendentismo si caratterizza giorno dopo giorno come una forza giovane, proprio per il fatto che ai giovani il colonialismo italiano sbatte le porte in faccia o prospetta loro magri percorsi di vita e di affermazione professionale e culturale.
    Per questi motivi è auspicabile che sa Giuventude Indipendentista Sarda si rapporti alle forze sindacali sarde di classe e ai circoli degli emigrati sardi anticolonialisti, instaurando un circolo virtuoso con queste forze, capace di analizzare le contraddizioni del colonialismo a livello teorico e di approntare corrette strategie politico-operative di intervento per fare fronte alla declinazione coloniale della contraddizione capitale-lavoro in Sardigna e alla questione drammatica dello spopolamento dei paesi e dell’emigrazione forzata.


    La nascita de sa Giuventude Indipendentista Sarda è una ventata di freschezza che fa ben sperare tutti i patrioti che lottano per l’abbattimento del regime coloniale italiano in Sardigna. A Manca pro s’Indipendentzia si impegna quindi a favorire la crescita e il percorso di formazione dei giovani militanti della Gioventude mettendo a disposizione le sue forze e le sue energie militanti, culturali ed intellettuali sostenendo la formazione di nuclei organizzati della Gioventude su tutto il territorio nazionale e intavolando con sa Giventude una dialettica politica costante e franca.


    Sassari, 9 aprile 2009

    a Manca pro s'Indipendentzia

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    DOCUMENTO PROGRAMMATICO
    De sa Mesa Sarda A FORA SU G8
    Per la convocazione di un
    VERTICE DELLE NAZIONI SENZA STATO E DEI POPOLI OPPRESSI

     

    Nei giorno 8-9-10 Luglio del 2009 si svolgerà a La Maddalena, in Sardigna, il prossimo G8.

    Le Organizzazioni indipendentiste sarde invitano tutto il popolo sardo, le organizzazioni delle nazioni senza stato e dei popoli oppressi e le organizzazioni internazionali a dibattere, in altrettanti tavoli di lavoro, i seguenti temi:

    • La questione delle nazioni senza stato e il diritto all’autodeterminazione dei popoli.

    La Sardigna è una nazione senza stato e al suo popolo viene negato da parte dello stato occupante il diritto all’autodeterminazione, all’autodecisione e all’autogoverno. Gli stati che si riuniranno in Sardigna per il G8 hanno al loro interno nazioni senza stato che reclamano il diritto all’autodeterminazione, solo ad alcune di esse viene strumentalmente riconosciuto questo diritto. Ma il G8 rappresenta anche quell’ordine mondiale imperialista, attualmente sull’orlo della bancarotta finanziaria, che negli ultimi due decenni ha instaurato una vera e propria forma di terrorismo militare ed economico sulla pelle dei proletari e dei popoli oppressi di tutto il pianeta. Noi cercheremo di dare voce alle esperienze delle nazioni senza stato e dei popoli oppressi.

    • L’economia di dipendenza

    Uno degli argomenti centrali nell’agenda del summit è la questione energetica ed economica (in particolare l’agricoltura). Se ne parlerà in una terra dove è in atto ormai da numerosi decenni, se non secoli, una scientifica disarticolazione dell’economia endogena in favore di un' economia slegata dalle esigenze del popolo sardo e basata sulla rapina e sullo sfruttamento delle risorse. Il colonialismo italiano, insieme con la borghesia compradora sarda, hanno dato vita ad un apparato economico assistenzialista finalizzato a  rendere l'economia sarda totalmente subordinata e dipendente da quella italiana e a creare sottosviluppo al fine di mantenere l’isola e i suoi abitanti in una condizione di subordinazione.

    • L’occupazione militare e la repressione.

    Un altro dei punti in agenda del G8 è la pace e la diplomazia internazionale. Se ne discuterà in una terra dove gli stessi paesi del G8 addestrano alla guerra i loro eserciti nei due più grandi poligoni di tiro d’Europa. In questo senso il sottosviluppo, l’inquinamento, il pauroso spopolamento delle zone interne e il controllo repressivo del territorio da parte delle forze di occupazione militari italiane è funzionale al ruolo di colonia assegnato alla Sardigna.

    • Lingua e cultura.

    Si dice spesso che la “globalizzazione” mette in pericolo la biodiversità e la pluralità delle culture. Bene, in Sardigna è in corso da secoli un processo di deculturazione forzata che noi non abbiamo paura di chiamare con il suo vero nome: genocidio culturale. Attraverso il meccanismo di contraffazione-cancellazione della lingua, della cultura e della storia delle classi popolari sarde e la sostituzione con la lingua, la cultura e la storia della borghesia e delle classi elitarie italiane, e tramite il meccanismo dell’emigrazione forzata si cerca di cancellare o strumentalizzare la memoria e l’identità dell’intero popolo sardo giungendo quindi a negare l’esistenza della nazione sarda.

     

    PREMESSA

    Il vertice G8 viene convocato in una nazione senza stato e riteniamo che da questo dato non si possa prescindere. Il prossimo G8 si terrà infatti in una terra dove il colonialismo italiano ha storicamente intrapreso una lotta senza quartiere nei confronti di tutto ciò che in Sardigna costituisce carattere nazionale e perciò riteniamo doveroso portare al centro dell’attenzione la questione delle nazioni senza Stato, il riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei popoli e la questione nazionale e sociale sarda.

    In Sardigna:

    • il territorio è occupato militarmente:

    La Sardegna, in virtù della sua posizione al centro del Mediterraneo, è stata considerata sin da pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, come una perfetta “portaerei” e una immensa base di appoggio per le esigenze militari delle potenze occidentali. I sardi hanno dovuto piegare le proprie necessità a queste esigenze “superiori”, perdendo una gran parte delle proprie terre e la possibilità di usufruire liberamente del proprio mare e dei propri cieli. Basi militari italiane, statunitensi e NATO, e la presenza massiccia di polizia, carabinieri, finanza, corpi speciali e quant’altro costituiscono forze di occupazione coloniale atte alla repressione preventiva ed all’eliminazione sistematica di qualsiasi specificità nazionale in quella che è una guerra a bassa intensità per il controllo totale del territorio.

    • l’economia è stata destrutturata, slegata dalle esigenze del Popolo Sardo e resa organica agli interessi del capitale internazionale, con l’instaurazione di un regime di rapina sulle risorse presenti nell’isola, lo sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale italiano ed internazionale e la creazione di un apparato economico fallimentare e improduttivo il cui risultato è stato non solo di rendere l’economia sarda totalmente dipendente da quella italiana ma anche di causare alla Sardigna danni ambientali difficilmente risanabili. Con la complicità della borghesia compradora sarda, i governi italiani del dopoguerra hanno smantellato il comparto agropastorale, quello artigianale, industriale e commerciale sviluppatisi nell’isola: l’industria petrolchimica, la monocoltura turistica, le servitù, in primis quella militare, hanno disarticolato il tessuto della piccola e media industria sarda e, negli ultimi 50 anni, hanno di fatto inibito o impedito ogni intrapresa endogena che, pur rimanendo all’interno di una logica di sfruttamento del lavoro salariato, avrebbe costituito la base produttiva necessaria, insieme al settore agropastorale e ad una rete di servizi di qualità, per fuoriuscire dal regime di dipendenza coloniale e garantire solidità alla nostra economia.

    Queste scelte hanno creato un apparato economico assistenzialista finalizzato a rendere l'economia sarda totalmente subordinata a quella italiana e a creare sottosviluppo al fine di mantenere l’isola e i suoi abitanti in una condizione di continua crisi economica e quindi di subordinazione politica. Il risultato è una dilagante disoccupazione e precariato di massa che, come immediata conseguenza, hanno dato occasione ad una nuova, catastrofica ondata di emigrazione della forza lavoro sarda sia interna (dalle zone interne alle città sarde) che esterna (la classica via del mare). L’emigrazione è un dramma direttamente conseguente alle politiche coloniali e al ruolo della classe dirigente compradora che sta condannando la nostra terra allo spopolamento e alla desertificazione economica.

    • la lingua sarda è stata storicamente negata, perseguitata, vietata, trattata come un dialetto. Oggi, viene svuotata del suo ruolo culturale riducendola a manifestazione folkloristica o relegandola ad ambiti marginali della vita collettiva. La storia e la cultura della Sardegna sono state rimosse o, dove non sia stato possibile farlo, mistificate e strumentalizzate ad uso e consumo del colonialismo italiano.

     

    In estrema sintesi queste sono le condizioni economiche, politiche e sociali e culturali, che caratterizzano oggi la “Questione Nazionale Sarda” e solo la lotta del popolo sardo può porre le basi per la liberazione della Sardigna dalle contraddizioni, altrimenti insanabili, determinate dal colonialismo e dal capitalismo.

     

    PROPOSTA: A FORAS SU G8!

    In occasione del G8, come indipendentisti sardi, intendiamo utilizzare al meglio l’attenzione mondiale rivolta alla Sardegna per rovesciare addosso al governo italiano le sue contraddizioni interne e far conoscere al mondo la realtà dei movimenti di liberazione nazionale dei popoli oppressi e delle nazioni senza Stato.
    La lotta a lungo termine contro l’imperialismo e il colonialismo, entro cui noi inquadriamo la scadenza di mobilitazione del luglio 2009 a La Maddalena, ha senso solo se dimostra le capacità di diventare lotta e sollevazione popolare, di suscitare nuove e più ampie energie. Il compito delle mobilitazioni del movimento indipendentista e sardo, non è dunque quello di promuovere una semplice marcia di protesta contro il G8 in generale. Nostro compito è invece quello di sfruttare questa occasione per accumulare forze utili ad uscire dallo stato di soggezione coloniale in cui versa il nostro popolo e di scambiare analisi ed esperienze con tutti coloro che nel mondo lottano contro l’imperialismo e il colonialismo e aspirano ad un riscatto nazionale e sociale.

    La questione delle nazioni senza Stato, delle colonie, dei popoli oppressi, del diritto di autodeterminazione, autodecisione, autogoverno dei popoli, è una questione di prioritaria importanza strettamente legata alla lotta contro l’imperialismo e la globalizzazione neoliberista, laddove questa costituisce omologazione e negazione di qualsiasi specificità, diversità, identità nazionale.
    La risposta dei popoli oppressi al G8 non può dunque che essere una rivendicazione del diritto di esistere, resistere, decidere del proprio destino, essere soggetti della propria storia, padroni del proprio futuro, di essere indipendenti e sovrani.

    Chiamiamo quindi al confronto tutti movimenti di liberazione nazionale attivi nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo affinché si lavori in maniera coordinata per lanciare a livello mondiale la parola d’ordine del diritto di autodeterminazione dei popoli e per costruire la mobilitazione internazionale sulla parola d’ordine: A Fora su G8!.

    Chiamiamo al confronto tutte le realtà, le organizzazioni, associazioni, collettivi studenteschi e non, e singoli individui per la partecipazione alla mobilitazione nella prospettiva della costruzione di un percorso politico comune ed all’esercizio di un internazionalismo reale ed attivo.

    Chiediamo, a chiunque voglia partecipare e contribuire all’organizzazione delle iniziative di mobilitazione in occasione del G8, di condividere, riconoscere e far propri i seguenti punti programmatici:

    1. Il g8 non si svolgerà in Italia, ma in Sardigna, e sarà la prima volta che tali riunioni avverranno in una nazione senza Stato al cui popolo oppresso è negato il diritto di autodeterminazione e di sovranità nazionale.

     

    2. La Sardigna è una nazione senza Stato perché esprime una comunità, una lingua, un territorio, un’economia, una cultura storicamente determinate e peculiari.
    In quanto nazione essa racchiude in sé le strategie, le potenzialità ed i metodi della propria liberazione; rivendica il diritto di essere libera, indipendente e sovrana.

     

    1. La Sardigna è una colonia dello Stato italiano in quanto in essa i rapporti di produzione sono stati organizzati secondo un modello di sfruttamento coloniale del territorio e delle sue genti, così come anche tutti gli apparati sovrastrutturali sono stati finalizzati al mantenimento in stato di colonia della nazione sarda. Il colonialismo economico (strutturale) assieme a quello politico-culturale (sovrastrutturale) hanno determinato un’oppressione nazionale da parte dello stato italiano nei confronti del Popolo Lavoratore Sardo.
    1. Il g8 rappresenta la negazione stessa del diritto di esistere di tutti quei popoli che, a livello mondiale, lottano per l’affermazione del diritto all’autodeterminazione.

     

    1. La lotta contro il G8 e la lotta a lungo termine contro l’imperialismo ha senso solo se è lotta che coinvolge il popolo. Per sviluppare questo processo è necessario che tutte le realtà che si riconoscono in questo progetto si impegnino con tutte le proprie forze ad un lavoro continuo e capillare di informazione, comunicazione e stimolo alla partecipazione.

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    Intervento di A Manca pro s’Indipendentzia alla Giornata antifascista di Siniscola, 20/9/08.

    Il fascismo nasce storicamente come strumento della borghesia per far fronte all’avanzata della lotta proletaria e alla crisi generale dell’economia capitalistica successiva alla guerra mondiale (14-18). Ideologicamente esso rappresentò il tentativo di distogliere le masse popolari dalla mobilitazione rivoluzionaria, attraverso la loro mobilitazione reazionaria.
    Le borghesie europee, lì dove la lotta per il socialismo condotta dal proletariato prometteva di giungere ad un esito positivo, tollerarono e poi appoggiarono direttamente nei primi decenni del ‘900 organizzazioni di carattere paramilitare che usavano il terrorismo come arma antiproletaria.
    Ecco perché è del tutto corretta la definizione che del “fascismo” diede la Terza Internazionale. I fenomeno del fascismo fu definito «dittatura terroristica della borghesia», dato che i gruppi paramilitari italiani, tedeschi, spagnoli, ungheresi e francesi venivano finanziati direttamente dagli agrari e dagli industriali per fare abbassare la testa alle lotte di contadini ed operai e per impedire che i partiti comunisti o coalizioni di sinistra, prendessero il potere politico o giungessero al governo.
    Ma il nostro intervento intende prescindere da un lungo excursus storico sull’evoluzione del terrorismo fascista nel corso del ‘900. Ciò non perché non abbia un’importanza fondamentale, specialmente in questi tristi tempi di dilagante revisionismo storico e filosofico, ricordare alle nuove generazioni la portata della lotta antifascista e il significato dei valori dell’antifascismo.
    A noi in questa sede interessa però evidenziare due punti fondamentali: ci interessa cioè individuare se al giorno d’oggi l’occidente capitalistico tenda al fascismo e che tipo di rapporto intercorre fra la tendenza al fascismo moderno e la lotta per l’indipendenza della Sardigna.

    1. La tendenza al moderno fascismo. A noi sembra che l’Occidente capitalistico oggi tende a nuovamente verso il fascismo. Ma non dobbiamo pensare al fascismo classico degli anni venti e trenta o limitare la nostra analisi al dilagare, seppure preoccupante, della propaganda fascista e nazista fra i giovani (soprattutto in Germania orientale e in Italia). Per tendenza al fascismo moderno intendiamo qualcosa di diverso e di strutturale all’indirizzo che sta prendendo lo sviluppo dei paesi a capitalismo avanzato. I caratteri del fascismo moderno sono la monoideologia e la costruzione del consenso, il bipartitismo, la tendenza alla guerra, il disarmo e lo smembramento delle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori. Procediamo con ordine!

