LA REPRESSIONE COLONIALE IN SARDIGNA
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Il problema della repressione, in Sardigna, non può essere limitato alle persecuzioni di cui è stato vittima il movimento nazionale: esso è infatti stato suo malgrado strumento per l’estensione della repressione mirata e la sua trasformazione in repressione di massa al fine di contenere le espressioni popolari della specificità nazionale sarda. Spesso, nell’analizzare i fenomeni repressivi cui è stata coinvolta, la sinistra ha avuto il limite di cadere nel vittimismo, centralizzando l’analisi della repressione politica su sé stessa e non ponendosi il dubbio che la repressione è politica non in quanto tende a colpire le avanguardie politiche ma in quanto mira a perseguire scopi politici fondati sulla necessità di impedire forme di massificazione, o meglio di popolarizzazione, delle lotte agendo con metodi terroristici sulla società intera. Il Popolo Sardo manifesta, nell’irriducibile attaccamento ai codici che ha avuto la capacità storica di elaborare, nell’irriducibile attaccamento alle sue consuetudini, ai suoi usi e costumi, alle sue tradizioni, alla sua cultura, alla sua lingua, una specificità che è nazionale, esplicitando in tal modo la non avvenuta integrazione-assimilazione della società sarda all’interno dello Stato italiano: i sardi si adeguano passivamente alle istituzioni imposte da una società altra rispetto alla loro, riconoscono, si identificano e continuano ad utilizzare i loro codici pur non avendo coscienza che questi siano/abbiano carattere nazionale; il rapporto tra codici differenti in cui uno pretende di sostituirsi all’altro tentando di stabilire rapporti di forza a sé favorevoli, è per forza di cose conflittuale. Questo rapporto conflittuale nei confronti dei dominatori che di volta in volta hanno tentato di imporre le proprie elaborazioni, ritenendole superiori e non semplicemente differenti in quanto sovrastrutture di società differenti, sta alla base dello sviluppo di quel retroterra resistenziale, di quel proto-nazionalismo popolare che ha garantito fino ad oggi la sopravvivenza del Popolo Sardo nonostante il tutt’ora in atto processo di genocidio cui esso è sottoposto. Tuttavia, le forme resistenziali espresse dal Popolo Sardo, essendo determinate esclusivamente da un attaccamento conservatore ai propri codici comunitari (cosa che il colonialismo, a sua volta, è stato capace di sfruttare a suo favore, da cui la strumentalizzazione del folklore), e non essendo invece determinate da un’ideologia collettiva in grado di dare a quella sarda dignità storica di resistenza nazionale, devono essere considerate pre-politiche, mancando quell’elemento indispensabile per l’esercizio del diritto di autodeterminazione che è la coscienza nazionale, cioè l’autocoscienza dei sardi di appartenere ad una comunità nazionale distinta da quella statuale italiana, di rendersi conto che i rispettivi interessi sono inconciliabilmente antagonistici nella misura in cui il rapporto metropoli-colonia è, e non può che essere, un rapporto di sfruttamento e subordinazione, non potendosi dunque certo considerare rivoluzionarie – se non potenzialmente – nella loro spontaneità, nel loro disorganizzato antagonismo o ribellismo, non sono in grado di entrare in dialettica con l’oppressione coloniale per porre le basi di un suo superamento. La non coscienza nazionale porta il Popolo Lavoratore Sardo a vivere lo scontro con le istituzioni in termini esclusivamente sociali, sulla falsariga di quanto avviene nelle grandi realtà metropolitane; in questo caso esso si pone in quanto classe-nazione in sé: un aggregato di individui che condividono la medesima situazione economico-sociale all’interno dei rapporti di produzione coloniali, cioè una semplice collettività di individui sottoposti ad un duplice sfruttamento, sociale e nazionale, che nel colonialismo trova la sua sintesi. L’elemento dunque che manca alla Sardigna per fare il salto qualitativo resistenziale dalla fase pre-politica spontanea di colonia alla fase politica organizzata di nazione senza Stato è la coscienza di classe-nazione, intesa come capacità del Popolo Sardo di pensarsi in quanto soggettività storico-politica in grado di affermare sé stessa tramite la sua propria autodeterminazione e dunque capace di emanciparsi, o meglio la capacità della classe-nazione in sé di trasformarsi in classe-nazione per sé, cioè in un soggetto collettivo capace di intraprendere azioni congruenti con i propri interessi, i quali naturalmente sono incompatibili con lo sfruttamento determinato dal colonialismo, là dove la Sardigna è politicamente ed economicamente assoggettata agli interessi del grande capitale finanziario internazionale, ideologicamente assoggettata al nazionalismo piccolo-borghese italiano. La coscienza nazionale porterebbe il Popolo Sardo a vivere il rapporto conflittuale tra suoi codici e quelli imposti dalla colonizzazione non più in termini pre-politici di resistenza passiva, ma nei termini politici di lotta per l’emancipazione nazionale e sociale ad un tempo, cioè in termini di scontro tra colonialismo ed anticolonialismo. Ed infatti, come storicamente attestato, la “democratica” Repubblica italiana è sempre stata particolarmente “attenta”, per non dire ossessionata, agli sviluppi del movimento nazionale sardo, cioè di quell’avanguardia politica cosciente, più o meno organizzata, potenzialmente in grado, saldandosi con le grandi masse nazionali, di centralizzare in ambito politico il retroterra resistenziale di cui sopra e dunque capace di porre le basi di una lotta popolare di liberazione nazionale e sociale. Le “attenzioni particolari” dell’Italia colonialista si sono concentrate sulla necessità di impedire, reprimendo qualsiasi tentativo portato avanti in questo senso, la saldatura tra il movimento nazionale di avanguardia e la soggettività politica di cui esso è referente, quel Popolo Sardo tenuto nel limbo di un’economia de-strutturata, di una storia micro-storicizzata, di una lingua dialettizzata, di una cultura folklorizzata dalla colonizzazione. Se infatti gli elementi che contraddistinguono una nazione sono la comunanza di struttura economica, il territorio ed il popolo inteso come comunità storicamente formatasi e comunità etnica (cioè linguistico-culturale), il colonialismo, per affermare se stesso ha dovuto negare questi elementi privando la Sardigna delle sue specificità nazionali e reprimendo qualsiasi tentativo di riappropriazione salvo quelli consentiti, in quanto funzionali alla salvaguardia della facciata democratica dello Stato italiano, dalla legge del colonialismo stesso: la forza-lavoro dei sardi è lo strumento per la produzione di una ricchezza che ad essi non appartiene, per cui l’economia è ad uso e consumo dello sfruttamento capitalista; il territorio nazionale, per quanto naturalmente delimitato è politicamente declassato a “regione”, cioè a decentramento amministrativo di uno Stato centralistico e centralizzatore; il popolo è negato, la storia è cancellata o dove non sia stato possibile cancellarla, mistificata: la Sardigna è una nazione che è stata prima soppressa e poi negata, tuttavia è una nazione oggettiva, che esiste indipendentemente dall’approvazione o meno di uno Stato plurinazionale che la domina a suon di repressione nazionale. La dominazione italiana in Sardigna è tuttavia subdola in quanto non esclusivamente fondata sull’esercizio della forza coercitiva, ma su un meccanismo di convincimento e dissuasione che può essere considerato a tutti gli effetti forma di repressione preventiva in cui al controllo sociale si affianca quello nazionale. Naturalmente nel momento in cui i sistemi dissuasivi/persuadenti tanto subdolamente quanto scientificamente e sistematicamente utilizzati in Sardigna mostrassero delle inefficienze, e dovesse dunque crearsi uno sfasamento nell’equilibrio tra egemonia e dominio su cui il colonialismo si fonda, il sistema tanto democraticamente pensato ha necessità di ristabilire i rapporti di forza così come essi gli sono più congegnali, ed è qui che nasce la repressione, intesa come atto di impedire, eliminando qualsiasi forma di non allineamento o di dissenso ovvero ciò che tende alla trasformazione dell’ordinamento coloniale. Il colonialismo è essenzialmente conservatore ed intrinsecamente reazionario: mira alla conservazione dei suoi privilegi sviluppando, anche preventivamente, forme coercitive e violente di mantenimento dello status quo fondate sulla pronta capacità di reazione nei confronti del tanto temuto pericolo di emancipazione