    Monoideologia e costruzione del consenso: la dialettica politica, apparentemente accesa e piena di colore nei dibattiti televisivi, non è più il frutto della dialettica fra le classi e le diverse organizzazioni politiche rappresentanti diverse istanze sociali, ma polemica tutta interna alla dittatura ideologica, politica e militare dell’unica classe legittimata al mantenimento del potere: la borghesia imperialistica. All’indomani della sconfitta del movimento comunista rivoluzionario nei paesi a capitalismo avanzato è stato messo in piedi un potente apparato egemonico che un importante linguista americano ha definito “la fabbrica del consenso”, capace di coagulare intorno ai temi strategici dell’economia e della politica, un consenso imbarazzante, praticamente totalitario. E questo è sotto gli occhi di tutti! I dibattiti e gli scontri politici in realtà sono soltanto un coro a più voci diretto da un unico direttore d’orchestra.
    Il bipartitismo: L’aspetto politico dell’egemonia borghese totalitaria è il bipartitismo. Il fascismo moderno, a partire dal modello americano, tende al bipartito e non più al monopartito. I due partiti (repubblicani e democratici in America, laburisti e conservatori in Gran Bretagna, socialisti e conservatori in Francia e in Spagna, socialdemocratici e conservatori in Germania, PD e PDL in Italia) hanno una tendenziale caratteristica in comune: quella di una forbice ideologica ristretta e una tendenziale condivisione del progetto socio-economico. Al di là delle normali differenze sul piano dei diritti civili (pensiamo a Zapatero e ai conservatori in Spagna) e alle fisiologiche differenze nella realizzazione del progetto politico e nei modelli teorici ed ideologici di riferimento, i due partiti si ispirano ad una ideologia tendenzialmente unitaria e condividono le linee fondamentali del progetto politico ed economico. In molti casi, come in America e in Italia,  le multinazionali e le associazioni padronali finanziano ed appoggiano entrambi gli schieramenti.
    tendenza costante alla guerra: imperialismo implica necessariamente guerra imperialistica. Ecco perché il rafforzamento dell’imperialismo implica la tendenza sempre più marcata alla guerra imperialista. Il progetto di un Esercito Europeo, l’allargamento della NATO ai paesi dell’Europa orientale, lo scudo spaziale e la balcanizzazione di regioni strategiche per il controllo dei mercati asiatici e per i crocevia energetici dimostra che il fascismo moderno tende a ricreare blocchi geopolitici antagonistici. Questi sono di due tipi: blocchi imperialisti (nord America, Europa, Russia, Paesi islamici moderati) e blocchi antiimperialisti (Cina, America latina, paesi islamici radicali).
    Il ritorno dei blocchi multipolari implica una radicalizzazione delle ideologie a sfondo razzista, nazionalista, guerrafondaio, sciovinista, religioso tutte fondate sulla possibile comunanza di interessi tra sfruttatori e sfruttati che di fatto distolgono le masse popolari dalla loro vera missione storica, preparano la nuova ecatombe di popoli e rendono le migliori energie sociali disponibili strumento di un pugno di imperialisti occidentali.
    La tendenza alla guerra è una tendenza destinata ad accentuarsi con la crisi strutturale dell'economia mondiale e con il ricrearsi di blocchi geopolitici inter-imperialistici ed anti imperialistici.
    disarmo delle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori: Il carattere subdolo del fascismo odierno mette oggi i comunisti davanti al bivio: o abbandonare la lotta, magari rinunciando anche ad autodefinirsi “comunisti” in cambio di un ben più rassicurante “democratici”, o mettere in conto di dover vivere circondati dal sospetto, dalla diffidenza, dalla sempre incombente accusa di terrorismo. La lotta al terrorismo è una struttura portante della tendenza al moderno fascismo, perché agevola il consolidamento totalitario del consenso, fa leva sulla paura e sul sospetto e criminalizza le opposizioni politiche non integrabili nel bipartitismo.
    Viviamo in un periodo veramente buio in cui non esiste né una opposizione politica, né un dibattito o una rete dal basso. Siamo di fronte al disarmo ideologico ed organizzativo della sinistra antagonista e (ex)istituzionale, un disarmo che accelera la tendenza al fascismo moderno.

    1. La lotta d’Indipendenza e il moderno fascismo. A Manca pro s’Indipendentzia, organizzazione indipendentista comunista sarda, coglie l’occasione di questa giornata di lotta e di dibattito antifascista per sviluppare anche un secondo punto che a noi sembra di importanza strategica: vale a dire il rapporto fra tendenza al fascismo moderno e lotta per l’indipendenza. Fino ad ora ci siamo tenuti larghi e abbiamo analizzato a grosse linee la tendenza al fascismo moderno nell’Occidente capitalistico. Qui ci interessa invece analizzare la natura fascista dello stato italiano e il carattere intrinsecamente antifascista e destabilizzante che ha la nostra lotta per la libertà, per l’autodeterminazione, per la sovranità e per il socialismo in Sardigna! Non tutte le lotte di indipendenza sono uguali di fronte alla tendenza al fascismo moderno e al gioco dei nuovi blocchi interimperialistici. Come scrive il noto sociologo spagnolo Manuel Castells «quando si parla del Kosovo e della Serbia si invoca il diritto di autodeterminazione e si progetta militarmente l’indipendenza kosovara. Ma quando la Cina reprime l’autonomia del Tibet nessuno, al di là delle proteste retoriche, osa affrontare Pechino, perché chi non compra dalla Cina spera di venderle qualcosa. Le posizioni sul diritto all’autodeterminazione sono frutto di cinismo tattico. Ma l’uso dell’indipendentismo latente, diffuso ovunque nel mondo, va oltre: è uno strumento geopolitico fondamentale in un mondo globalizzato e interdipendente, dove cominciano a vacillare le fondamenta degli stati nazione creati dalla storia» [su Internazionale, 12-18 settembre 2008].

    Noi non condividiamo le posizioni politiche di Castells, ma il citato è importante perché spiega chiaramente come le lotte per la sovranità nazionale non possano dichiararsi neutrali o indifferenti rispetto al fronteggiarsi dei blocchi.
    Nel caso della Sardigna e della nazione sarda gli indipendentisti non possono permettersi il lusso di non approfondire la conoscenza dello stato italiano che li colonizza, dell’alleanza interimperialistica a cui aderisce e delle evoluzioni politiche che lo caratterizzano.
    Ignorare la politica italiana sarebbe un errore imperdonabile che porterebbe l’indipendentismo a legarsi le mani da solo. Gli indipendentisti devono dunque fare i conti con la tendenza al fascismo moderno, perché riguarda direttamente la natura dello stato colonizzatore.
    Secondo noi il fascismo non è una esperienza storica chiusa, ma è una tendenza costante dalla fondazione dello stato italiano ad oggi. L’Italia monarchica, l’Impero, la Repubblica di Salò, l’Italia repubblicana sono fasi diverse di uno stesso progetto guidato dalla borghesia imperialista e colonizzatrice fondato sullo sfruttamento capitalistico del lavoro, sull’imperialismo bellico e sull’oppressione delle nazioni imprigionate dentro la forma stato-Italia.
    A questo proposito ci sono due punti di vista: chi come Benedetto Croce pensa che il fascismo sia una «parentesi illiberale nella storia liberale dello stato italiano» e chi, come Gramsci, che il fascismo sia certamente una novità rispetto al passato liberale dello stato, ma non una sua contraddizione.
    Lo stato italiano nasce come strumento giuridico di costrizione contro le classi lavoratrici e contro i popoli, in particolare contro il popolo sardo e i popoli meridionali contro cui conduce una vera e propria guerra di aggressione colonialista e di cui la costituzione italiana vieta a priori ogni istanza di rivendicazione nazionale.
    Quando parliamo di fascismo non possiamo limitarci dunque al solo ventennio e ai provvedimenti d’eccezione scelti in un clima di crisi internazionale ed economica del tutto particolari, ma dobbiamo comprendere quali siano le tendenze di lunga durata ancora attuali. Queste a nostro giudizio sono tre:

    1. la ricerca costante di un sistema di alleanze internazionali di tipo imperialista e colonialista all’interno della quale la borghesia italiana possa acquistare importanza e sentirsi le spalle coperte nei suoi traffici.  Ciò comporta il costante esercizio colonialista ed imperialista delle sue forze armate (le forze armate italiane a dispetto della retorica della “difesa della patria” non sono mai state impiegate per difendere i confini dello stato da aggressioni esterne).
    2. Il centralismo statalista e securitario, ovvero lo strumento statuale di conduzione della guerra interna contro le conquiste dei lavoratori e il sistema di garanzie sociali da esse conquistato.
    3. La repressione sistematica delle specificità e delle spinte autonomistiche od indipendentistiche delle nazioni senza stato imprigionate dentro lo stato unitario borghese italiano.

    Ci interessa insomma sottolineare che la lotta di indipendenza del popolo sardo è una lotta antifascista perché si tratta di una lotta che mette in discussione i tre pilastri della tendenza al fascismo che accompagnano lo stato italiano dalla sua fondazione ad oggi. Ripercorriamo i tre punti fondamentali:

    1. affermare e lottare per la sovranità nazionale della Sardigna significa infatti mettere in profonda discussione l’unità politico-giuridica dello stato italiano mettendone in crisi la sua consolidata configurazione statuale e indebolire una catena dell’imperialismo occidentale.

    Il fascismo, al di là delle sue configurazioni storiche, non può permettersi di cedere sovranità ai popoli imprigionati all’interno dei suoi confini, soprattutto quando si parla di un’isola di importanza strategica militare e di un popolo che fornisce un altissimo coefficiente di contingenti all’EI. Chi lotta per la sovranità del popolo sardo lotta oggettivamente nel campo che mira all’indebolimento e alla disarticolazione del militarismo colonialista ed imperialista italiano e  quindi dell’alleanza interimperialistica di cui lo stato italiano fa parte.
    La lotta per l’indipendenza della Sardigna è intrinsecamente anti imperialista e contraria alla tendenza al fascismo moderno!

    1. Affermare e lottare per la sovranità nazionale della Sardigna significa metterne in discussione ciò che per lo stato italiano borghese è indiscutibile: vale a dire unità ed indivisibilità dello stato stesso. Ora lo stato borghese è anche lo strumento attraverso cui si esprime la repressione di classe. Aveva ragione Marx quando diceva che «bisogna spezzare la macchina statale, non semplicemente prenderne la guida». Queste famose parole non vanno però nella direzione di una immediata estinzione dello stato come vorrebbero gli anarchici. Il senso delle parole di Marx, a nostro giudizio, va cercato nel fatto che gli stati borghesi unitari devono essere smembrati e colpiti a morte e le sue strutture riconvertite ad uso e consumo degli interessi dei lavoratori e dei popoli prima imprigionati in quei confini arbitrari.

    L’unità dello stato è una costante del fascismo dalla fondazione fino ad oggi. Infatti né i popoli senza stato, né le classi lavoratrici necessitano della configurazione statuale attuale. La loro naturale tensione è invece a costruire stati che corrispondano alle esigenze delle nazioni e all’internazionalismo proletario con tutti i popoli in primo luogo del mediterraneo e in secondo luogo di tutto il mondo. Lo stato italiano è una prigione per i proletari e per i popoli che sono costretti a starvi dentro. Lottare per la sovranità statuale della Sardigna è il nostro contributo alla lotta generale alla tendenza statolatrica e securitaria del fascismo italiano vecchio e moderno.
    La lotta per l’indipendenza della Sardigna è intrinsecamente congiunta con la lotta proletaria!

    1. Affermare e lottare per la sovranità territoriale della Sardigna significa mettere in discussione che quella italiana sia una nazione, quindi significa colpire a morte il nazionalismo italiano in cui si nasconde il germe del fascismo. Lo stato italiano è una costruzione storica della borghesia imperialista italiana, è lo strumento di guerra contro le classi lavoratrici e i popoli senza stato. Ecco perché Gramsci aveva pensato, se pur all’interno di una logica ancora legata alla coincidenza di stato e nazione in cui si muoveva la terza internazionale, ad una federazione delle repubbliche soviettiste del nord Italia e del sud Italia, della Sardigna e della Sicilia (questo era anche il programma del Partito comunista sardo la cui esperienza è stata poi cancellata dal PCI di Togliatti).

    Noi sviluppiamo il pensiero di Gramsci affermando che si debba lottare per la costituzione di una repubblica socialista sarda inserita in una libera federazione degli stati socialisti del Mediterraneo, rinunciando per sempre a due concezioni che non appartengono né alla storia e agli interessi del nostro popolo, né ai reali bisogni delle classi lavoratrici: il concetto di Italia e il concetto di Europa!
    La lotta per l’indipendenza della Sardigna è intrinsecamente è una lotta anticentralista e corrisponde alle esigenze più profonde dei popoli oggi imprigionati nella forma-stato Italia.

     

    A Manca pro s’Indipendentzia

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    L’INCONSISTENZA DEL TEOREMA PISANU

    A partire dal 2001 si è assistito in Sardigna ad una rinnovata caccia alle streghe avviata dall’allora ministro dell’Interno Pisanu, sardo dedito a garantire gli interessi coloniali italiani nella nostra terra. Questa moderna caccia alle streghe ha trovato nell’isola zelanti esecutori che, sulla scorta delle indicazioni ministeriali, hanno predisposto un apparato repressivo capillare contro tutto l’antagonismo sardo, definito per semplificazione, ad uso e consumo della stampa, anarco-insurrezionalimo.

    In realtà in questi anni sono stati sottoposti ad intercettazioni, pedinamenti e indagini di vario tipo e al carcere tutti quei gruppi o singoli che professano pubblicamente la loro radicale opposizione allo stato italiano: indipendentisti, comunisti  e anarchici. Nelle maglie di questa rete repressiva sono caduti decine di militanti politici contro i quali è stato utilizzato l’ articolo 270 bis del codice penale, raffinato strumento giuridico utile, anche nella sua più moderna riformulazione, a perseguire scomodi oppositori politici. Questa sorte è toccata, tra gli altri, ad Antonella, Ivano e Paolo, ai quali è stato contestato, appunto, l’art 270 bis per aver costituito una associazione sovversiva.

    Ma forse il teorema Pisanu, così nel frattempo nominato, pecca di eccessiva presunzione e così, nonostante lo zelo del magistrato accusatore, ha cominciato a dimostrare la sua fragilità, tanto che neppure i Tribunali possono fare più di tanto e si vedono costretti a ridimensionare la pesante imputazione. Infatti, la Corte d’assise di Nuoro in primo grado, non accogliendo la tesi accusatoria, ha condannato i tre i compagni non per aver costituito l’associazione sovversiva ma per aver partecipato ad un non meglio precisato gruppo eversivo.

    Ora la Corte d’Assise d’appello di Sassari assolve i tre per tale imputazione. Questa decisione se da un lato mostra quanto sia farraginoso l’impianto accusatorio o meglio la veste giuridica che è stata data ad un atto di pura repressione politica, dall’altro merita il biasimo collettivo perché continua ad attribuire ai compagni l’attentato alla sede di alleanza nazionale di Nuoro.

    Riteniamo che questa decisone sia il frutto di un compromesso. I giudici hanno voluto esimersi dall’imbarazzo di motivare una sentenza che avrebbe suggellato un atto di repressione degno del peggiore regime. Peraltro hanno comunque condannato i compagni per non annullare e gettare nel più assoluto discredito l’operato di una magistratura troppo incline a fare da sponda alle direttive politiche.

    Esprimiamo la nostra più incondizionata solidarietà ad Antonella, Ivano e Paolo che hanno pagato con il carcere il loro ostinato desiderio di vivere LIBEROS IN TERRA LIBERA.

    Nuoro, 27 gennaio 2009

    Ufficio Stampa a Manca pro s'Indipendentzia

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    DI FRONTE ALLA CRISI POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE
    C’E’ UNA SOLA VIA D’USCITA: INDIPENDENTZIA

    Le dimissioni presentate ieri dalla giunta “Soru” rappresentano l’ultimo atto di quella guerra interna che da mesi dilania il PD sardo e che è specchio di uno scontro più aspro tra due fazioni interne alla classe politica “compradora” sarda che vede contrapposti da una parte coloro che interpretano il proprio ruolo quale classe politica che gestisce il potere in posizione subordinata ai voleri della centrale romana, dall’altra coloro che tentano di ricalcarsi un ruolo di classe politica “nazionale”, con maggiori poteri contrattuali nei confronti del “potere italiano”.

    Al momento dell’annuncio delle dimissioni, dai banchi in cui siedono i rappresentanti del centro-destra italianista si è levato un applauso. Questi signori infatti già pregustano la possibilità di poter gestire il potere in colonia per conto del proprio padrone: lo stato italiano.

    E’ necessario ribadire, alla luce della campagna elettorale che si avvierà nei prossimi giorni, che l’ingannevole scontro tra centro-sinistra e centro-destra italianista è sempre poggiato su un solido fondamento: che sia destra o che sia sinistra la dominazione italiana sulla nostra terra non viene messa in discussione. E quanto sia la destra che la sinistra italianista vogliano bene alla nostra patria sarda l’hanno saputo dimostrare egregiamente proprio con i loro rappresentanti sardi in Regione. Quando a Roma e in Regione c’era il centrodestra hanno pensato bene, in perfetto accordo tra padroni e servi, di cercare di rifilarci le scorie nucleari, esattamente come oggi ci vogliono rifilare le centrali nucleari; quando a Roma e in Regione c’è stato il centrosinistra allo stesso modo hanno pensato bene di portarci la mondezza italiana. O per un verso o per l’altro l’Italia non ci da altro che rifiuti.

    Quanti di questi esponenti della classe politica italianista hanno fatto gli interessi del nostro Popolo ogni volta che si sono allineati alle decisioni dei partiti italiani? Ogni volta che sono rimasti in silenzio per disciplina di partito? Ogni qualvolta hanno votato per una qualsiasi legge italiana da imporre alla nostra terra? I Sardi che siedono nei banchi del consiglio regionale, questa è la dura realtà, non lo fanno soltanto per avere dei benefici personali, lo fanno perché si sentono italiani, e da italiani ragionano: tutto ciò che essi identificano come “bene comune” altro non è che il bene dell’Italia.

    Del resto, per esprimere un giudizio sulla classe politica “compradora” sarda considerata nel suo insieme, senza sterili distinzioni tra destra e sinistra (visto che entrambi servono lo stesso padrone), basta dare un’occhiata obiettiva alle condizioni di vita che si vivono nella nostra Natzione!

    Paradossalmente le dimissioni sono state presentate lo stesso giorno in cui la Polimeri Europa, controllata dall’ENI, annunciava la chiusura per due mesi degli stabilimenti di Porto Torres, determinando il rischio chiusura per l’intero settore petrolchimico presente in Sardigna e aprendo le porte ad oltre 5000 licenziamenti.

    La Polimeri Europa è solamente l’ultima di una lunga serie di realtà produttive operanti in Sardigna fallite o in grave crisi economica; lista che contiene i nomi di Legler, Unilever, Queen, Palmera per fermarci solamente agli esempi più recenti nel tempo (altrimenti si potrebbero citare: cartiera di Arbatax, Nuova Scaini e decine di altre realtà in crisi).

    Queste realtà sono solo la punta di un iceberg che vede alla propria base decine, se non centinaia, di progetti produttivi finanziati con soldi pubblici e mai realizzati. Negli ultimi anni in Sardigna infatti sono stati ripetutamente finanziati progetti industriali spesso presentati da società (la maggioranza delle quali con sede legale in nord italia) che erano già state più volte condannate per truffa, le quali, nuovamente, hanno incassato i finanziamenti e hanno lasciato i disoccupati sulla strada. Allo stesso modo le aziende che invece sono realmente produttive, e che hanno per giunta un bilancio in attivo, minacciano di voler smantellare il loro apparato produttivo per trasferirlo all’estero, in Paesi dove il costo del lavoro è inferiore alla Sardigna. La Regione allora deve ciclicamente stanziare fondi di milioni di euro anche per queste aziende e convincerle così a rimanere in Sardigna.

    In un regime di dipendenza come quello che viene imposto alla nostra terra, anche le fabbriche – che sono il simbolo della produzione – non devono produrre, devono indebitarsi, devono stare sempre sull’orlo del fallimento per rendere indispensabile l’intervento dello Stato italiano e della classe politica “compradora”, per dare un senso alla presenza nel territorio dei sindacati confederali, corresponsabili di questa situazione di sfascio economico e sociale, capaci (o consapevolmente incapaci?), di fronte alla crisi, di mobilitare i lavoratori esclusivamente al fine di ottenere gli ammortizzatori sociali e spesso complici degli interessi di quelle aziende (Legler, Queen, etc.) che minacciano licenziamenti per continuare ad estorcere finanziamenti pubblici.

    La nostra terra è oggi, con la diretta responsabilità dei signori che siedono sui banchi del consiglio regionale, un’immensa base militare, dove gli eserciti di tutto il mondo vengono ad addestrarsi, pagando gli affitti allo stato italiano e lasciando sul terreno (ma anche nei cieli e nel mare) inquinamento, morte e desolazione.
    Nella nostra Natzione sono presenti noti insediamenti per il turismo internazionale di lusso, di proprietà di multinazionali straniere, dove i sardi sono chiamati a svolgere esclusivamente il ruolo di tzeracus. Nei nostri paesi lo stato italiano, con il colpevole silenzio della classe politica “compradora” sarda, porta avanti un criminale progetto di spopolamento, con la chiusura di tutte quelle strutture (asili, scuole, uffici postali, presidi sanitari) essenziali per la sopravvivenza delle nostre comunità. La strada da prendere per sfuggire alla disoccupazione e alla povertà  rimane la stessa, identica a quella di decenni fa: l’emigrazione. Emigrazione che è funzionale al progetto di GENOCIDIO che lo stato italiano, in collaborazione con coloro che siedono nei banchi del consiglio regionale, porta avanti da decenni contro il nostro Popolo.

    Di fronte a questa situazione drammatica, ne siamo sempre più convinti, rimane un’unica strada percorribile per conservare la nostra dignità di Popolo, per smettere di vivere continuamente sottoposti al sopruso, alla miseria, alle umiliazioni. Questa strada è quella che porta, attraverso un percorso tortuoso, alla piena consapevolezza dei nostri diritti storici, alla realizzazione del nostro destino di Popolo e di Natzione.

    DI FRONTE ALLA CRISI POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE
    C’E’ UNA SOLA VIA D’USCITA: INDIPENDENTZIA

    Di fronte alla prospettiva delle prossime elezioni, sia che si svolgano a fine febbraio che a primavera, gli indipendentisti hanno il dovere di portare il loro progetto politico ed un proprio programma, radicalmente alternativo a quello dei partiti italianisti, tra il nostro Popolo, tra la nostra gente.

    Occorre riappropriarci delle piazze dei paesi; occorre, di fronte allo strapotere economico e mediatico dei partiti italianisti, riprendere a fare “politica”, politica indipendentista nel nostro caso, paese per paese, rione per rione, casa per casa. Occorre lavorare, in modo unitario per chi crede in questa necessità, al radicamento dell’ideale indipendentista nella nostra Natzione. Ed in questo lavoro occorre partire dalle comunità dell’interno, costruire avamposti indipendentisti in ogni paese. Perchè solamente consolidando le nostre ragioni e i nostri valori nelle comunità dell’interno costruiremo le condizioni per affondare le radici del progetto indipendentista in profondità nel sentidu del nostro Popolo e costruire così un percorso irreversibile per riprendere il mano il nostro destino e costruire un futuro sulla base delle nostre esigenze, dei nostri interessi, della nostra storia.

    Questo è l’orizzonte politico verso il quale intende lavorare a Manca pro s’Indipendentzia in occasione delle prossime elezioni “regionali”.

    Nugoro, 26 de Santandria 2008

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    IL G8 IN SARDEGNA: ENNESIMA UMILIAZIONE COLONIALE!

    Nella giornata di ieri il governo italiano ha diffuso, con grande enfasi e toni trionfalistici, la notizia che l’isola della Maddalena è stata scelta per ospitare l’edizione del 2009 del vertice del G8. Al diffondersi della notizia si è assistito al poco degno teatrino messo in mostra da tutta la classe politica sarda che ha reagito gioiosa già pregustando la possibilità di spartizione dei finanziamenti per la cosiddetta “messa a norma” dell’isola.

    LA SCELTA DELLA SARDEGNA COME SEDE DEL PROSSIMO G8 RAPPRESENTA L ’ENNESIMA UMILIAZIONE COLONIALE INFLITTA DALLO STATO ITALIANO AL POPOLO SARDO!!!

    Ancora una volta risulta del tutto evidente come la Sardinnya rappresenti per lo stato italiano una colonia interna e come tale luogo adatto per “ospitare” i “rifiuti” che è meglio non tenere in casa. Dopo aver trasformato l’isola in una immensa base militare a cielo aperto e in una puzzolente pattumiera petrolchimica e con il progetto, tutt’ora in fase di definizione, per ristrutturare la dipendenza economica dell’isola trasformandola in grande immondezzaio (Termovalorizzatore di Ottana) e isola-carcere, arriva la notizia della scelta della Maddalena come sede del G8.

    Noi non siamo affatto fieri di ospitare nella nostra terra i principali responsabili della situazione di povertà e di guerra perenne che opprime la stragrande maggioranza degli abitanti di questo pianeta; i responsabili delle stragi quotidianamente compiute su popolazioni inermi, in Irak, in Afghanistan, in Palestina, etc.; i responsabili della negazione del leggittimo diritto all’autodeterminazione per svariati Popoli.

    Noi, a differenza della classe politica compradora, non gioiamo affatto per questa notizia perché abbiamo la piena consapevolezza di cosa significhi: la Sardinnya verrà trasformata in un unico e monolitico BUNKER in cui tutte le esigenze fondamentali (libertà di movimento, di riunione, di espressione delle proprie opinioni, etc.) saranno sacrificate in nome della sicurezza dei “grandi”.

    Noi non accoglieremo né con gioia né con fierezza questi signori e ciò che rappresentano, ma dichiariamo che fin da ora inizieremo a lavorare per costruire le condizioni per impedire che possano svolgere i loro “sporchi affari” e che riteniamo questa occasione legittima per convogliare in Sardinnya i rappresentanti delle organizzazioni che si battono in Europa e nel bacino del mediterraneo per la Liberazione nazionale e l’autodeterminazione dei Popoli oppressi.

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    G8 E DINTORNI: INIZIA IL BALLETTO DEL RIDICOLO!

    La settimana scorsa i servizi segreti italiani hanno depositato la relazione semestrale sulla loro attività di “intelligence”. In tale relazione una parte consistente era dedicata alla Sardegna e ai cosiddetti “pericoli” relativi allo svolgimento, nell’estate del 2009, del vertice del G8 a La Maddalena.

    La notizia è stata ripresa da due delle firme più note del panorama giornalistico sardo, Gianni Garrucciu per il TG3 sardo e Piero Mannironi per La Nuova Sardegna. Entrambi hanno dato prova di ben poca professionalità e deontologia nel riportare la notizia nei loro servizi. L’allarme circa possibili disordini durante lo svolgimento del G8 è stato amplificato senza alcuna verifica circa l’effettiva veridicità di quanto riportato dai “servizi”. Addirittura, in maniera del tutto pedissequa, è stato citato quale prova dell’attività in Sardegna di associazioni sovversive, un episodio accaduto in occasione di una gara di coppa davis di tennis ad Alghero quando ci fu un’esplosione in una cabina elettrica, successivamente rivendicata.

    Dubitiamo parecchio che i due giornalisti non siano al corrente del fatto che riguardo lo specifico episodio di Alghero, al di là della successiva rivendicazione, ad oggi gli inquirenti non hanno in mano non solo una sola prova, ma addirittura un solo indizio a sostegno della tesi dell’attentato. Paradossale è il fatto che gli artificieri, più volte intervenuti sul posto, non abbiano rilevato la traccia di un solo frammento di materiale esplosivo!!! Eppure la notizia circa i dubbi degli inquirenti è stata riportata in diversi articoli pubblicati in questi mesi!!

    Allora perché lanciare un allarme del genere? La risposta è semplice: ai servizi segreti italiani (gli stessi impegnati il 31 dicembre del 2004 nei locali dell’università di Cagliari, in via trentino, a “scovare” volantini sovversivi senza riuscire a spiegare cosa ci facessero nei locali dell’università quando questi erano chiusi per le ferie natalizie!) fa molto comodo “preparare” un clima di apprensione nell’opinione pubblica rispetto alle legittime manifestazioni di dissenso che si vanno organizzando per il G8 dell’estate 2009.

    Più l’opinione pubblica viene allertata, intimorita, spaventata con la presentazione di possibili scenari di guerra, di disordini, di guerriglia, più semplice sarà poi giustificare la mano pesante delle cosiddette “forze dell’ordine” nei confronti di chiunque osi esprimere il proprio dissenso.

    Non possiamo certamente dimenticare che, purtroppo, proprio la nostra terra ha dato i natali a colui che, meglio di chiunque altro, è stato capace di utilizzare questa strategia, ovvero l’ex ministro dell’interno Giuseppe Pisanu, che per tutta la durata dell’incarico non ha smesso un istante di lanciare l’allarme circa pericolose alleanze in Sardegna tra anarchici, indipendentisti e marxisti-leninisti, giungendo infine a cogliere i frutti di cotanto impegno: ovvero il tintinnar di manette nei confronti dei militanti di a Manca pro s’Indipendentzia con l’operazione “arcadia” e l’iscrizione nel registro degli indagati di 54 militanti del movimento di liberazione nazionale sardo.

    Ma perché la stampa sarda si presta a questo gioco? Certo non è possibile, come si suol dire, “fare di tutta l’erba un fascio”, ma non si può non rimarcare che nel recente passato sono state pubblicate notizie che hanno veramente rasentato il ridicolo. Un solo esempio! Qualche giorno dopo l’arresto dei nostri militanti, la notizia, data per certa, che alcuni di noi erano stati “ospiti” nei campi di addestramento della guerriglia sandinista in Nicaragua e probabilmente anche in campi analoghi in Palestina. Inutile, forse, sottolineare l’assoluta infondatezza, oltre che ridicolaggine, di tali notizie.

    Come non ricordare che il Sig. Mannironi già in passato si era reso protagonista della pubblicazione di notizie del tutto false, seppur avute in esclusiva dai sempre ben informati “servizi”. Subito dopo l’arresto, avvenuto il 12 febbraio del 2007, di alcuni militanti dei centri sociali in nord italia era stato pubblicato un articolo sulla Nuova Sardegna in cui si riportava la notizia di un vertice avvenuto nel 2001 tra alcuni degli arrestati e rappresentanti di a Manca pro s’Indipendentzia. Peccato che il nostro solerte giornalista si sia dimenticato di verificare la “data di nascita” della nostra organizzazione, avvenuta a luglio del 2004 per cui è del tutto improbabile che qualcuno che ci rappresentasse possa aver preso parte a qualsiasi tipo di incontro prima di tale data!

    Ora che la mobilitazione contro questa ennesima umiliazione coloniale, rappresentata dall’organizzazione del G8 nella nostra Natzione, si è avviata prendiamo atto che è iniziata la campagna di terrorismo mediatico dei servizi segreti italiani.

    Invitiamo, con la massima serenità, la stampa sarda a vagliare con maggiore accuratezza tale tipo di “soffiate” al fine esclusivo di evitare il diffondersi di un clima di allarme e di paura che è del tutto infondato e inutile. Allo stesso tempo eviteranno di rendersi complici di chi aspira a ripetere la “macelleria messicana” di Genova 2001.

    Come indipendentisti sardi sapremo utilizzare al meglio la vetrina mondiale offerta dal G8 per rovesciare addosso al governo italiano le sue contraddizioni interne e far conoscere al mondo la realtà delle lotte di liberazione nazionale dei Popoli senza stato d’Europa.

    Il tutto con la sola arma che lo stato italiano non potrà mai toglierci: la forza delle nostre ragioni!

    Nugoro, 5 Marzo 2008

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    BADU ‘E CARROS 2008: MOBILITIAMOCI PER I DIRITTI CIVILI E POLITICI DEI DETENUTI DI NUORO E DI TUTTA LA SARDIGNA

    • Sovraffollamento,
    • precarietà dei servizi igienici,
    • interdizione alle strutture ricreative,
    • terrore dei detenuti nel rivendicare i loro elementari diritti civili.