nazionale e sociale della colonia-Sardigna. È inoltre ideologico poiché si basa su una falsa rappresentazione della realtà in cui alla comprensione oggettiva dei rapporti reali sostituisce un’immagine deformata, una rappresentazione costituzionalmente mistificante degli stessi: il colonialismo pone se stesso in quanto condizione necessaria ed assoluta, eterna ed immutabile, prospettando i suoi interessi come necessità storica del Popolo Sardo, e con ciò legittimando la sua stessa esistenza; la negazione dei diritti della nazione sarda è giustificata col fatto che non essendo la Sardigna capace di auto-gestirsi, non potrebbe sopravvivere da sola (come se l’Italia o qualsiasi altro Stato al mondo si auto-gestissero e/o sopravvivessero da soli), con ciò ponendo le basi di un fastidiosissimo pseudo-filantropismo paternalistico-umanista capace di rendere col suo assistenzialismo, col suo buonismo di facciata, del tutto dipendenti struttura e sovrastrutture isolane rispetto ai centri del potere metropolitano. La repressione, che è solo uno dei tanti aspetti del colonialismo, ha funzione strategica e tattica: strategica in quanto persegue lo scopo di eliminare e sradicare qualsiasi forma resistenziale elaborata dal Popolo Sardo accentuando e gestendo a proprio vantaggio lo scontro tra codici diversi; tattica in quanto persegue questo scopo mirando ad impedire la trasformazione della resistenzialità pre-politica in coscienza politica. Per questo, tatticamente, secondo il sempre valido principio del divide et impera, colpendo le avanguardie politiche nazionali, si è sempre inteso impedire la saldatura tra queste ed il loro referente – il Popolo Sardo – isolandole dalla società civile là dove non abbiano già da sé provveduto ad auto-ghettizzarsi e facendo in modo che non riescano a sviluppare una linea di massa: isolare il movimento nazionale dalle masse popolari, dividerlo, ed isolare al suo interno le singole componenti per poterle meglio colpire è quanto storicamente perseguito dal punto di vista politico dalla repressione coloniale; i famosi detti riferiti ai sardi: “pocos, locos y malunidos” e “kentu concas, kentu berritas” sono slogan colonialisti inventati da colonialisti in vena di battute sarcastiche sui metodi da loro stessi usati per fomentare le divisioni nazionali in colonia. Da ciò deriva il delicato e decisivo ruolo di propaganda svolto da scribacchini, pennivendoli, imbratta carte nel criminalizzare, screditare e mettere in ridicolo chi dalla repressione è preso di mira, al limite ammettendo una lontana possibilità di errore venti o trent’anni dopo aver contribuito a distruggere un’intera generazione di patrioti, nel frattempo che il colonialismo ha provveduto alla restaurazione rigenerandosi o rinascendo sotto nuove forme: né più né meno lo stesso meccanismo con cui l’imperialismo mondiale si appropria di suoi ex-spauracchi facendone bandiere delle libertà borghesi o icone commerciali come nel caso delle immaginette del Che Guevara. Evolvendosi tuttavia a livelli diversi di intensità sulla base di ben precisi piani di sviluppo di una strategia della tensione coloniale, la repressione non è esclusivamente destinata a colpire le avanguardie politiche, al contrario ha storicamente maturato un accanimento particolare nei confronti dell’elemento non cosciente, legato all’esercizio di pratiche consuetudinarie antitetiche ai codici voluti ed imposti dalla colonizzazione: una guerra a bassa intensità, cioè un livello standard costante ed ininterrotto di repressione coloniale sulla base del quale di volta in volta innalzare o abbassare a proprio tornaconto il grado di conflittualità dei codici differenti fino a portarlo alle estreme conseguenze di scontro frontale tra le istituzioni coloniali e l’intera società sarda resistente. In realtà gli apparati terroristici dello Stato italiano hanno necessità di certe forme di violenza attribuibili al Popolo Sardo, e da qui gli alibi ed i sotterfugi per eliminare e sradicare in esso la sua specificità nazionale fiaccandone progressivamente la capacità resistenziale. Storicamente il pretesto utilizzato dai colonialisti per giustificare le persecuzioni nei confronti della società sarda, è stato quello della lotta contro il banditismo, anticipando prima e sviluppando poi la tematica dell’“achtung banditen!” praticata con rastrellamenti e ritorsioni nei confronti dei partigiani durante la seconda guerra mondiale: un vero peccato che gli italiani, e tra questi molti di quelli stessi che fecero la Resistenza, si scandalizzassero per l’equazione “partigiano = bandito” elaborata dai nazi-fascisti e non altrettanto per l’equazione “pastore sardo = bandito” rilanciata dai “democratici” dopo una lunga tradizione risalente alle più disparate dominazioni dell’isola, e scaturita da pregiudizi di tipo razziale tipici della presunzione di coloro che ritenendosi vincitori si arrogano il diritto di riscrivere la storia altrui a proprio piacimento. In realtà tutta la storia di quello che i colonialisti chiamano “banditismo” sardo è un atto di denuncia nei confronti dell’oppressione coloniale in quanto la non obbedienza ai codici imposti aumenta, come forma resistenziale di attaccamento ed adesione ai codici propri di una società agro-pastorale, in proporzione ai periodi di maggior sfruttamento coloniale: oppressione coloniale, resistenza nazionale e repressione coloniale sono strettamente legate tra loro, perché tanto più aumenta l’oppressione tanto più aumenta la resistenza nel popolo; tanto più la resistenza popolare tende ad esprimersi in forme organizzate, tanto più aumenta la repressione. Ed è per limitare la risposta resistenziale all’oppressione coloniale, che l’astuzia “democratica” (e soprattutto “democratico-cristiana”, tanto per puntualizzare) ha ripreso ed ampliato i metodi del fascismo alternando la messa, la radio e la televisione (solo per fare qualche esempio) all’olio di ricino. Dietro la lotta al banditismo si è celata dunque la lotta alla pastorizia come struttura economica ed al pastoralismo come sovrastruttura socio-culturale e sistema di valori ritenuti non compatibili con gli interessi capitalistici, si è dimostrato componente più conservativa del Popolo Sardo, paradossalmente proprio perché conservativa considerata potenzialmente eversiva nei confronti della statalità italiana ed in quanto tale ritenuta pericolosa e da debellare. Effettivamente ragione ebbe chi in una celeberrima intervista dichiarò che il pastore-“bandito” sardo era un coperchio buono per tutte le pentole, dimostrando maggior capacità di analisi sociologica di molti “intellettuali” dell’epoca (e di quelli ahinoi contemporanei, ancor oggi intenti ad elaborare tesi sulle devianze dei “dannati della terra” sardi atte per l’appunto a coprire le pentole colonialiste). Costoro nel mentre erano impegnati a fare le tavole rotonde per suggerire alle varie commissioni di inchiesta parlamentari italiane il modo migliore per ridurre a più miti consigli il Popolo Sardo, non fosse mai che questo si rendesse conto che sottosviluppo fa rima con sfruttamento. In Sardigna non c’è più la mezza stagione? Colpa del bandito sardo! Si impiantino allora industrie completamente slegate dalle esigenze del territorio e dalle risorse autoctone (permettendo in tal modo al Partito Comunista Italiano di andare in giro a proclamare che l’industrializzazione è una grande conquista perché finalmente la Sardigna avrà la sua classe operaia e consentendo ai sindacati confederali italiani di vendere fumo annunciando la creazione di nuovi posti di lavoro e spostando i bravi pastorelli sardi dalle campagne alle fabbriche-cattedrali nel deserto), si spopolino le zone delinquenti favorendo alti tassi di disoccupazione e con ciò incentivando l’emigrazione-deportazione, si civilizzino le barbare popolazioni indigene vietando l’uso del sardo ed imponendo quello del vernacolo fiorentino. In poche parole, si distrugga la nazione sarda mettendo al bando la struttura agro-pastorale, utilizzata come capro espiatorio ed accusata di generare culturalmente il banditismo, che al limite ci sono sempre le forze di occupazione straniere pronte a distribuire pistolettate! Si inventi poi un bel termine per fare fessi e contenti gli ignorantelli sardi, fine lavoro da intellettuali appunto, ed è così che il pauroso consolidamento del colonialismo dato dalla ristrutturazione capitalistica degli anni ’60/’70 e tutelato dalla forza armata dello Stato, ha preso il nome di “rinascita” venendo spacciato per grande conquista del progresso. Il colonialismo italiano non lascia niente