    La situazione nel carcere di Nuoro è insostenibile e ci obbliga a prendere una ferma posizione politica a riguardo.
    I detenuti vivono in regime di sovraffollamento ormai insopportabile. Si è arrivati anche a nove persone per cella. Questo perché la terza sezione era stata chiusa per ristrutturazioni. La recente riapertura della terza sezione ha alleggerito ma non risolto le condizioni di sovraffollamento all’interno del carcere, anche perché non è cessato il flusso di detenuti che continuano ad essere mandati a Badu ‘e Carros. È inoltre grave che la terza sezione sia stata riaperta senza venire ristrutturata. A parte tre celle infatti le altre sono come o peggio di prima, basti pensare che i W.C. all’interno delle celle non sono delimitati e i detenuti devono dividere gli ambienti con tendaggi e coperte di fortuna.
    Il lato rieducativo del carcere si concretizza in una biblioteca perennemente interdetta, centri sportivi e culturali del tutto insufficienti così come sono insufficienti i fondi economici destinati alle attività ricreative e formative. Ciò comporta che molti corsi di formazione non vengono attivati, quindi bisogna denunciare la quasi totale mancanza di socialità e istruzione per i detenuti. Gli stessi colloqui con i familiari sono possibili solo la mattina fino alle 14 e ciò rende le visite piu brevi e assai difficili soprattutto per chi non vive o lavora a Nuoro.
    La dentista che lavora in carcere è da sola e viaggia da Cagliari una volta la settimana. Ciò a fronte di una altissima percentuale di detenuti (90% di loro ha bisogno di cure odontoiatriche). Naturalmente una sola dentista non riesce a smaltire tutto il lavoro. Anche l’assistenza psicologica è insufficiente (uno psicologo e uno psichiatra) a fronte di un carcere dove evidentemente prevalgono le ragioni vendicative e securitarie rispetto a quelle terapeutiche ed educative. Vorremmo comunque sottolineare il fatto che non parcheggiare le autoblindo davanti alle grate delle celle seppellendo le persone come topi in trappola, porterebbe maggiori benefici ai detenuti che ravvisano fobie (diffusissima è la claustrofobia!). Sopperire ad una situazione di questo genere è molto difficile, anche perché da mesi ormai il ministero non definisce nulla per una direzione unica ed esclusiva del carcere. Infatti l’attuale direttrice, che dirige anche il carcere di Sassari, affida parte della sua vigilanza e responsabilità agli agenti di custodia, e questa situazione crea un clima di generale insicurezza e diffidenza nella popolozione carceraria. Riteniamo che questo sia un nodo da sciogliere immediatamente.

    Recentemente si è letto sui giornali di alcuni miglioramenti come l’apertura di alcuni corsi e il progetto teatrale “Robinhood”. Purtroppo si parla di gocce nel mare perché il carcere di Badu ‘e Carros necessita di un profondo ed immediato cambiamento in cui i detenuti possano e debbano avere voce in capitolo. Inoltre ci sono altre due situazioni che ci preme sottolineare e che non contribuiscono ad alleggerire la situazione all’interno del carcere: l’imminente estradizione del prigioniero politico comunista Avni Er (in regime di carcere duro EIV) verso le famigerate carceri turche e lo sciopero della fame dei detenuti ergastolani (anch’essi in regime di EIV).
    Riteniamo che sia necessario mobilitarsi per i diritti civili e politici di tutti i detenuti di Nuoro, appoggiando anche la lotta degli ergastolani per l’abolizione dell’ergastolo e la lotta generale per l’abolizione del regime carcerario duro EIV e 41 bis, a nostro avviso indegni di una società che vuole essere riconosciuta come civile.
    Di seguito le nostre richieste condivise anche dai detenuti e dai loro parenti:
    1) Le celle non devono contenere più di 3-4 persone e devono essere decorose
    2) Apertura anche pomeridiana dei colloqui, almeno un giorno alla settimana
    3) Apertura della biblioteca
    4) Potenziamento del reparto igienico-sanitario con particolare attenzione al settore odontoiatrico
    5) Corsi di formazione, culturali e attività sportive per tutti senza distinzione e in maniera costante
    6) Una ispezione completa all’interno della terza sezione per verificare le mancate ristrutturazioni.

    Queste battaglie per i diritti civili dei detenuti del carcere di Badu ‘e Carros si affiancano alla battaglia politica generale di A Manca pro s’Indipendentzia per il rimpatrio dei prigionieri sardi (qualora lo desiderino), per l’abolizione dell’ergastolo, dei regimi carcerari EIV e 41 bis e per la depenalizzazione dei reati minori e contro il patrimonio.
    A Manca pro s’Indipendentzia denuncia il numero elevatissimo di carceri nella nostra terra: ce ne sono 13 a fronte di una popolazione di circa un milione e mezzo... Fatti i dovuti rapporti nel Lazio ce ne dovrebbero essere oltre cento!
    La Sardigna oltre che terra di occupazione militare è adibita dallo stato italiano a colonia penale, e questo offende la dignità del nostro popolo! La nostra lotta in vista di una società sarda libera e autodeterminata non può prescindere dalla denuncia del ruolo classista e coloniale delle carceri italiane. Noi infatti pensiamo che le galere oggi servano principalmente per reprimere le contraddizioni che lo stesso sistema sociale genera, non crediamo affatto che i proletari siano geneticamente portatori di tendenze delinquenziali e la maggior parte dei detenuti sono proletari o sottoproletari. Questo discorso ha un valore ancora più grande se rapportato alla Sardigna, infatti fra i detenuti sardi  c’è la più alta concentrazione di massimo della pena per i reati minori.

    Nuoro, 9 Gennaio 2008

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    PRO S'INDIPENDENTZIA!

    Per portare avanti efficacemente la lotta di liberazione nazionale in Sardigna è assolutamente necessario concentrare gli strati popolari sardi – intesi nell'accezione sia qualitativa che quantitativa più ampia possibile – all'interno del campo patriottico.

    E' necessario costruire un enorme blocco popolare che riesca a prendere la posizione adeguata nello scontro Sardigna – Italia.

    Occorre costruire una forza sostenuta e dinamica che sappia scavare un solco incolmabile tra gli interessi della Natzione Sarda e dei suoi sostenitori da una parte, e gli interessi dello Stato italiano e dei compradores unionisti dall'altra.

    In nessun altro modo è plausibile e serio pensare di poter far avanzare la lotta di liberazione nazionale in Sardigna. Chi è convinto che possano esistere delle alternative a questa strategia generale di lotta per l'indipendenza, non ha né una conoscenza né una percezione adeguata delle forze del nemico e del potere attualmente detenuto dalle forze unioniste in Sardigna.

    Qualora vi fossero organizzazioni politiche che in questa fase dell'evoluzione della lotta rifiutassero di riconoscere come vera e necessaria questa strategia generale, esse sarebbero inevitabilmente destinate a veder fallire i propri progetti di autodeterminazione nazionale e sarebbero orientate verso l'autoghettizzazione.

    Non è più possibile pensare di poter stare ognuno nel suo orticello a bearsi della propria autoreferenzialità.

    Nell'ultimo decennio in Sardigna l'indipendentismo ha fatto passi da gigante analizzando sé stesso in senso critico, e ciò ha determinato un grande aumento delle capacità di leggere la società sarda, le sue esigenze nazionali, la sua volontà di riscatto che ogni giorno cresce e capillarmente si espande. Le organizzazioni politiche indipendentiste hanno sviluppato la lotta in maniera attiva per cercare di dare risposte e proposte adeguate alla sete di giustizia e dignità della Natzione Sarda. Nel corso di questa lotta ci sono state situazioni negative o atteggiamenti sbagliati che hanno lacerato le componenti politiche del variegato Movimento di Liberazione Nazionale Sardo (da intendersi esclusivamente come insieme non organizzato, ma esistente di fatto, di tutte le organizzazioni che in Sardigna lottano per l'indipendenza).

    Alcune di queste battaglie interne al MLNS hanno avuto l'effetto di far riflettere chi ha commesso degli errori e di aprire la strada a importanti autocritiche. Alcune altre di queste battaglie interne sono invece servite per smascherare l'inconsistenza della autoproclamazione di indipendentismo fatta da tante persone e anche da qualche gruppo, che difatti ora lavorano, dopo aver perso ogni credibilità patriottica, nel campo unionista. Il bilancio politico di queste battaglie interne è dunque sostanzialmente positivo: esse sono servite a imprimere dinamicità al MLNS e lo hanno fatto maturare.

    Per quanto riguarda, invece, le battaglie che i patrioti e i movimenti indipendentisti hanno combattuto verso l'esterno e cioè verso la società sarda e contro l'Italia, il risultato è ben noto e tangibile: nel corso di una quindicina d'anni il numero dei Sardi che definiscono sé stessi “indipendentisti” è balzato da poche migliaia a svariate decine di migliaia; il numero dei militanti impegnati stabilmente nella lotta da poche decine ad alcune centinaia; le iniziative politiche da meno di una decina l'anno a decine e decine ogni anno… Non può ovviamente che considerarsi positivo un bilancio del genere: esso dimostra che la lotta per l'indipendenza si è messa in moto e che lentamente la Natzione Sarda ne sta divenendo prima partecipe e poi protagonista.

    Di chi è il merito di tutto ciò? Ognuno come singolo e come organizzazione è portato a rispondere: il mio! Questo perché ognuno è conscio della propria enorme dedizione data in questi anni alla lotta, e di quanti sacrifici anche personali ci vogliono per portarla avanti. Ma questa sarebbe una visione parziale, non sarebbe del tutto vera e questo atteggiamento rischierebbe di essere solo foriero di incomprensioni. La verità è un'altra, e nonostante l'orgoglio e la boria possano accecare qualcuno, la risposta la conosciamo tutti: il merito è nostro, di tutti noi indipendentisti insieme! Il merito è di tutti quei leali patrioti sardi che in questi anni, e alcuni da decenni prima, si sono spaccati la schiena per portare avanti la Causa Sarda : essi ne sono i testimoni viventi e genuini. A chi può interessare conoscere la tessera di queste straordinarie persone? A che serve? A chi serve? Esse lavorano in ogni movimento si autodefinisca indipendentista e portano avanti tutti i giorni con fatica la Causa Sarda. Una Causa che non distribuisce tessere e non ha timbri né patenti di patriottismo: essa attende solo di crescere ancora!

    Ma come sono stati raggiunti questi risultati? Essenzialmente lottando alla rinfusa, in ordine sparso, con un grandissimo impegno, ma anche con un'enorme dispersione di energie. Finora abbiamo innaffiato, come gocce sparse, sull'aridità che regnava sulla nostra terra. Ma ora che essa verdeggia, per spazzare via la grande forza del nostro comune nemico è necessario che le gocce d'acqua si uniscano per diventare onde poderose. La prima fase dell'evoluzione del nuovo indipendentismo è difatti avviata verso la sua conclusione. Essa si poneva il compito di far sapere ad ogni Sardo che l'opzione indipendentista esiste ed è necessaria. Questo risultato esiste, è stato raggiunto, ora bisogna andare avanti.

    Che cosa è necessario fare adesso? Adesso bisogna far sapere che l'opzione indipendentista non solo è necessaria, ma è anche POSSIBILE. Crediamo che in ordine sparso si possa dare l'impressione che l'indipendenza sia raggiungibile? No, lo sappiamo bene, in fondo. E allora impariamo ad ascoltare il nostro popolo, perché esso ci comunica le sue esigenze. Che cosa si dice in giro? “Volete fare la Sardigna e siete i primi a dividervi”. Tradotto in politico significa “Se volete che noi crediamo possibile fare la Sardigna unitevi, dateci l'esempio”. Ancora, cosa si dice in giro? “Sezis bator gattos e bos dividìes puru!”, ovvero “Non capite che se siete divisi non rappresentate niente?”. Perché non dare ascolto al popolo? Il superamento della prima fase e la non preparazione alla nuova ci sta portando ad una simile situazione di stallo che – è ora di rendersene conto – ci sta portando a chiamare oramai questo e quel movimento nemmeno più col loro nome, ma col nome di questo o quel “leader”. Ma come si può affrontare la nuova fase con un MLN impantanato nel più retrogrado leaderismo? Ma cosa pensiamo che gliene possa fregare a quel milione e quattrocentomila Sardi che ancora dobbiamo conquistare alla Causa, di sostenere la fazione di Tizio o la fazione di Caio: la Natzione non cerca leaders, cerca programmi, motivazioni adeguate per poter credere che l'opzione indipendentista sia davvero possibile!

    Se noi non ci sapremo adeguare a questa fase la Natzione Sarda continuerà a credere impossibile approdare all'autodeterminazione. E se non crederà all'autodeterminazione crederà all'unione con l'Italia, alla concezione che senza l'Italia si muore.

    Ecco cosa crea il non adeguarsi alla nuova fase, ecco a cosa serve incentivare le divisioni, ecco a cosa porta lo stupido e vacuo leaderismo: dà una mano all'unionismo.

    Ma allora, se ci si deve unire, come e in che cosa ci si deve unire? Bisogna fare un partito unico? Non è necessario. Bisogna molto più semplicemente riconoscersi tra indipendentisti e sedersi a un tavolo. Questo però ora non è facile: ci si accusa da una parte all'altra di pseudoindipendentismo, di non ortodossia… Nel frattempo nell'Italia colonialista che ci opprime vanno a governare insieme i vecchi democristiani con gente che si definisce comunista, e nella CdL sguazzano insieme neonazisti con repubblicani, antiamericani sfegatati e filoamericani convinti. E noi in colonia di Sardigna, non per il potere del malaffare, non per i tesori della corruzione e del malgoverno, ma per la giusta e plurimillenaria causa dell'Indipendentzia cosa facciamo? Stiamo divisi e in guerra tra noi. Se non fosse per la tragica realtà dei fatti sembrerebbe uno scherzo.

    Sediamoci dunque allo stesso tavolo tutti quelli che si definiscono indipendentisti, ma non, o non solo, per parlare di elezioni (che sono solo uno tra i tanti momenti della lotta), bensì per parlare di cosa possiamo fare insieme, di come poter costruire un grande blocco in lotta contro l'occupazione italiana, di come migliorare le reciproche posizioni rispetto alla lotta che va avanti, di come far capire alla nostra Natzione Sarda che siamo tante parti di un grande MLN che ha un solo obiettivo: COSTRUIRE L'INDIPENDENZA .

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    a Manca pro s'Indipendentzia contro il Termovalorizzatore!
    per la salvaguardia del lavoro e del territorio, al fianco delle popolazioni in lotta.

    Il cosiddetto termovalorizzatore che la Regione ha previsto per Ottana consiste in un megainceneritore capace di produrre una quantità relativamente molto bassa di energia (ricordiamo che la Sardigna sotto questo punto di vista non solo è autosufficiente, ma addirittura esporta energia fuori dall’isola) emettendo nell’aria ingentissime quantità di sostanze tossiche in polveri sottili, capaci di generare anche il cancro. La certezza della sua dannosità è documentata da analisi scientifiche di numerosi biologi, chimici, genetisti ed esperti medici, ma non solo: bisogna sapere che diversi Stati d’Europa, primo fra tutti la Germania, vanno dismettendo questo tipo di inceneritori proprio a causa del loro aspetto nocivo.
    Il termovalorizzatore ha la caratteristica di bruciare i rifiuti indistintamente dalla loro natura, e rilascia nell’atmosfera ceneri e fumi velenosi che intaccano l’ambiente, la catena alimentare e la salute dell’uomo anche a livello genetico. Tutto ciò per creare pochissimi posti di lavoro (tra l’altro altamente esposti al rischio di malattie professionali mortali), distruggendo quelli molto più numerosi del settore agropastorale e agroalimentare. Inoltre viene il forte sospetto che tutto questo progetto sia finalizzato principalmente a dare finanziamenti pubblici (che in teoria dovrebbero servire per favorire il nostro benessere e progresso) alle solite imprese del continente, le quali dopo aver dichiarato i consueti pseudofallimenti (dopo aver goduto dei nostri soldi), ne chiedono altri o se ne vanno lasciando disoccupazione e un deserto ambientale e socioculturale .
    La raccolta differenziata, il riciclaggio, la tassa ecologica sui contenitori usa e getta alla fonte - cioè al produttore- e la delocalizzazione dello smaltimento dei rifiuti, sono alcune soluzioni alternative a questa finta emergenza rifiuti in Sardigna, che, guarda caso, coincide con la bocciatura da parte della Corte Costituzionale di una norma della Finanziaria regionale secondo cui non si possono importare rifiuti dal continente.
    Dopo aver sopportato il fallimento di un Piano di Rinascita estraneo al sistema economico sardo, dove montagne di soldi pubblici sono state inutilmente divorate da imprenditori d’oltre mare e da politici sardi; dopo aver visto il nostro territorio assalito fin nelle sue radici, nel suo ambiente e nella sua dignità, i paesi a ridosso della Piana di Ottana vengono nuovamente attaccati pesantemente dalla politica coloniale italiana!
    A Manca pro s’Indipendentzia invita le popolazioni interessate e tutto il Popolo Lavoratore Sardo a reagire energicamente ed in maniera unitaria per la salvaguardia dei lavoratori e delle reali vocazioni produttive del territorio, per la difesa dell’ambiente e della salute, e per un modello di sviluppo che miri agli interessi di massa del territorio.
    A Manca pro s’Indipendentzia invita le popolazioni dei territori interessati a fare un fronte comune contro gli interessi di rapina coloniale di una banda di affaristi italiani alleati con la borghesia compradora sarda e ingrassati dalla mafia di palazzo!

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    PARIS CHIN SOS OPERAJOS!


    Con la presente a Manca pro s'Indipendentzia esprime la totale solidarietà e vicinanza agli operai e alle operaie della LEGLER in lotta per la salvaguardia del posto di lavoro.

    La stessa solidarietà e vicinanza la esprimiamo per gli operai e le operaie del calzificio QUEEN/REAL della zona industriale di Tossilo (Macomer) dove, nei giorni scorsi, la direzione aziendale ha comunicato l'intenzione di dimezzare il personale entro il mese di ottobre 2007 (sono a rischio circa 150 posti di lavoro).

    Nel lacerato sistema economico della Sardigna, in particolare della Sardigna centrale (dove sono ubicati gli stabilimenti delle due aziende in crisi), si assiste negli ultimi anni al ripetersi di un copione tristemente noto: incentivi di milioni di euro per imprenditori/avventurieri (il più delle volte provenienti dal nord italia) i quali si insediano in Sardigna giusto il tempo di incassare i soldi, costruire qualche capannone, assumere (magari attraverso corsi di formazione superfinanziati) decine di maestranze e poi, dopo qualche mese di produzione "fittizia", sparire senza lasciar traccia se non uno stuolo di cassintegrati, licenziati e nuovi disoccupati.

    Ugualmente noto è il sistema di minacciare la chiusura degli impianti e il licenziamento di decine di operai per ottenere ulteriori milioni di finanziamento allo scopo di perpetuare la rapina delle risorse che dovrebbero essere finalizzate ad un reale sviluppo della NOSTRA ECONOMIA!!!

    Il Popolo Lavoratore Sardo è stanco dei svariati piani di rinascita e dei programmi di rilancio occupazionale che continuano a fallire continuamente, così come delle tante promesse dei vari governi sardi e italiani che si sono alternati negli ultimi 30 anni, che altro non hanno prodotto se non “finte crisi produttive”, “mobilità”, “cassa integrazione” e il licenziamento di centinaia di operai.

    GLI OPERAI E LE OPERAIE NON DEVONO PAGARE PER I "GIOCHI DI RAPINA" DEI PADRONI DI TURNO E PER LA CRIMINALE POLITICA DI "SVILUPPO" ATTUATA NEGLI ANNI DALLO STATO ITALIANO, IN COLLABORAZIONE CON LA CONNIVENTE CLASSE POLITICA COMPRADORA SARDA., NELLA COLONIA SARDIGNA!!!

    GLI IMPIANTI DEVONO CONTINUARE LA PRODUZIONE E IL LAVORO DEV'ESSERE GARANTITO!!

    GLI IMPRENDITORI CHE HANNO RICEVUTO MILIONI DI CONTRIBUTI PUBBLICI DEVONO RENDERE CONTO AL POPOLO SARDO SULL'UTILIZZO DI TALI SOMME E SU QUALI PROGRAMMI DI SVILUPPO HANNO AVVIATO PER LE PROPRIE AZIENDE!!!

    NO AI LICENZIAMENTI, NO ALLA CHIUSURA DEGLI IMPIANTI!!!

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    SARDIGNA:
    BENDIMUS OPERAJOS !!!

    E’ anche un attacco alla dignità di noi tutti lavoratori, la vicenda che si va definendo attorno al Calzificio Qeen di Macumere! Infatti dopo che il Gruppo Real, proprietario dell’azienda, annuncia il licenziamento di 70 operai su 150 per il semplice motivo di trasferire una parte della produzione in Serbia, senza il benché minimo motivo di un temuto rischio di fallimento(che comunque non sarebbe giustificato), ma solo per il fatto di ricavare un maggior profitto , ora si fa avanti una nuova impresa coloniale venuta dalla Francia col nome di Acquafill, disposta ad acquistare una parte dello stabilimento di Macumere addetto alla spirilatura e torcitura e ingrandirne il reparto. Guarda caso questi gentili filantropi disposti a sacrificarsi in una terra continuamente soggetta “al pericolo di essere lasciata a se stessa”, pretendono i soliti abbondanti finanziamenti regionali. Identica anche la procedura: si promettono posti di lavoro; si chiedono finanziamenti; scaduti i finanziamenti si licenzia incominciando gradualmente e poi si scappa con le tasche piene! Magari inventando una finta crisi..
    La Regione guarda con interesse la proposta di Acquafill e non fa niente per difendere il legittimo posto di lavoro degli operai della Queen. I sindaci della zona vedono di buon auspicio l’avvento dei francesi, ma pensando solo agli interessi locali e esclusivamente momentanei, senza una visione complessiva della situazione, si finisce per favorire una situazione generale dove non esiste un’economia-guida che leghi i rami produttivi in armonia con le reali vocazioni dei territori e con gli interessi generali del popolo lavoratore sardo. In questo modo si corre il rischio che i loro sbagli non solo ricadranno prima o poi sopra le spalle dei lavoratori del loro territorio, ma in maniera indiretta anche sulla Sardigna intera.
    In Sardigna diventa ogni giorno più evidente come gli operai vengono trattati come merce da vendere di padrone in padrone, ceduti e venduti all’asta come schiavi o come macchinari. Finché non si approprieranno della produzione e di un reale potere decisionale su di essa non potranno appropriarsi del loro destino, e questo è ciò che la Regione dimostra di volere meno di qualunque altra cosa! Tantomeno sembrano desiderarlo i sindacati, impegnati a svolgere il ruolo di pompieri della contestazione e pacificatori della giusta rabbia dei lavoratori.
    La produzione può cadere nelle mani di qualunque schiavista d’oltremare, senza credenziali, senza nome né passato, con la fedina penale ricolma di condanne per truffe: a questa gentaglia la Regione è disposta ad affidare una fetta importante della propria economia. L’importante è che i lavoratori siano sempre e comunque oggetto di compravendita e di trattative, mai soggetti del loro stesso avvenire, mai padroni del loro futuro.
    Per la Regione l’indispensabile è che si applichino le direttive di Roma : politici, padroni e sindacati chiusi a chiave a parlare di soldi, e i lavoratori ad origliare fuori dalla porta!
    Un altro esempio eclatante è quello della multinazionale Algida a Casteddu, dove 180 dipendenti di cui 70 stagionali, dopo aver anche vinto un premio internazionale per la qualità totale e la cultura del miglioramento continuo, vengono licenziati per fine anno. In merito alla decisione dell’azienda di trasferire le proprie produzioni nei Paesi dell’est, si esclude totalmente il presagio di un possibile fallimento, il motivo è la continua ricerca di manodopera a basso costo che spinge questi sfruttatori di Paese in Paese, prendendo la gente per fame e poi abbandonandola.
    Come misura immediata e minima contro l’assalto degli speculatori chiediamo che la Regione obblighi chiunque voglia avere accesso ai finanziamenti a trasferire la propria sede legale in Sardigna!

    Potere a su populu traballadore sardu!
    A foras sos colunialistas!
    Traballu pro tottus!
    Sardigna libera e ruja!

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    PER IL 90° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA

    A 90 anni dalla Rivoluzione proletaria dell’Ottobre 1917, riteniamo importante riflettere collettivamente sulla validità di alcuni dei princìpi e dei valori universali che quella ricca esperienza storica ci ha lasciato. Uno di questi, ultimamente trascurato, risiede nel fatto stesso che fu la prima, duratura, vittoria proletaria contro il dominio della borghesia.
    L’Ottobre del ’17 ha dato avvio all’epoca, ancora aperta, delle Rivoluzioni proletarie contro un sistema in putrescenza, il capitalismo monopolista, ossia l’imperialismo, in pieno declino. Un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle nazioni sulle nazioni, che non è in grado di garantire la stessa sopravvivenza dell’umanità e del pianeta, incapace di rispondere alle più elementari necessità sociali, quali l’acqua, il cibo, la casa, il lavoro e che, nella bramosa ricerca del profitto, sta cannibalizzando la società in un tragico binomio fatto di guerra e miseria.
    Nella volontà e capacità di farla finita con un tale, ingiusto sistema, secondo noi risiede il valore fondamentale della Rivoluzione bolscevica. A questi valori universali, riteniamo che vadano aggiunti i princìpi politici generali contenuti nella Rivoluzione bolscevica, che rappresentano un fondamentale patrimonio politico ed ideologico, che il proletariato non deve fare l’errore di sottovalutare, peggio ancora dimenticare. Questi mantengono intatta la loro validità storica e possono rappresentare un importante stimolo di riflessioni per chiunque voglia cimentarsi seriamente con l’elaborazione di una filosofia della prassi, in grado di far agire le contraddizioni insite nel capitalismo, per il suo stesso superamento.
    Per questo abbiamo deciso di promuovere ed organizzare un Incontro nazionale che, nella fase attuale, tenti di rileggere l’esperienza bolscevica, dibattendo sui temi:

    1. la costruzione dell’avanguardia politica del proletariato, come tappa strategica leninista del processo rivoluzionario;
    2. la dialettica tra lotta politica e lotta economica, nel quadro dello sviluppo della contraddizione antagonista tra Stato (borghese) e Rivoluzione (proletaria);
    3. la Rivoluzione bolscevica e l’Autodecisione delle nazioni;
    4. la Rivoluzione proletaria nei paesi della “periferia”: l’esempio del Nepal.

     

    Lo scopo di questa iniziativa politica, rivolta a tutti quelli che si battono genuinamente per cambiare lo stato presente delle cose, è quello di contribuire a rimettere in circolo ed attualizzare politicamente categorie troppo frettolosamente accantonate. Nello sfondo dell’egemonia borghese ed opportunista, in un conflitto di classe artificiosamente mantenuto a bassa intensità, soprattutto dallo sforzo concentrico condotto da apparati repressivi, il sistema dei mass-media e sindacati confederali, che insieme rappresentano punti strategici su cui poggia il piano del moderno Stato imperialista.
    A questo abbiamo voluto aggiungere la voce degli oppressi che vivono nei paesi della “periferia” del sistema, che vivono doppiamente, sulla loro pelle, gli effetti nefasti delle politiche di rapina internazionale e della guerra imperialista.

    Domenica 18 novembre ore 10,30
    c/o il CPO “La Fucina” - Sesto San Giovanni, via Falck 44

    All’Incontro sarà presente il Presidente del Democratic Repubblic Fronte of Europe del Nepal

    Lotta e Unità per l’organizzazione proletaria -
    Collettivo Comunista A. Gramsci -
    a Manca pro s’Indipendentzia


    2 novembre 2007

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    SULLA GRAVE SITUAZIONE AMBIENTALE A SASSARI

    Apprendiamo dalle cronache la spaventosa situazione della depurazione delle acque nel comune di Sassari e dintorni. Il sospetto che qualcosa non andasse per il verso giusto era già venuto "al naso" a tutti noi da qualche tempo. L'ente gestore unico delle acque "Abbanoa", il comune, la ASL, la Provincia e tutte le altre istituzioni coinvolte come al solito si rimpallano le responsabilità, mentre la popolazione vede le acque del rio Mascari (un affluente del rio Mannu) inquinarsi giorno per giorno nell'immobilità più totale di coloro che dovrebbero tutelarlo. Ci sorprende poco l'apprendere che l'autorizzazione per lo scarico nel rio Mascari era scaduta da ben due anni, nell'indifferenza della Provincia che ne ha la responsabilità formale, della Asl che doveva eseguire i controlli di impatto ambientale, di Abbanoa che fa funzionare gli impianti al 20% senza preoccuparsi dell'efficienza degli stessi.

    Dopo questo ennesimo episodio ci sembra lampante l'errore di regalare ad una società di capitali la gestione privata delle acque, bene di tutti, il tutto con la compiacenza delle istituzioni che oggi su tutti i giornali piangono lacrime di coccodrillo rimpiangendo il vecchio gestore pubblico. Si intuisce chiaramente l'inutilità di un ente di controllo, la Provincia, lontana dalla popolazione e dai suoi bisogni primari, quale per esempio la preservazione dell'ambiente e del territorio di sua competenza. Superfluo poi ogni commento sulla ASL il cui compito primario è quello di tutelare la nostra salute, in questo caso complice compiacente visto che era informata fin dal 20 settembre del problema.

    Ancora una volta le popolazioni pagano il prezzo più alto per l'inettitudine dei rappresentanti politici, i responsabili di questo immane disastro ambientale ben farebbero, dopo aver chiesto umilmente scusa per i danni arrecati, a dimettersi dai loro incarichi per palese incompetenza.

    Sulla base di quanto esposto a Manca pro s'Indipendentzia chiede quindi l'immediato ripristino degli impianti di depurazione e un adeguato intervento di bonifica del rio Mascari, dopo un'attenta valutazione del danno ambientale da esso subito.

    Sassari, 27 settembre 2007
    A Manca pro s'Indipendentzia
    Sezione "Moncada" di Sassari

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    11 luglio 06 – 11 maggio 07: Dieci mesi di ingiustizia!