al caso, è una scienza esatta. Quando poi in Sardigna, a partire dai primi anni’60 si ebbe un risveglio sociale e nazionale che portò, attraverso le prime grandi mobilitazioni popolari e la stagione dei circoli culturali alla nascita del fronte anticolonialista, alla tradizionale caccia al “bandito” iniziò ad alternarsi con sapiente tempismo la caccia al “separatista”, per cui, accanto all’equazione “pastore sardo = bandito” si collocò quella “anticolonialista sardo = terrorista”, da cui scaturì l’attacco diretto e violento al diritto di autodeterminazione del Popolo Sardo spalancando le porte della galera ai leader del movimento nazionale, che fu quasi totalmente debellato e comunque praticamente ridotto all’impotenza. Infatti, nello sviluppo di una dialettica politica tra Stato colonialista e nazione colonizzata, la risposta del primo ad un avanzamento del movimento per l’autodeterminazione non può che essere repressiva, tendente cioè a re-premere – premere indietro – la lotta di liberazione nazionale attraverso la rete costituita da forze di occupazione militare/poliziesca-istituzioni coloniali-organi di propaganda che ha intessuto nel tempo. E d’altra parte è tragicamente normale che sia così. Quale Stato, o impero, o potenza coloniale ha mai consentito che i popoli rivendicassero i loro diritti e la liberazione nazionale senza ricorrere alla brutale repressione di massa come dimostrazione di forza di pochi oppressori su molti oppressi? Quale tiranno non ha voluto togliersi lo sfizio di far passare i personaggi più rappresentativi e carismatici della Resistenza nazionale sotto le forche caudine dei suoi apparati repressivi mettendoli alla gogna e sottoponendoli al pubblico ludibrio secondo il principio che è necessario distruggere una personalità prima ancora che la persona? E quale Stato, oggi, tra quelli nati dalle rivoluzioni borghesi ottocentesche non è ricorso sistematicamente, e tutt’oggi ricorre, all’arma della repressione per risolvere i problemi nazionali al suo interno? Forse la Francia in Corsica? Oppure la Spagna in Catalunya o in Euskal Herria? O forse lo Stato britannico in Ulster? Qualsiasi invasore si sia presentato in terra sarda, ultimo solo in ordine cronologico lo Stato italiano, lo ha fatto imponendo il proprio ordine e definendo sistematicamente “criminali” gli oppositori politici e, in assenza di una vera e propria opposizione politica organizzata, inventandosi i “banditi”, per cui sbarcare in armi per imporre l’ordine coloniale diventa, grazie agli organi di propaganda, un “atto di civiltà” invece che una vile aggressione nei confronti di un popolo inerme che nella storia ha avuto il solo torto di essere pacifico. L’invasione di Sardigna da parte degli stranieri è qualcosa di cui i sardi devono essere riconoscenti, perché a loro è stata portata la civiltà, e gli italiani proprio non riescono a capire come sia possibile che possa esistere qualcuno che non li ami per la missione “civilizzatrice” che ritengono di dover continuare ad assolvere! Come quando il fascismo invase l’Etiopia dichiarando di voler abolire la schiavitù. La repressione attuata in una nazione cui è negato il proprio diritto all’autodeterminazione e di conseguenza alla sovranità nazionale da parte di uno Stato occupante è sempre e comunque repressione coloniale, braccio violento e armato del colonialismo, sociale e nazionale ad un tempo in quanto espressione della “legge” e della “giustizia” elaborate dai dominatori ed imposte ai dominati: non bisogna dimenticare che il problema è a priori, perché la legge italiana in Sardigna è la legge di uno Stato straniero imposta al popolo oppresso di una nazione colonizzata. Ogni colonizzazione ha maturato delle “specializzazioni” in ambito repressivo: il colonialismo italiano ha fondato il mantenimento dello status-quo sul controllo totale del territorio e della società sarda. Questo è storicamente avvenuto tramite il dispiegamento di ingenti forze di occupazione militare e poliziesca che hanno tenuto il Popolo Sardo sotto costante assedio. Non esiste il più minuscolo paese, neanche nelle più sperdute ed impervie zone di Sardigna dove lo Stato italiano non sia presente sotto le repressive forme di una caserma di carabinieri, mentre questure e prefetture continuano a spuntare come funghi perché, come soleva sentenziare la saggezza degli antichi colonizzatori latini, melius abundare quam deficere; non è possibile percorrere pochi chilometri di strada o girare liberamente per i paesi senza incorrere in un qualche posto di blocco; i centri urbani sono militarizzati, “ordini dall’alto” hanno fatto della provocazione un fatto ordinario. Alle “normali” forze repressive si devono poi aggiungere i vari corpi speciali appositamente creati o spediti in Sardigna con meri scopi repressivi. Ogni volta si parla di collegamenti tra il mondo del “banditismo” e quello dell’eversione, ed ogni occasione è buona per allarmare l’opinione pubblica, prontamente rassicurata da nuove ondate di arresti e dall’inquietante primato europeo stabilito dalla Barbagia, regione “bandita” per eccellenza, di una divisa per ogni sette abitanti. Naturalmente “nerbo” delle democrazie liberali contemporanee, tra cui quella italiana, sono i servizi segreti, civili e militari, ufficiali ed ufficiosi, per cui la Sardigna è stata teatro di guerra e di esercitazioni para-militari nonché covo dell’organizzazione terroristica Gladio, la quale sperimentava tecniche di anti-guerriglia preventiva rispetto al “pericolo rosso” utilizzandola come base strategica di “uomini”, armi e quant’altro essendo ritenuta “laboratorio politico” ad alto potenziale eversivo. A ciò deve aggiungersi l’utilizzo in alcune occasioni dell’esercito, basti ricordare ad esempio le famigerate operazioni “Forza Paris” con cui l’esercito italiano è stato mandato a spargere il terrore ed occupare manu militari zone ritenute “delinquenti” con il pretesto di finte esercitazioni. Una caratteristica comune di tutte le colonizzazioni è quella di ricorrere al “cavallo di troia” dei corpi repressivi o di controllo sociale e nazionale su base etnica-regionale: un autocontrollo che la colonia è chiamata ad esercitare su sé stessa che rinnegati, o mercenari, o ascari, o guide indiane, o kapò che dir si voglia, trasformati in casta privilegiata dal colonialismo, sono chiamati ad esercitare sui loro conterranei. In Sardigna, non avendo ancora avuto nessuno la brillante idea di una polizia etnica sul modello dell’ertzaintza basca, si è sviluppato il ruolo dell’esercito, in particolare con la deprimente mitologizzazione della brigata Sassari, impegnata nelle varie missioni di occupazione militare in Afghanistan, Iraq, Somalia, ecc. e composta appunto per lo più da sardi. A parte la storica disparità di trattamento penale per cui i sardi giudicati da tribunali italiani statisticamente subivano una condanna superiore di un terzo rispetto agli italiani che avevano commesso lo stesso reato, si può osservare come ancora oggi esistano forme repressive che lo Stato italiano ha ereditato dai passati regimi e che in Sardigna hanno trovato la loro continuità istituzionale tra il fascismo, ad esempio, e la repubblica cosiddetta “democratica”. Tra questi, sicuramente da annoverare è il “confino di polizia”, grazie al quale ampi specchi di società sarda sono stati vittime di deportazione in continente onde poter essere sradicati dalla loro socialità culturale, misura che poteva essere adottata senza particolari iter burocratici e che dunque ha consentito vere e proprie pulizie etniche a discrezione di solerti funzionari dell’ordine pubblico fortemente motivati da sentimenti di rivalsa appositamente inviati in Sardigna. Nulla di nuovo: già duemila anni fa i sardi erano deportati in massa a Roma per essere venduti come schiavi e già allora, come ancora oggi, era in uso la pratica di “mandare in Sardigna” come misura punitiva criminali incalliti, gruppi etnici indesiderati, oppositori politici e personaggi della pubblica amministrazione che si erano distinti per incapacità o disonestà. In alternativa, pratica attualmente in auge soprattutto a difesa dei poveri turisti che in Costa Smeralda potrebbero vedere urtata la propria sensibilità nel vedere un sardignolo in carne ed ossa, c’è il divieto di accesso in alcune aree in quanto “persone indesiderate” (a discrezione di chi effettua i controlli nei posti di blocco). Da non dimenticare inoltre l’impianto di colonie penali, carceri speciali e lager tipo quello di Badu ‘e Carros a Nuoro o il supercarcere dell’Asinara, tristemente noto come “la Cayenna” dove, verso