    A seguito dell’operazione giudiziaria denominata “Arcadia”, in cui sono risultati coinvolti i servizi segreti italiani, da 10 mesi nove militanti di a Manca pro s’Indipendentzia (a M.p.I.) si trovano in stato di arresto senza un processo che li giudichi del reato loro contestato. L’articolo di legge che è stato utilizzato per incarcerarli, il 270 bis, è stato promulgato nel ventennio fascista appositamente per combattere gli avversari politici e i fermenti popolari. I nostri militanti sono accusati di appartenere all’Organizzatzione Indipendentista Rivoluzionaria (O.I.R.) e ai Nuclei Proletari per il Comunismo (N.P.C.). Nello specifico l’accusa viene fondata su delle intercettazioni ambientali riportate su foglio, trascrivendo e affiancando con tantissimi e infiniti “puntini puntini” anche singole parole estrapolate da diversi discorsi. Ma dalla lettura delle trascrizioni e dall’ascolto dei nastri, che dopo innumerevoli rinvii sono stati messi a disposizione degli avvocati della difesa, non vi è alcuna prova concreta del coinvolgimento dei nostri militanti con le bombe esplose in varie parti della Sardigna contro diversi simboli istituzionali e del capitalismo. L’esempio più eclatante è che un nostro militante è stato incarcerato per una intercettazione fatta in Sardigna mentre lui era all’estero (!!!), e con più fortuna degli altri ha potuto dimostrarlo subito tramite il passaporto uscendo così di galera.
    A Manca pro s’Indipendentzia è una Organizzazione politica pubblica che si batte per il Socialismo e l’Indipendenza in Sardigna, affianco al Popolo Lavoratore Sardo contro tutto ciò che l’oppressione coloniale comporta, contro la colonizzazione economica, politica e militare che lo Stato italiano impone ai Sardi e contro il tentativo di genocidio linguistico e culturale.
    Dopo anni di grande impegno la nostra Organizzazione è riuscita a radicarsi e rafforzarsi e, di fronte a un sempre più forte coinvolgimento politico delle masse e alla loro presa di coscienza, lo Stato ha risposto colpendo diverse avanguardie popolari, come ad esempio i compagni Paolo, Ivano e Antonella, tuttora deportati in carceri italiane, e come tanti altri compagni e patrioti, schedati, intercettati, minacciati e ogni giorno controllati dalle forze coloniali italiane.
    Chi sono quindi i terroristi? Per fortuna in Sardigna abbiamo un Popolo che in più occasioni storiche ha saputo dimostrare la grandiosità della sua cultura, quella che vogliono distruggere, basata anche sulla genuina e concreta solidarietà popolare di fronte alle disgrazie che la nostra aspra storia natzionale ci ha sempre riservato.
    Le fantasiose teorie dell’allora ministro degli interni Pisanu, portate avanti dal suo degno successore Amato, secondo cui in Sardigna anarchici, comunisti e indipendentisti si sono uniti in unica Organizzazione clandestina, hanno quale unico fine quello di spazzare via qualunque tipo di politica non sia filo-istituzionale e funzionale al progetto coloniale dello stato italiano sulla nostra terra.
    L’articolo di legge usato per accusare i nostri patrioti, il 270 bis, permette di incarcerare preventivamente un uomo giudicandolo: colpevole fino a prova contraria, quando normalmente in uno stato democratico il ragionamento è inverso, ovvero: innocente fino a prova contraria!!!
    Per questo motivo e perché il sistema italiano ha dimostrato in un numero infinito di volte che della magistratura non sempre ci si può fidare, specialmente quando dietro vi è la salvaguardia della faccia degli apparati statali, noi chiediamo che il Popolo Lavoratore Sardo continui a difenderci e non si limiti all’augurio che tutto possa risolversi nel migliore dei modi dimostrando la nostra innocenza, ma che si condanni l’atto arbitrario e fascista con cui si è tentato di soffocare un intera Organizzazione che ha sempre lottato alla luce del sole e si condanni la falsità di uno Stato che concede la libertà di pensiero solo quando non si pensa a voce alta e non si ha seguito sociale. Invitiamo quindi tutte le forze politiche e sociali a mobilitarsi e a creare momenti di riflessione su tale vicenda, perché sia chiaro a tutti che certi comportamenti da parte di chi comanda una società sono il riflesso di vecchi e instancabili fantasmi che mettono in pericolo il futuro della nostra natzione e non solo, quindi come tali vanno combattuti!
    Libertade pro sos patriotas!
    Libertade pro a Manca pro s’Indipendentzia!
    Libertade de assotziu e de pessamentu!
    Sardigna libera e ruja!

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    La lotta contro l'occupazione militare è una questione di Sovranità Natzionale

    La presenza di servitù e basi militari NATO, USA e italiane è prima di ogni cosa un problema politico. È la manifestazione più chiara del rapporto coloniale che lo stato italiano ha instaurato col popolo sardo e rappresenta la più evidente negazione del diritto di sovranità. Nel volgere di 50 anni tale presenza è moltiplicata in maniera esponenziale. Mare, aria, terra, sono stati occupati dall'esercito italiano, concessi segretamente agli americani, sottratti alle popolazioni per farne poligoni inter-forze dove sperimentare nuove armi e compiere imponenti esercitazioni che farebbero impallidire lo sbarco in Normandia. Tutto senza che ai sardi sia mai stato chiesto il parere. Sotto la promessa di un sicuro sviluppo economico le popolazioni hanno accettato la convivenza con basi e servitù e oggi si ritrovano a chiederne lo smantellamento e rivendicano il diritto al lavoro. L'occupazione militare è stata ed è funzionale all'imposizione di un modello di sviluppo economico coloniale che ha stravolto la vita dei sardi; sulle pianure sono cresciuti mostri industriali che sputano veleni e i pastori e gli agricoltori sono stati avvelenati dalle promesse di una vita migliore lontana dai pericoli e dalle incertezze della campagna; al posto dei muretti a secco che delimitavano i pascoli sono sorte recinzioni con cartelli gialli indicanti “Zona militare: limite invalicabile”; nelle coste le nuove generazioni parlano il tedesco e l'inglese mentre lavano montagne di piatti e dimenticano la propria lingua per paura di sentirsi additati come incivili; nelle periferie dei poligoni le popolazioni muoiono di leucemia, di “sindrome di Quirra” o di indennizzi economici.

    Nessun progetto di sviluppo economico e sociale è compatibile con la presenza di basi e servitù. Questo ce lo insegnano i pescatori delle marinerie di tutta la Sardigna con la loro lotta. Pensare e progettare un'alternativa reale per lo sviluppo sociale ed economico della Sardigna significa porre con determinazione e forza al centro del dibattito politico il problema della sovranità nazionale. In quanto comunità stabile, storicamente determinata, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di cultura, di territorio, di vita economica, i sardi sono una nazione. Rivendicare e agire il diritto sul proprio essere nazione significa riappropriarsi del territorio occupato e abusato militarmente dagli eserciti di tutta l'Europa ed economicamente dal grande capitale straniero e locale. L'affermazione della sovranità nazionale è un atto di libertà e indipendenza, contro l'abuso e l'occupazione perpetrato dallo stato colonialista. È giunto il momento di voltare pagina; è ora che il popolo lavoratore sardo guardi alla sua storia passata e da questa tragga insegnamenti e forza e li trasformi in formidabili espressioni di lotta per scrivere la propria storia futura. Di fronte alla scientifica rapina di risorse naturali, alla mortificazione della lingua e della cultura, all'arroganza coloniale espressa giuridicamente, militarmente, economicamente, il solo rapporto che il popolo lavoratore sardo può instaurare con lo stato italiano è lo scontro, per l'indipendenza e il socialismo.

    Per lo smantellamento delle basi e delle servitù militari, contro l'occupazione militare, per la sovranità nazionale…

    …Chi su populu traballadore sardu si boltet

    a Manca pro s'Indipendentzia !

     

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    Cominicato sulla Repressione

    La lotta di liberazione nazionale, la repressione e i teoremi della controrivoluzione preventiva.

    In Sardegna un rinnovato senso di appartenenza e di identità è alla base del vivo interesse che investe la società, per la Questione Sarda e per le sue storiche contraddizioni.All'interno del dibattito identitario la borghesia isolana mira a portare a compimento il processo di riorganizzazione delle strutture di potere e riformalizzare il contratto di sudditanza che lega la classe dirigente e i potentati economici alla borghesia italiana e europea. Ecco spiegato lo scontro sulla nuova costituzione regionale, sulle politiche di sviluppo economico, in funzione delle quali si determinano nuovi assetti di potere, scaturiti dalla lotta tra fazioni interne alla classe che da sempre è responsabile della svendita della Sardegna, della sua dipendenza economica e dell'impoverimento spirituale e materiale. Di cont0ro alle tendenze autonomiste e federaliste della borghesia, l'idea di una Sardegna indipendente e sovrana si è sedimentata nella coscienza del popolo sardo. Il sentimento "prepolitico" di identità e appartenenza è divenuto uno dei fondamentali pilastri su cui si fonda la rivendicazione indipendentista e identitaria.In seno al popolo sardo si sono costituite le avanguardie politiche che oggi si pongono l'obiettivo di risolvere la Questione Sarda. Tra queste l'opzione nazionalista-nazionalitaria e interclassista è destinata ad arenarsi nelle sabbie mobili della democrazia borghese o ad essere screditata come manifestazione di ribellismo folclorico. Interni ad un sempre più vasto Movimento Popolare di Liberazione Nazionale, noi patriotti comunisti di a Manca pro s'Indipendentzia ci riconosciamo nella parola d'ordine Sotzialismu et Indipendentzia, sintesi di un progetto politico complessivo per cui il raggiungimento dell'indipendenza è la sola possibilità di costruire una alternativa economica e sociale per il popolo sardo, e la costruzione di una società socialista è l'unico modo per ottenere una indipendenza sostanziale e non di facciata. Ancora significa dare risposte ai bisogni fondamentali del popolo sardo e difenderne gli interessi generali di classe, non conciliabili con quelli della borghesia sarda e straniera.Lo stato colonialista risponde al fermento indipendentista con una molteplicità di iniziative repressive che hanno l'obiettivo di annullare la spinta rivoluzionaria che le organizzazioni di classe stanno trasmettendo al popolo sardo. Questo tentativo si palesa oggi con la costruzione del "Teorema Pisanu" che vede uniti in un unico calderone eversivo anarchici, marxisti-leninisti, indipendentisti. Questo delirio cucito su misura alla realtà sarda sottende a una varietà di atti repressivi che avrebbero ricevuto il plauso delle dittature fasciste. Servizi segreti, Digos, nonché i reparti speciali come i ROS si divertono con intimidazioni nei confronti dei militanti, pressioni psicologiche e morali sulle loro famiglie, perquisizioni nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni private e nelle autovetture, col chiaro intento di terrorizzare i più giovani o ribadire l'assoluto controllo e dominio sulla vita pubblica e privata di ciascun patriotta. A questo si aggiungono i pedinamenti, le intercettazioni ambientali, la localizzazione attraverso trasmettitori satellitari gps, divenuti dotazione di serie nelle sgangherate macchine dei militanti. In futuro potrebbero lasciare nel luogo da perquisire le prove del contestato reato, un proiettile, un volantino, un'arma da fuoco etc... Il piano repressivo e controrivoluzionario tende a demonizzare e criminalizzare la Lotta di Liberazione Nazionale in tutte le sue espressioni politiche, chiamando terroristi i patriotti comunisti e i rivoluzionari. Più alto sarà il livello di scontro più crescerà nel popolo sardo e nelle sue avanguadie politiche la convinzione che solo una lotta di liberazione nazionale anticapitalista e di classe porterà ad una vera indipendenza. Lo stato colonialista risponderà con una sempre più violenta e arrogante repressione. Questo non deve spaventarci ne riempirci di stupore, perché è il naturale evolversi dello scontro politico. Sarebbe stupido e infantile pensare allo stato borghese come ad una mamma che seppur severa accontenta i figli capricciosi. In quanto espressione organizzata degli interessi della borghesia, tutti gli apparati dello stato saranno impiegati per soffocare, con ogni mezzo necessario, la legittima rivendicazione di indipendenza e sovranità del popolo sardo. Questa consapevolezza deve alimentare in ciascun patriotta, in ciascun militante comunista-indipendentista il desiderio di lottare, con scientificità e determinazione, con tutti i mezzi richiesti dalla lotta, per l'indipendenza e il socialismo. Chi su populu sardu si oltet a Manca pro s'Indipendentzia Sotzialismu et (est) Indipendentzia

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    L'occupazione Militare in Sardigna