la fine degli anni ’70 venne inviata un’equipe di “scienziati” americani a sperimentare sui prigionieri politici tecniche di privazione sensoriale e dove oggi, dismessa la struttura, è sorto un museo che consente, pagando, di visitare gli esotici scenari di quelle antiche torture. La Sardigna è stata disseminata di galere, ad oggi sono 13 (Sassari, Nuoro, Oristano, Cagliari, Quartucciu, Macomer, Tempio, Alghero, Iglesias, Isili, Is Arenas, Lanusei, Mamone), ma visto che non bastano per una popolazione di poco più di un milione e mezzo di abitanti, tutti delinquenti, lo Stato italiano ha già provveduto a stanziare i finanziamenti per la costruzione di nuove strutture oltre che per la ristrutturazione delle vecchie. Le carceri speciali erano state chiuse per incentivare il meccanismo della deportazione, assai comune nei confronti dei prigionieri sardi, ma a quanto pare sarà presto colmata anche questa lacuna. Resterà invece l’istituto della deportazione, nonostante lo stesso Stato si sia da sé fatto leggi per cui i prigionieri devono essere detenuti entro un certo limite di distanza dal luogo di origine, norma naturalmente non valida per i sardi, cui non è assolutamente garantito il diritto di territorialità della pena: ci sono prigionieri da venti e più anni esiliati in Italia a cui ancora non è permesso di far rientro in Sardigna, perseguitati da aguzzini in giacca e cravatta che sono l’incarnazione della “giustizia” italiana. Tradizione vuole che, nella caccia alle streghe banditesche o politiche, in Sardigna siano tollerati metodi “alternativi” di indagine riguardo ai quali tutti coloro che in genere si interessano di questioni come quella dei “diritti umani” sono ben disposti a chiudere uno, due ed anche tre occhi: torture, pestaggi, abusi ed ogni sorta di licenza o provocazione caratterizzante uno Stato di polizia sono tollerati e giustificati perché si sa, la questione dei diritti umani riguarda Cuba e non certo la “democratica” Italia. Ogni tanto c’è chi fa finta di scandalizzarsi per i casi più eclatanti, come ad esempio per il pestaggio di massa organizzato nel 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari dalle guardie, dopodiché naturalmente tutto tace in modo da consentire alla società di assimilare senza troppi traumi l’innalzamento del livello repressivo. Nel frattempo il colonialismo rinsalda le fila studiando il modo di chiudere una volta per tutte la partita. Il discorso va naturalmente inserito nel generale processo di ristrutturazione attivato dal capitalismo, che vede nella repressione la legittimazione delle scelte imposte ai popoli dalla borghesia internazionale. Il consolidamento dell’imperialismo europeo passa attraverso il duplice e contemporaneo percorso di guerra verso l’esterno e di repressione all’interno dei confini dell’UE: da un lato la partecipazione a “guerre umanitarie” e “missioni di pace” con cui, tramite strumenti come la Nato, la borghesia europea è potuta intervenire direttamente all’interno della questione balcanica e di quella mediorientale; dall’altro la repressione di qualsiasi forma oppositiva o semplicemente resistenziale ha evidenziato la ricerca di una pacificazione interna funzionale al mantenimento di un ordine europeo proveniente dall’alto. In particolare, a parte l’evidente tentativo di criminalizzazione del movimento comunista internazionale, è palese l’innalzamento del livello repressivo nei confronti dei popoli oppressi delle nazioni senza Stato, secondo un rapporto dialettico tra generale e particolare che garantisce un’autonomia repressiva a ciascuno Stato pur a partire da una strategia complessiva di euro-repressione generale. Il diritto di autodeterminazione dei popoli, pur garantito formalmente nelle carte internazionali, è negato nel suo esercizio là dove gli interessi dei popoli oppressi cozzano con quelli del capitale internazionale: questo diritto è stato sventolato quando si è trattato di favorire la disgregazione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, ad esempio, ma mai quando di fatto ha rappresentato un pericolo per l’unità di Stati borghesi come l’Italia, la Francia o la Spagna, che di fatto sono il motore di questo processo.

FRONTE PRESONES A MANCA PRO S’INDIPENDENTZIA

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