    Da millenni la nostra terra subisce, anche attraverso l'oppressione militare, un processo di colonizzazione finalizzato a distruggerne la cultura, la tradizione, la lingua, la storia, radici essenziali di ogni popolo. Dall'occupazione romana in poi, molti sono stati gli eserciti e le bandiere che si sono alternati nel corso della nostra storia, ma pressoché identici sono stati i metodi utilizzati per portare avanti questo progetto di repressione e controllo del popolo sardo. La posizione strategica della nostra isola è sempre stato un fattore attrattivo potentissimo che ha spinto le potenze mondiali di turno ad esportare il proprio strapotere militare sulla nostra terra usurpando le nostre materie prime. La propaganda risorgimentale italiana ha progressivamente ed incessantemente tentato di nascondere quali atrocità, stragi, soprusi, e violenze si nascondano dietro la storia dell'occupazione dell'isola. Una storia di rastrellamenti, di pubbliche stragi di massa, di occupazioni di interi paesi e di deportazioni nel nome della moderna cultura europea. L'occupazione militare è stata il mezzo con cui i piemontesi hanno inaugurato l'attuazione di un processo di totale disgregazione dell'ordinamento sociale ed economico tradizionale attraverso l'editto delle chiudende, abolendo l'uso collettivo delle terre,creando la nuova borghesia terriera, imponendo ordinamenti tali da bandire la stragrande maggioranza della popolazione come fuorilegge. "Atroci "campagne contro il banditismo" vennero condotte dal Viceré Marchese di Rivarolo, dal Viceré Marchese di Valguarnera, nel 1770 dal Viceré Marchese de Hayes, quest'ultime concertate tutte e guidate dal Ministro Bogino, uomo di punta presso il Re della borghesia Piemontese. Su tutti i paesi si eressero in permanenza le forche, i cadaveri dei giustiziati vennero strappati a pezzi. In tutta l'Isola il nome di Bogino-ministro illuminato-risulta ancora oggi sinonimo di giustiziere: Bogino uguale Boia. Per tutto l'ultimo decennio del 1700 e oltre, i seguaci di G.M. Angioj, costretto all'esilio, furono perseguitati: tutti i sardi ammiratori della rivoluzione francese o semplicemente nemici del feudalesimo, popolani, contadini, pastori, furono braccati, arrestati, trucidati sulle strade o nelle prigioni per opera di Carlo Felice e di Placido Benedetto suo fratello. I villaggi del Logudoro vennero assaliti dalle truppe regie, cannoneggiati, incendiati e molti dei loro abitanti uccisi o arrestati in massa. Né a questa repressione sfuggirono i pastori. Per queste vie, cosparse di cadaveri e di sofferenze, la Sardegna giunse a una tappa cruciale della dominazione piemontese: la riforma del regime di proprietà e godimento delle "chiudende" del 1820 e anni successivi. Mentre romani e cartaginesi avevano cacciato i Sardi da una gran parte del loro territorio, i nuovi venuti, proprio con gli editti delle chiudende, si adoperarono con zelo crudele a strappare da sotto i piedi stessi dei pastori le terre rimaste, e ad estirpare in linea di fatto e di diritto ogni residua libertà di pascolo, necessaria per la sopravvivenza di una pastorizia brada, nomade e transumante. Si trattò, quindi, di un'operazione condotta fondamentalmente contro i pastori, anche se non solo contro di loro. Anche i pastori reagirono prontamente e rabbiosamente. A Mamoiada, Orgosolo, Fonni, Arzana e altrove vi furono conflitti a fuoco e spargimenti di sangue. Per lungo tempo, in gruppo e muniti di leve di legno, essi continuarono di notte a rovesciare i muri di recinzione. Il governo rispose inviando l'esercito: per quasi dieci anni, in uno stato d'assedio continuo, i pastori furono massacrati, le carceri riempite le popolazioni deportate. E naturalmente furono allestite nuove campagne contro il così definito brigantaggio. Torme di criminali ed evasi del Piemonte, costituite in Corpo Franco di Polizia, furono sguinzagliate ovunque a seminare terrore e desolazione con lo scudiscio e la tortura, il moschetto, le forche, le infissioni di teste nei pali lungo le strade. Con la costituzione del regno d'Italia la repressione del popolo sardo si inquadrò per un certo periodo nella generale repressione del brigantaggio meridionale. Ma in Sardigna la repressione marcò ancora di più il suo carattere di guerra coloniale, di guerra totale, ideologica, politica, economica, sociale. Una guerra, quindi, che dà al perseguitato solo la possibilità della sconfitta più atroce, dell'annientamento fisico e morale. L'intervento militare nell'isola non era una dolorosa necessità momentanea, ma un aspetto essenziale e perfettamente funzionale della generale politica di colonizzazione. La forza armata, l'esercito, furono impiegati per stroncare ogni resistenza alla penetrazione capitalistica, per imporre lo sfruttamento e la rapina di forsennati imprenditori forestieri. Gli industriali e commercianti caseari continentali si avventano sui pastori per impossessarsi a vil prezzo, e con metodi che è poco definire di strozzinaggio, dei loro prodotti. Inevitabile la ribellione che già tende a presentarsi nelle forme di scioperi, sommosse popolari, incendi di caseifici a Macomer, Bonorva e altrove. L'esercito ingaggia vere e proprie battaglie campali -come quella svoltasi attorno ad Orgosolo sui monti dei Morgogliai- e a imporre uno stato d'assedio permanente. Descrivere minuziosamente le operazioni militari condotte dal governo di Roma non è possibile dato che esse si svolgono sempre con la medesima tattica delle guerre coloniali.(G. Cabitza. Sardegna: rivolta contro la colonizzazione. Dicembre 1968). Risalendo ai vari documenti storici da noi analizzati (ovviamente rari o introvabili per ciò che riguarda la Storia Sarda) possiamo affermare non soltanto che esiste una storia della Sardigna e del suo popolo, ma che esiste una storia di lotte e di rivolte mosse periodicamente su tutta l'Isola, contro un sistema istranzu e avverso, che voleva imporre solo "legge e disciplina" sulle vite della nostra gente. Ma questi principi o valori li avevamo già fatti nostri secondo le nostre usanze e necessità, "quindi a misura di popolo" senza che nessun invasore si calasse dall'alto per imporre con la forza la sua legge per essere padrone assoluto di quelle terre e di chi quelle terre già le lavorava da millenni. "Le leggi ufficiali, in qualunque lingua venissero scritte ed emanate, erano state e continuavano ad essere (Anche col regno d'italia) leggi soggettivamente sentite come imposte. Leggi straniere che avevano il vizio, per quanto riguardava la realtà sarda di essere state concepite senza una conoscenza della situazione concreta alla quale dovevano essere applicate, e quindi su presupposti falsi. Il cambiamento della Sardegna da colonia spagnola in Feudo Asburgico, in regno di Sardegna, in Regno d'Italia sono stati passaggi di proprietà dei quali i nostri antenati, come tutti i loro contemporanei sardi sono stati oggetti non consultati e sui quali quei cambiamenti hanno inciso solo nella misura in cui i nuovi padroni erano più o meno esosi dei precedenti." La repressione, il controllo sociale e l'occupazione del territorio sardo sono dunque stati i metodi utilizzati dai vari stati che si sono succeduti per piegare le differenti volontà e necessità del popolo sardo, e questi hanno subito dei cambiamenti solo nelle forme, negli equipaggiamenti e nella tecnologia (dalle palle di piombo all'uranio impoverito) ma non nella sostanza. "Sos sardos sun istados semper gai: in sas trinceras in tempus de gherra, et in sas galeras in tempu de paghe." Il militarismo italiano proseguì nel progressivo attacco al popolo sardo andando avanti secondo una duplice forma: da una parte capillarizzando l'occupazione del territorio e criminalizzando ogni forma di resistenza, dall'altra procedendo ad arruolamenti di massa ottenuti sia con vane promesse che attraverso il ricatto e la costrizione ( ad esempio attraverso il reclutamento di "volontari" nelle carceri). Durante la prima guerra mondiale è stato enorme lo spargimento di sangue dei sardi usati come carne da macello dall'oppressore italiano. Il carattere colonialista dell'occupazione italiana in Sardegna si acutizza ovviamente col nazionalismo fascista e con la fortissima intensificazione della repressione politica e culturale: Esercito, polizia e carabinieri diventano ancor di più lo strumento attraverso il quale ogni tradizione e cultura differente da quella italiana subiranno l'ennesimo tentativo di sradicamento e di conseguente italianizzazione. Dopo la seconda guerra mondiale ed i patti di Yalta, l'Italia e la "colonia sarda" si ritrovano in un'area di estrema importanza strategica per gli equilibri della guerra fredda. La nostra terra verrà, negli anni del dopoguerra, progressivamente militarizzata e trasformata in un enorme poligono per ogni tipo di esercitazione militare e paramilitare (vedi esercitazioni nella base di Poglina da parte di Gladio), soprattutto con la fondazione della Nato nel 1949, nata con lo scopo dichiarato di proteggere l'Europa occidentale da una possibile aggressione militare da parte dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati. In questo scenario geopolitico, sia la Nato che gli Stati Uniti danno alla Sardigna un ruolo primario sia dal punto di vista strategico che al livello logistico militare. La nostra terra è sfruttata quindi su un doppio binario: con compiti addestrativi ( sfruttando intere aree recintate), e con compiti operativi orientati al controllo dell'intera area del Mediterraneo, che fanno dell'isola un'area strategica del sistema politico militare della Nato e degli interessi americani in questa porzione di mondo. La caduta del muro di Berlino e la successiva trasformazione politica della Nato, portano alla continua ricerca di nuovi compiti che ne giustifichino l'esistenza, la ricerca incessante di un nuovo nemico da combattere che di volta in volta è stato identificato ora in Gheddafi, ora in Milosevic, ora in Bin Laden e Saddam Hussein… ed una serie di stati definiti canaglia tra cui Cuba, Corea del Nord, Iran. Cambia il quadro geopolitico ma per la Sardigna le cose non cambiano anzi peggiorano sempre di più. Cinquant'anni di politica Nato hanno portato alla Sardigna come eredità 24.000 ettari di territorio occupato e sfruttato per fini militari. Alcuni degli eventi più eclatanti ed offensivi per la dignità del popolo sardo sono stati l'installazione dei poligoni di Teulada e del Salto di Quirra, intorno agli anni cinquanta; e la "donazione" dell'isola di Santo Stefano al governo amerikano nel 1972. In quale misura la Sardigna contribuisce alla cosiddetta sicurezza nazionale, non abbiamo dati concreti per stabilirlo, una cosa è per noi certa: l'Italia paga la sua quota N.A.T.O. con ingenti pezzi di Sardigna e più di una volta con i suoi morti, privando il popolo sardo della libertà e della propria autodeterminazione, in termini di gestione della terra. I 2010 ettari dell'arcipelago della Maddalena ceduti alla marina statunitense per un accordo segreto tra l'allora governo Andreotti e il governo americano all'insaputa del parlamento italiano, del governo regionale sardo e di tutti i Sardi è l'esempio più eclatante di privazione del diritto di autodeterminazione del popolo sardo e del grado di colonizzazione con cui viene gestito il territorio sardo. Tutto questo e altro fanno della Sardigna ( senza il consenso dei Sardi ) un'isola aggressiva, base strategica per il controllo del Meditteraneo, nonché base di partenza per gli attacchi imperialisti occidentali contro i loro nemici. Oggi più che mai riteniamo indispensabile risvegliare la coscienza dei sardi verso questa incredibile violenza che la nostra terra subisce. Sfruttata, espropriata del suo territorio da potenze straniere occupatrici, negato all'uso del popolo per il suo sostentamento; costretta a subire veri e propri crimini contro l'ambiente e continuo pericolo per la sicurezza del proprio popolo. In tutti i centri che circondano i poligoni e le installazioni militari si registra ormai da anni un'altissima incidenza di tumori al sistema emolinfatico provocati dall'utilizzo di materiali bellici altamente tossici e radioattivi. I numerosi "incidenti" vengono sistematicamente occultati e mistificati dalla propaganda militare con montature incredibili e offensive per la nostra dignità di popolo. Per giustificare questa situazione ritorna quasi ossessivo ed instancabile il famoso ritornello che le basi militari portino lavoro e benessere per il povero proletariato e per i territori che li ospitano. Non si riesce mai a quantificare però questi famosi posti di lavoro e la sensazione più forte è che pochi traggono lievi vantaggi e molti sopportano pesantissimi danni. Mai nessuna istituzione o ente sia esso privato o statale si è mai preoccupato di effettuare degli studi per valutare gli enormi danni subiti dal popolo in termini di uso alternativo del territorio e di mancato sviluppo economico alternativo alle basi. L'ennesimo paradosso della presenza militare in Sardigna: una legge del 1976 riconosce il danno sociale ed economico che penalizza tutti quei territori sui quali gravano servitù militari e prevede un indennizzo alle comunità, indennizzo che né lo stato né la Nato ne tantomeno gli stati uniti si sono mai sognati di versare. Ma non sono certo gli indennizzi che a noi Sardi interessano. L'obiettivo che ci proponiamo di perseguire con la lotta è che le basi abbandonino la Sardigna! Il problema sociale endogeno della disoccupazione giovanile porta ad un'inarrestabile emorragia di giovani sardi che vedono nel loro futuro come alternative o l'emigrazione nel pasciuto occidente oppure la carriera militare. Oggi il 10% dell'intero esercito professionistico italiano è composto da giovani Sardi, facendo della Brigata Sassari una delle maggiori realtà "produttive" in termini d'occupazione dell'intera Sardigna. Tra gennaio ed ottobre 2002 ben quattromila domande di arruolamento sono state presentate da giovani sardi nei centri di reclutamento, segno evidente dell'applicazione della politica utilizzata dagli stati colonizzatori nei confronti delle Nazioni senza Stato: distruzione dell'economia endogena e conseguente arruolamento delle masse dei disoccupati nelle forze armate e di polizia. Noi patrioti sardi di A Manca pro s'Indipendentzia consideriamo l'occupazione militare nelle sue svariate forme come lo strumento attraverso il quale lo Stato Italiano porta avanti la sua politica colonialista e desideriamo per questo promuovere forme di lotta che possano incidere nella coscienza del nostro popolo affinché sa Sardigna si possa liberare una volta e per sempre dalle catene che questo rappresenta. L'esempio della rivolta di Pratobello è la dimostrazione pratica che per quanto possiate costringerci a credere che siamo "troppo bravi" a fare la guerra per voi, per quanto vogliate convincerci che la nostra "razza delinquente" si possa redimere sotto l'aggregazione nelle varie diocesi con modelli di vita che arrivano per le donne direttamente da "Calcutta", e per gli uomini col grido "forza paris", ci sarà qualcosa che sveglierà i nostri animi, che farà ancora brillare i nostri occhi ormai cupi, e battere i nostri cuori a un ritmo turbolento…sentiremo ancora l'odore della rivalsa e torneremo ancora ad essere LIBEROS IN TERRA LIBERA… (E questa non è una promessa ma una filosofica minaccia!!!)

    UN ALTRO PRATOBELLO E' POSSIBILE!!!

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    Contra a sa Moratti!!!

    Il tentativo di smantellare la scuola pubblica, ormai in atto da tempo è arrivato, con la riforma Moratti, al suo apice. Non si tratta, come vogliono farci credere i nostri governanti, di una semplice riforma della scuola, di “razionalizzazione”o di “ modernizzazione” del sistema scolastico, ma di un attacco vile e sempre più palese alla scuola di tutti.

    E' ormai è sempre più evidente infatti, che la cosiddetta riforma Moratti (legge n° 53 del 2003) non è altro che un attacco sempre più pressante contro una scuola gratuita, di qualità e

    per tutti: quella che con disprezzo veniva chiamata dai conservatori in tono denigratorio “scuola di massa” e che invece è stata la conquista, attraverso dure lotte dei lavoratori, di un diritto fino ad allora riservato solo ai figli delle classi più ricche. A questi era riservato l'accesso agli studi secondari e universitari. Si vuole di fatto ritornare alla scuola della riforma Gentile: una scuola per pochi (licei, università) riservata ai figli delle classi dirigenti e destinata a formare la nuova classe dirigente, e di una scuola “per gli altri”, di serie B o C, dove i ragazzi di estrazione proletaria ricevono un'educazione ristretta e subalterna.

    In tutti gli ordini della scuola pubblica si è vista una drastica riduzione dei finanziamenti, che dal 2001 al 2005 hanno subito complessivamente un decremento di circa il 25%; contemporaneamente sono state previste cospicue risorse alle scuole private

    Attacco ai lavoratori della scuola

    La Finanziaria taglia non solo sulle risorse economiche, ma anche sul personale. Per quanto riguarda gli organici infatti, vi è stata, contrariamente a quanto propagandato con toni trionfalistici dal governo (35.000 nuove assunzioni), una massiccia riduzione. I vari tentativi mascherati di reintrodurre l'insegnante unico nella scuola elementare, l'attacco sempre più massiccio al tempo pieno, la riduzione delle ore settimanali delle discipline nei diversi ordini di scuola: tutto va interpretato in questo senso.

    Contemporaneamente si è allargata la legge Biagi anche alle scuole: contratti part-time, contratti interinali, di inserimento e c'è stato il tentativo di riformare lo stato giuridico degli insegnanti.

    Questa “controriforma”, infatti, si inserisce nel quadro più ampio del tentativo di questo governo di rendere sempre più “flessibili” e precari i lavoratori, anche nel mondo della scuola.

    Subalternità dello stato italiano al Vaticano

    Mentre impone tagli drastici alla scuola, il governo fa regali alla scuola privata e istituisce fondi da destinare a chi iscrive i propri figli nelle scuole private. Allo stesso tempo include l'insegnamento della religione cattolica nelle quote orarie obbligatorie e garantisce l'inserimento in ruolo di migliaia di insegnanti di religione, negando di fatto laicità e pluralismo nella scuola di tutti.

    Ruolo di concertazione del sindacato

    Anziché incitare i lavoratori a resistere a questi attacchi portati avanti anche sul fronte della scuola, anziché spingere verso l'unione dei lavoratori (uniti si vince) si limitano a piccole contese sindacali di tipo economico, a piccole lotte corporative, destinate alla sconfitta e a creare demoralizzazione e senso di impotenza tra i lavoratori, quando non sono addirittura palesemente conniventi nello strappare un diritto come è di fatto, con la gestione da parte dei sindacati del TFR dei lavoratori della scuola attraverso il fondo Espero. Ciò significa non rivedere piu' a fine carriera il capitale maturato, ma solo un vitalizio di cui non si sa il valore: un vero e proprio furto a danno dei lavoratori!

    L'indirizzo di questa riforma è chiaro: ridurre la spesa pubblica, e contemporaneamente la libertà di insegnamento ( il ruolo dei docenti ridotto a quello di “commessi della classe dirigente” come li definì a suo tempo Gramsci); finanziare la scuola privata che, come sappiamo è gestita in gran parte da istituti religiosi, sottraendo le risorse alla scuola pubblica: l o stato italiano si dimostra anche in questo succube del Vaticano.

    Le conseguenze di queste scelte sono altrettanto evidenti: viene colpita a fondo una grande conquista sociale, il diritto all'istruzione per tutti.

    Per questo diciamo: No alla controriforma Moratti e all'attacco del governo al diritto alla scuola pubblica per tutti!

    Per una scuola sarda, laica e di massa!

      A Manca pro s'Indipendentzia

      sez. Barbagia-Baronia

     

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    Ottana:la fine di un'illusione e la dura lotta degli operai

    Gli industriali che alla fine degli anni '60 costruirono i poli chimici disseminati un pò ovunque per tutta la Sardigna erano ben consapevoli che questo settore produttivo, estraneo e non funzionale al sistema economico dell'isola era destinato a fallire. Il “ Piano per la Rinascita” presentato come cura contro i mali sociali e l'arrettratezza economica dell'isola, ha divorato montagne di soldi pubblici, gonfiato le tasche degli industriali italiani e dei politici sardi. Dopo 40 anni di illusioni e false speranze gli operai e tutto il popolo sardo si trovano a fare i conti con la chiusura dei comparti e con la crisi generalizzata che investe tutto l'indotto. Così la Montefibre colosso internazionale del settore tessile chiude perchè in Cina la stessa produzione ha un costo 20 volte inferiore. L'Enichem si è accorta dopo tanti anni che a causa degli elevati costi di trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti è più conveniente trasferire le produzioni in regioni italiane o addirittura all'estero. Dietro di se lasciano un territorio distrutto e carico di veleni, disoccupazione e disgregazione sociale.
    Il tanto declamato sviluppo in Sardigna ha assunto le forme dell'assistenzialismo e di una radicale trasformazione delle strutture economiche proprie del popolo sardo. Gli operai del Nuorese che oggi vengono licenziati e messi in cassa integrazione in passato hanno lasciato pascoli e greggi per un futuro costruito sulla sabbia. L'industrializzazione di Ottana è stato un esperimento politico di trasformazione culturale e sociale mirato, attraverso la distruzione dell'economia agropastorale e il controllo militare del territorio, a stravolgere l'esistenza di una comunità che ha valori, solidarietà sociali e modi di produzione antitetici rispetto a quelli imposti dallo stato italiano.
    I sindacati, primi sostenitori del “Piano per la Rinascita” si trovano oggi a difendere un posto di lavoro che non esiste più. Per tanti anni hanno contribuito a rafforzare l'illusione di benessere e di sviluppo tenendo nascosto il reale destino degli operai. Migliaia di sardi impiegati nei poli industriali sono oggi in mobilità o in cassa integrazione, altri rischiano la stessa sorte e occupano le fabbriche e bloccano i cancelli, aggrappati a una speranza che diviene sempre più debole, in mancanza di un progetto serio di sviluppo e riconversione industriale pensata sulle esigenze reali della Sardigna, sul rispetto dell'ambiente, della salute dei lavoratori e del loro diritto al lavoro.
    Per realizzare questo progetto è indispensabile che il popolo sardo sia padrone di se stesso e decida autonomamente del proprio avvenire economico e sociale ; nel frattempo siamo e saremo al fianco degli operai e delle loro famiglie.

    Piena solidarietà agli operai del polo industriale e chimico di Ottana.
    Chi su populu traballadore sardu si ‘oltet a manca pro s'indipendentzia.

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    Bivat s’occupatzione de sos operajos!!

    Le azioni eclatanti degli operai Legler sono la dimostrazione che l’unica maniera per far ascoltare la voce di 900 famiglie messe a dura prova dai colonialisti di turno, è quella di mobilitarsi e creare disagi. Può darsi che il significato di questi disagi non venga compreso da tutti, ma sicuramente essi sono efficaci per tenere alta l’attenzione pubblica su una lotta che appartiene a tutto il Popolo Lavoratore Sardo. Questa è una lotta che si inserisce anche nel problema degli operai della Queen di Macumere e anche di tutti quelli che con stesse modalità vengono assunti, sfruttati e licenziati dai soliti continentali che insediano le loro fabbriche giusto il tempo di spillare una montagna di fondi pubblici dalla Regione - anch’essa sempre lieta di servire questi rapinatori d’oltremare – per poi scappare impunemente con le tasche piene e lasciando sulla nostra terra disoccupazione, distruzione del tessuto economico tradizionale e produttivo, deserto ambientale e disperazione. Questa è la regola.
    In Sardigna diventa ogni giorno più evidente come gli operai vengono trattati come merce da vendere di padrone in padrone, ceduti e venduti all’asta come schiavi o come macchinari. Mentre poi i macchinari comprati con i soldi dei Sardi vengono impacchettati e trasferiti in territori dove sfruttare è ancora più comodo. Finché gli operai sardi non si approprieranno della produzione e di un reale potere decisionale su di essa non potranno appropriarsi del loro destino, e questo è ciò che Regione e Stato italiano dimostrano di volere meno di qualunque altra cosa!
    Insieme agli operai Legler rivendichiamo il diritto al posto di lavoro e chiediamo non solo che le loro richieste vengano immediatamente accolte come misura minima e immediata, ma anche che la Regione obblighi chiunque ha avuto o voglia avere accesso ai finanziamenti a trasferire la propria sede legale in Sardigna!

    Bivat s’occupatzione de sos operajos!
    Traballu produttivu sicuru e onestu!
    Sardigna libera e ruja!

     

    Lottare per le proprie idee non è un reato!

    Sardinnya, tormentata colonia dello stato italiano. Qui non si sperimentano solamente sofisticate armi per scatenare la guerra contro quei popoli che non intendono subire la politica di sfruttamento capitalistico degli stati occidentali o che lottano per l'indipendenza. Qui si sperimentano anche teoremi di repressione sociale e politica. In questi giorni assistiamo infatti all'applicazione, tanto annunciata quanto feroce, del “teorema Pisanu”, in base al quale gli anarchici, i comunisti e gli indipendentisti sardi starebbero attuando congiuntamente un piano per sovvertire l'ordine costituzionale democratico italiano. Il risultato a cui vorrebbe portare l'applicazione di questo delirante teorema è la criminalizzazione di tutti coloro che in questa terra lottano per la libertà e per il radicale cambiamento di questa società gestita da chi vuole un sistema che privilegi pochi e lasci alla fame molti.

    Lottare per questo non è reato!

    Lottare per questo è giusto!

    Rifiutiamo quindi di essere criminalizzati per le idee che portiamo avanti, certi che la nostra Gente sa individuare i veri criminali in coloro che ci negano la possibilità di essere liberi in una terra libera .

    E il popolo lavoratore sardo ne è cosciente proprio perché, quotidianamente e da troppo tempo ormai, subisce la repressione e le prigioni italiane, colpevole esclusivamente di non essersi mai rassegnato a chinare la testa di fronte al padrone di turno.

     

    Per questo continueremo a lottare per le nostre idee, consapevoli di essere espressione viva di un popolo che ha deciso di spezzare le catene del giogo coloniale e di intraprendere la strada della liberazione.

    Solidarietà a tutti coloro che subiscono la repressione sociale e politica in Sardinnya, in Italia e ovunque!

    a Manca pro s'Indipendentzia-Casteddu

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    Uranio: impoverito. Sardo: stecchito!

    Se ancora qualcuno aveva dei dubbi, ora c'è la sanzione ufficiale. Sappiamo finalmente qual'è il nostro ruolo nello Stato italiano: quello della cavia. La Sardigna diviene ufficialmente uno dei più avanzati centri di sperimentazione della guerra biologica del mondo e i suoi abitanti avranno la possibilità di rendersi utili all'umanità facendo da cartina di tornasole per verificare la nocività dei proiettili all'uranio impoverito. Potranno così donare le loro inutili e non più smerciabili vite (sapete, i costi di trasporto…) a tutto vantaggio di quelle popolazioni che in futuro verranno bombardate con proiettili composti di tale materiale e che avranno così la certezza che effettivamente fanno male alla salute. La Stato italiano si comporta una volta di più da colonialista e, giusto per chiarire le cose con il governatore Soru su chi comanda e con il popolo tutto su chi è il padrone, dice semplicemente che il nostro territorio e la sua popolazione sono sacrificabili agli interessi superiori della nazione. Cose che tutti abbiamo già sentito e subito lungo tutta la storia unitaria, a partire dalla prima guerra mondiale fino al boom degli anni '50 e alla crisi che dal '75 attanaglia in maniera irreversibile il capitalismo italiano e occidentale in generale. Interessi superiori che per i popoli in genere significano sacrifici ma che per le nazioni senza Stato quali noi siamo vogliono dire semplicemente cancellazione, deportazione, sterminio. Questa la comunicazione della Commissione d'inchiesta del Senato italiano che, nata in seguito all'aggressione capitalista/imperialista alla Yugoslavia dopo che svariati militari che vi avevano partecipato morirono o si ammalarono di tumori vari (in particolare del linfoma di Hodgkin), getta luce sulla considerazione che lo Stato colonialista italiano ha del popolo sardo: bravi servitori, bravi lavoratori, bravi servi. Peccato che abitino in un'isola nella quale non ci stanno proprio a fare nulla. E che l'unico modo per portare avanti l'inchiesta sia proprio quello di utilizzare il poligono di Quirra per nebulizzare un po' di uranio impoverito e verificare poi se raggiunge la popolazione in qualche maniera (ciclo biologico, aria, acqua); se quest'ultima si ammala; di cosa; e se le due cose sono collegate. Speriamo che i soggetti (leggasi abitanti) non muoiano tutti altrimenti ci tocca farlo anche da un'altra parte. Magari a Teulada. Da più parti è stato avanzato il sospetto o l'ipotesi che il tutto non sia altro che una manovra per giustificare e postdatare ciò che già è: ovvero il fatto che uranio impoverito e altri materiali simili di uso bellico siano già stati “sperimentati” nei poligoni e nei centri di addestramento e stoccati alla bell'e'meglio nelle basi dello Stato colonialista italiano, della Nato e degli Stati Uniti d'America presenti in Sardigna. Mah, chissà?! Quello che è certo è che se andate nella zona di Villaputzu qualcuno forse vi parlerà della cosiddetta sindrome di Quirra, che ha colpito militari, ex-militari, personale civile, abitanti che hanno la sfortuna di lavorare o risiedere nei dintorni del poligono. Che poi il poligono che fa capo a Perdasdefogu sia dichiaratamente sperimentale è cosa nota a tutti. Così come è noto che sono decenni che tutti gli eserciti NATO e i loro fornitori bellici lo affittano dallo Stato italiano per testare le proprie armi d'avanguardia. Come al solito: la nostra terra è svenduta al miglior offerente che ne fa la propria pattumiera. Una costante della storia della Sardigna. Solo che qui il sospetto è anche un'altro: qualcuno si ricorda del deposito unico delle scorie nucleari? Chi sa dove si farà? Certo che, una volta che un territorio è inquinato tale rimane. Se poi si trova compreso, guarda caso, all'interno di una base militare, quale maggiore garanzia di sicurezza? Inutile ricordare che per tale progetto proprio la Sardigna fu ritenuta la regione più idonea “ …in virtù della scarsità della popolazione e per la sua conformazione geologica… ” . Mah, chissà?!

    Detto questo, noi, patrioti comunisti di a Manca pro s'Indipendentzia, riteniamo doveroso, urgente e inderogabile fare tutto ciò che è in nostro potere affinché questo nuovo progetto colonialista e genocida dello Stato italiano vada in fallimento. Per questo rivolgiamo un appello a tutto il Popolo Lavoratore Sardo, alle forze politiche, sociali e culturali e alla società civile tutta perché si mobilitino per evitare che questo nuovo scempio sia compiuto nei confronti della nostra terra, del nostro popolo, di noi stessi.

     

     

    Chi su populu traballadore sardu si ‘oltet

    a Manca pro s'Indipendentzia

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    DOVE NON C’E’ SINDACATO!!

    Nel lacerato sistema economico della Sardigna, degli svariati piani di rinascita e rilancio occupazionale che continuano a fallire continuamente, fra le tante promesse dei vari governi sardi e italiani che si sono alternati negli ultimi 30 anni, esistono alcune realtà in cui, con la complicità dei sindacati confederati, è stata instaurata una “finta crisi produttiva”, tanto da giustificare la “mobilità”, la “cassa integrazione” e il licenziamento di centinaia di operai. In questo spazio vogliamo evidenziare i problemi dei lavoratori del calzificio Queen S.p.A. di Macomer, che vivono una situazione diversa rispetto a quelli della tristemente nota “LEGLER”, le cui vicissitudini, a differenza dei primi, hanno giustamente riempito le pagine dei quotidiani di quest’ultimo periodo.
    La Queen nasce nel 1994 nella Zona Industriale di Toxilo e, come le tante altre fabbriche installate in Sardigna, ha usufruito di finanziamenti pubblici a favore di imprenditori del nord-Italia, che come tali non sono certo interessati a risolvere i problemi occupazionali della nostra terra, ma sono bene lieti di sfruttare, con l’avallo di sindacalisti, politici vari e governanti di turno, la possibilità di incrementare i propri profitti con contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso super agevolato.
    La Queen assume inizialmente circa 250 operai, provenienti da Macomer e dai paesi del circondario, Borore, Bortigali, Silanus, Sindia etc., da quel centro Sardigna particolarmente interessato dalla diaspora del Popolo Lavoratore Sardo. L’azienda fa capo al Calzificio REAL, con sede a Castel Goffredo (Mantova), (definito polo mondiale della calzetteria), dove attualmente rimangono solo gli uffici amministrativi, mentre la produzione è stata trasferita negli impianti periferici e inizialmente soprattutto in Sardigna (sarà a causa dei contributi di cui parlavamo prima??).
    La Queen dimostra sin da subito di essere competitiva nella giungla del mercato mondiale della produzione di collant e altro abbigliamento intimo, per conto di terzi, forte del fatto che possiede macchinari modernissimi, oltre le tante commesse importanti (Private – Label) derivanti dall’esperienza produttiva mantovana. Nei giorni scorsi abbiamo avuto occasione di incontrare un operaio della fabbrica e con lui abbiamo scambiato una chiacchierata. Ci racconta che lavora fin dall’inizio e che, fino alla fine degli anni ‘90, sia la linea produttiva che i rapporti con e fra le maestranze, sembrava andassero nel migliore dei modi. Nel 1999, nasce da una costola della Queen S.p.A., la Soc. Euro 2000 S.r.l. con sede legale e impianti di produzione sempre nella Zona Industriale di Toxilo. Quest’ultima assume operai specializzati per ottenere contributi a fondo perduto. Questi gli operai sono gli stessi dimissionari della Queen che vengono riassunti dalla Euro 2000. Chiaramente gli operai venuti meno alla prima azienda non vengono rimpiazzati con nuove assunzioni.
    E’ il periodo in cui si manifestano i primi sintomi di malessere tra i lavoratori, fra chi accetta e chi non condivide la politica aziendale. Vengono interpellati i sindacati che “chiaramente” chiedono di avallare le richieste dell’azienda per consentire la continuità lavorativa. Negli stessi anni il Calzificio REAL impianta un grosso stabilimento in Brasile destinato a coprire una area di 20.000 mq. e l’occupazione di circa 400 operai. La REAL fa il suo ingresso nel mercato globale con l’intento di concentrare la produzione in paesi con un basso costo di mano d’opera. Arriviamo al 2005, sono passati oltre 5 anni dalla nascita della Euro 2000 e oltre 10 dalla nascita della Queen, gli impegni assunti con la regione sarda per i contributi ricevuti sono scaduti. Si manifesta la prima crisi. All’interno della Queen, viene smantellato il reparto “boodyficio”, gli operai vengono smistati in altri reparti e gli vengono assegnati compiti diversi da quelli svolti fino al giorno prima. In maniera subdola all’inizio, in modo più evidente poi, inizia a manifestarsi il caporalato all’interno dei reparti. Viene sollevato il livello delle quote di produzione che gli operai devono raggiungere quotidianamente, si lavora al gelo d’inverno e con temperature di +40° d’estate. Vengono controllati i tempi di permanenza nei bagni e cronometrate le soste per bere dell’acqua. Con un accordo tra sindacato e azienda, senza il preventivo consenso dei lavoratori, viene instaurato il lavoro obbligatorio il Sabato. I turni sono di 8 ore con mezz’ora di sosta.
    In questo contesto i proprietari della fabbrica lamentano ai sindacati un elevato tasso di assenteismo. La politica del Sig. CASELLA, proprietario, e del Sig. TORDI, direttore, è chiara! Pretendono la riduzione del personale nonostante ci siano le commesse e nonostante queste ultime vengano puntualmente onorate. Si viene a sapere infatti che, dopo lo smantellamento del reparto boodyficio, è intenzione del Calzificio REAL esportare i macchinari in Serbia, dove nel contempo e stato installato un grosso stabilimento (altri contributi, mano d’opera a bassissimo costo, più profitti per loro). I sindacati non muovono un dito nonostante le richieste di intervento fatte da una parte degli operai. La Sig.ra RAU da parte sua avalla in pieno le menzogne dell’azienda accusando una “finta crisi” dovuta all’elevato tasso di assenteismo.
    Ad Aprile del 2006 vengono mandati in cassa integrazione circa 70 operai, scelti fra “assenteisti” con problemi di salute, madri con figli piccoli e chi, dall’inizio della manovra ha chiesto chiarimenti sul perché?? E per cosa??
    Solo a Gennaio 2007 si è avuta una assemblea tra lavoratori e sindacati, estendendo l’invito ai sindaci del territorio (presentatisi solo in 3), per ottenere risposte concrete dall’azienda che ha annunciato di volere dimezzare il personale entro Ottobre 2007.
    A differenza della LEGLER, con tutto il rispetto per gli operai in lotta per risolvere la difficile situazione in cui si trovano, le problematiche della Queen / Euro 2000 stanno passando nel silenzio più assoluto.
    IL SINDACATO COSA FA?

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